Mentre a Valencia comincia la "partita del secolo" la storia di un binomio maledetto: Scacchi&Delitti

di Gialli.it 22 settembre 2009

25 anni dopo la leggendaria partita per l’assegnazione del titolo mondiale, tornano uno di fronte all’altro due miti degli scacchi, Garry Kasparov e Anatoli Karpov. Si scontreranno da oggi a Valencia, in Spagna, solo per ricordare quello che accadde nel settembre del 1984, quando passarono alla storia per una partita che non ebbe mai un vincitore.
Difficile rimanere indifferenti a questa notizia. I gialli e gli scacchi vanno a braccetto da sempre. Da Va Dine a Perez Revert il mistery ha sempre attinto a quel magico gioco che si consuma sulle 64 case di una scacchiera. Ma gli alfieri e le regine, i pedoni e i Re hanno anche “ispirato” la mente malata di molti assassini. Vi raccontiamo due storie incredibili del binomio maledetto Gialli & Delitti.

di FRANCESCO MASCOLO

Aleksandr Pichushkin,il serial killer degli scacchi
Ubriacava le sue vittime, poi gli fracassava il cranio e lo riempiva con i cocci delle bottiglie di vodka. Ogni delitto un tappo che finiva su una scacchiera conservata su un tavolino del salotto. L’obiettivo era quello di completare tutte e 64 le case bianche e nere.
Lo fermarono quando sulla scacchiera maledetta di tappi ce n’erano solo 62.
Si chiamava Aleksandr Pichushkin, e aveva 33 anni il giorno in cui la polizia di Mosca riuscì ad arrestarlo.
Durante il processo venne accusato “solo” di 49 delitti. Ma lui confesso di aver ucciso 62 volte. “Ho da tempo superato Andrej Chikatilo, lo squartatore di Rostov, signor giudice – disse davanti ad una corte inorridita – e nessuno mi potrà togliere questo primato”.

La storia di Pichushkin comincia nel 1992, quando a scuola, col suo migliore amico, decide di compiere il suo primo delitto. I due organizzano un piano dettagliato e scelgono con cura la vittima. All’ultimo momento l’amico si tira dietro e da possibile carnefice diventa la prima vittima di Pichushkin.
Per un po’ Aleksandr sembra pentito. Tornerà ad uccidere dieci anni dopo e questa volta con un progetto preciso: superare lo squartatore di Rostov (52 vittime accertate).
Il terreno di caccia di Pichushkin è il parco di Biza a Bittsevsky, alle porte di Mosca.
Qui, il trentaduenne che nella vita lavora in un supermercato, comincia ad adescare persone invitandole a bere Zolotoj Veles, una pregiata vodka il cui nome deriva da una divinità pagana dei boschi. Aleksandr è convinto di essere la reincarnazione di un sacerdote legato a questa divinità. Beve con gli ignari e improvvisati amici poi li colpisce con la bottiglia e li uccide. I corpi finiscono nelle fogne del parco.
L’orrore va avanti per alcuni anni. Poi nel 2006 un episodio segna l’epilogo della carriera criminale di Pichushkin.

Siamo a febbraio. La polizia arresta un transessuale e lo accusa di essere il maniaco del parco. Aleksandr Pichushkin impazzisce di rabbia. “Ero io e solo io – dirà al processo – l’unico autore di quegli omicidi e non potevo accettare che il merito andasse ad un travestito”.
Allora organizza l’ennesimo piano criminoso con l’intento, però, di farsi prendere.
In pratica invita a casa una collega, ma fa in modo che tutti sappiano dell’invito. Quindi la uccide.
Per la polizia ci vuole poco ad arrivare nel suo appartamento. Ed è lì che ritrova la scacchiera. Su ogni casa c’è un tappo di vodka. Solo due case sono vuote. Una bianca e una nera.

“Se vinco a scacchi uccido ancora”.
Era sabato, quando la trovarono. Sabato 10 febbraio 1996. Uccisa con 15 coltellata in un residence vicino alla stazione ferroviaria di Ancona. All’inizio pensarono si trattasse del solito omicidio a luci rosse. Una prostituta, che reclutava clienti con annunci sui giornali, uccisa da un cliente. Poi arrivò la lettera e il “normale” assassinio di Ancona si trasformò in un giallo. Ancora irrisolto.
Ma non un giallo da quattro soldi. Un signor giallo con protagonista gli scacchi.
Nella lettera che venne spedita ai militari della stazione locale, infatti, un misterioso personaggio avvertiva che avrebbe ucciso ancora se i carabinieri si fossero rifiutati di giocare una delirante partita a scacchi con la morte.
La lettera, due fogli, scritti con un normografo, sgrammaticata, reca in calce un’apertura scacchistica. Pedone bianco da B2 a B3. L’apertura Larsen.

Inizialmente gli inquirenti non danno peso alla cosa. Un mitomane, dicono. Poi l’ombra del serial killer si fa avanti prepotente e inquietante.
Del caso si incarica l’Unità per l’analisi dei crimini violenti, coordinata dalla Polizia Scientifica di Roma. Gli esperti, analizzano la scena del crimine, la comparano con altri casi presenti nel loro database, e arrivano alla conclusione che la Bevacqua potrebbe essere rimasta vittima di un omicida seriale.

Due i casi simili a quello della Bevacqua. Il primo è quello di Monica Abate, una prostituta tossicodipendente uccisa nella sua abitazione a Modena, il secondo è quello di Maria Luigia Borrelli, un’altra prostituta, sempre uccisa nella sua abitazione, a coltellate e sfigurata dalla punta di un trapano elettrico.
Che si fa? Da Parigi Jerome Camiret, direttore di una delle più stimate agenzie investigative, consiglia di “continuare la partita a scacchi”. Per il detective francese questo è l’ unico modo per dare “matto” all’uomo che ha proposto la sfida mortale.

Nessuno darà seguito all’apertura Larsen del presunto serial killer. Avrebbero potuto rispondere seguendo lo sviluppo del fianchetto di donna. Una mossa non notissima. Pedone nero davanti al re o alla regina, spostato di due caselle. Non l’hanno fatto.
Il caso è rimasto irrisolto. Per Paolo Maurensig, autore della Variante di Lunenburg, il serial killer era una donna.

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