Nove ipotesi per un delitto

di Gialli.it 29 giugno 2009

Una vita al limite. Una vita di provocazioni, risse, omicidi e fughe. Ma anche di passioni sfrenate e di opere d’arte che ancora incantano il mondo intero. Cacciato dalla capitale con l’accusa di omicidio e con una condanna a morte che si trasformerà ben presto in una vera e propria taglia  per Caravaggio il destino scrive la parola fine in un’estate del 1610. Della sua morte non si sa praticamente nulla. Ecco otto ipotesi che sembrano nascondere un’unica inesorabile verità: fu omicidio.

Prima ipotesi: la febbre. Sbarcato a Porto Ercole il 15 luglio 1610, Michelangelo Merisi sarebbe morto, tre giorni dopo, fulminato dalla malaria.

Seconda ipotesi: l’assassinio su commissione. Dopo i fatti dell’estate 1608 (improvviso arresto e fuga rocambolesca dalla prigione della Fortezza di La Valletta), i Cavalieri di Malta avrebbero deciso la sua rovina. Gli sbirri lanciati al suo inseguimento per ordine del Gran Maestro Alof de Wignacourt lo ritrovano in una locanda a Napoli (la Taverna del Cerriglio, alle spalle di Santa Maria la Nova) ma riescono solo a ferirlo. Riprendono la caccia, lo raggiungono in Toscana e, stavolta, contro un uomo indifeso, eseguono l’ordine…

Terza ipotesi: A differenza di quanto sostenuto per secoli Caravaggio non sarebbe sbarcato a Porto Ercole ma a Civitavecchia, porto di Roma, nello Stato Pontificio, sapendo che sarebbe stato arrestato solo per un breve periodo. Il decreto di grazia, già firmato, deve essere reso pubblico da un giorno all’altro. Il pittore, braccato da misteriosi sicari, sente di poter essere al sicuro solo dietro le mura di una prigione. Calcolo errato. I suoi carnefici riescono a introdursi nella sua cella. Portano poi via il suo corpo e lo depongono sulla spiaggia di Porto Ercole, per far credere a una morte naturale.

Quarta ipotesi: vendetta ecclesiastica. A Roma, la cerchia del papa si divide in due clan: quello francese, capeggiato dai cardinali Federico Borromeo e Francesco Maria Del Monte, e quello spagnolo. Il solo fatto di aver servito un tempo il cardinale Del Monte addita il noto pittore alla disapprovazione dell’altro partito. Scoraggiato dalla sua cattiva condotta, esasperato dalla sua violenza, è da un pezzo che il suo primo protettore lo ha mollato, ma i quadri che gli ha comperato continuano a essere il principale ornamento della sua galleria. L’altro clan, adesso che ha conquistato il potere collocando un Borghese sul trono di san Pietro, vuole la sua testa. A Porto Ercole, feudo spagnolo, niente di più facile dell’assoldare qualche soldato del presidio.

Quinta ipotesi: ucciso come Pasolini. Caravaggio tenta di sedurre un giovane di Porto Ercole (“un ragazzo ben piantato, dei genere plebeo e canagliesco, seminudo e abbronzato vista la stagione, uno di quei piccoli bruti che amava”). Il ragazzo prima ci sta, poi si ribella. Si avventa sul pittore, lo stordisce, poi lo finisce a calci e a bastonate, quindi, spaventato, getta il corpo in mare.

Sesta ipotesi: La tesi sostenuta da uno scrittore francese ne “La corsa all’abisso”. Dominique Fernandez. Edizioni Colonnese. Caravaggio allo stremo delle forze si fa uccidere dal suo amico/amante Mario Minniti, sulla spiaggia di Porto Ercole. All’omicidio/suicidio assiste un marinaio che ha aiutato i due ad arrivare in Toscana. Quest’ultimo fuggirà poi con le “robbe” del pittore.

Settima ipotesi: La vendetta dei parenti di Ranuccio Tommasoni, l’uomo che Caravaggio uccide durante una banale partita di pallacorda. I Tomassoni sono i garanti dell’ordine a Campo Marzio: dettano legge, prestano soldi e proteggono le cortigiane.  La morte di Ranuccio è uno “sgarro” che va lavato cl sangue.

Ottava ipotesi:
“il Caravaggio, nell’ultimo suo viaggio, da Napoli navigava segretamente diretto a Palo, in territorio pontificio, a 40 chilometri da Roma, per essere ospitato nel feudo degli Orsini; un nascondiglio sicuro,ma da clandestino in attesa del condono dal bando capitale per l’uccisione, avvenuta quattro anni prima, di Ranuccio Tommasoni. Per la segretezza dell’evento, il Merisi  giungeva in quei lidi probabilmente di notte, in ore pertanto sospette, e veniva fermato ed arrestato mentre sbarcava. Il capitano della feluca che lo aveva traghettato e che aveva a bordo altri passeggeri diretti a Porto Hercole, per non incorrere in coinvolgimenti giudiziari, frettolosamente proseguiva il viaggio senza scaricare il bagaglio dell’artista”.

Come dicono le lettere conservate nell’Archivio Segreto Vaticano, “il capitano riprendeva il viaggio frettolosamente per non essere coinvolto,senza sbarcare le robe del Pittore” .

“Quando il Caravaggio si liberava,raggiungeva ammalato Porto Hercole dove pochi giorni dopo moriva. Il Merisi mirava a raggiungere il suo bagaglio che conteneva anche una tela, il “San Giovanni Battista” opera da donare al Plenipotenziario di Giustizia: Cardinal Borghese,come prezzo da pagare per la remissione della pena. Il bagaglio, che a Porto Hercole non veniva sbarcato, ritornava a Napoli, a Chiaia, nell’abitazione della Marchesa Costanza Colonna, da dove il Merisi era partito, e solo dopo oltre 13 mesi, nell’agosto 1611, la tanto ambita opera giungeva immeritatamente nelle mani del Cardinale”.

Questo brano ci è stato inviato dall’architetto Giuseppe La Fauci.

Nona ipotesi: L’assassinio di stato. A sostenerla è il prof. Vincenzo Pacelli, docente di Storia dell’arte presso l’Università Federico II di Napoli. Nel suo “L’Ultimo Caravaggio” (edizioni Ediart), Pacelli senza mezzi termini e con argomentazioni forti sostiene che Caravaggio fu vittima di un complotto ordito dai Cavalieri di Malta  con la connivenza della Curia romana.

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0 pensieri su “Nove ipotesi per un delitto”

  1. L’articolo riassume bene le diverse ipotesi sulla morte del grande artista. Qui di seguito propongo un mio testo (anticipato su Internet nel maggio 2009 e contenuto in un volume sul Caravaggio che ho in preparazione), nel quale illustro la mia congettura, che si inserisce, con varianti, nella prima delle ipotesi esposte.
    Fabio Scaletti

    Caravaggio e la “maledizione” di Malta
    di Fabio Scaletti

    Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571-1610) potrebbe essere morto per le conseguenze di un’infezione batterica a trasmissione alimentare, la brucellosi.

    Nel 1609, giusto quattrocento anni fa, il collezionista messinese Niccolò di Giacomo redigeva un memorandum per dei “quatri fatti fare”: “Ho dato la commissione al sig. Michiel’Angiolo Morigi da Caravaggio di farmi le seguenti quatri: Quattro storie della passione di Gesù Cristo da farli a capriccio del pittore delli quali ne finì uno che rapresenta Christo colla Croce in spalla, la Vergine Addolorata e dui manigoldi uno sona la tromba, riuscì veramente una bellissima opera e pagata oz. 46 e l’altri tre s’obligò il Pittore portarmeli nel mese di Agosto con pagarli quanto si converrà da questo pittore che ha il cervello stravolto” (il documento, trovato da G. Arenaprimo di Montechiaro nell’archivio della baronessa Flavia Arau di Giampaolo, fu pubblicato da Virgilio Saccà nel 1907, ma scomparve nel terremoto dell’anno seguente).
    Se per la storia dell’arte sarebbe più importante stabilire che fine hanno fatto l’apprezzato dipinto portato a termine (il Cristo portacroce – da considerarsi perduto, forse proprio nella succitata calamità naturale) e gli altri tre commissionati (mai eseguiti, oppure, per uno di essi, ipoteticamente da individuare nel Cristo mostrato al popolo oggi in collezione privata – altre redazioni concorrenti sono a New York e in un santuario del Genovese), quello che qui ci si vuole chiedere è perché il grande artista avesse la mente sconvolta. L’aveva perché era da tre anni braccato dalla giustizia papale, che lo aveva condannato alla pena della decapitazione per aver ucciso in duello un uomo a Roma, e da alcuni mesi doveva guardarsi pure dai Cavalieri di Malta dopo essere evaso dal carcere di La Valletta in cui era stato rinchiuso per un misterioso crimine commesso, oppure perché era affetto da una qualche patologia organica? E, in questo secondo caso, si trattava della malaria, nella forma quartana o terzana benigna, di cui forse soffriva fin da ragazzo (il Bacchino malato della Galleria Borghese, essendo verosimilmente un autoritratto, ne sarebbe conferma – ma per quel giovanile malanno si potrebbe sospettare anche un’epatite acuta da virus A, la popolare “itterizia”), oppure di un’altra malattia, magari contratta più di recente, poco prima di filarsela in Sicilia? La testimonianza oculare del barone di Giacomo è avvalorata, sia pure a un secolo di distanza, da Francesco Susinno, che scrive una biografia del pittore focalizzata sul suo soggiorno nella città dello Stretto e costellata di fatti che lo portano a dire che “era così scimunito, e pazzo, che no’ può dirsi di più” e che insomma “ove andava, stampava l’orme del suo forsennato cervello” (Le vite de’ pittori messinesi e di altri che fiorirono in Messina, 1724). Ebbene Caravaggio, prima di sbarcare a Siracusa, standovi il tempo appena necessario per issare sull’altare il Seppellimento di santa Lucia (ora al Museo Regionale di Palazzo Bellomo) e recarsi poi a Messina (dove, oltre alla menzionata commissione del cosiddetto “ciclo Di Giacomo”, ricevette quelle per la Resurrezione di Lazzaro e per l’Adorazione dei pastori, entrambe adesso al Museo Regionale), aveva vissuto per oltre un anno nell’isola di Malta, ed è lì che potrebbe essersi ammalato di brucellosi, altrimenti detta “febbre maltese” (un primo accenno a questa possibilità è stato da me fatto in Caravaggio, Milano, 2008, pp.17 e 121).
    La brucellosi è “una malattia batterica sistemica caratterizzata da varie specie del genere Brucella (B. melitensis, B. abortus, B. suis, B. neotomae, B. ovis, B. canis)”, che infettano occasionalmente l’uomo “mediante ingestione di latte e latticini contaminati oppure per via transcutanea attraverso il contatto diretto con animali infetti o meno frequentemente per via aerogena o congiuntivale (E. Lanciotti, Dizionario delle malattie infettive, 1994, p. 94). Si tratta quindi di una zoonosi (infezione trasmessa all’uomo dagli animali), conosciuta fin dai tempi di Ippocrate e presente in tutto il mondo (in Italia, negli anni ’90, sono stati notificati dai 1.000 ai 2.000 casi di brucellosi umana all’anno, localizzati specialmente in Sicilia, Puglia, Campania e Calabria – cfr. G. Cascio, Malattie infettive, 1998, p. 82, mentre negli Stati Uniti sarebbero solo un centinaio – cfr. XXV Rapporto del Comitato sulle Malattie Infettive, 2000, p. 176), che presenta un periodo di incubazione variabile: “di solito pari a 2-3 settimane, risulta talora abbreviato (8-10 giorni) e in qualche caso prolungato (diversi mesi)” (M. Moroni, R. Esposito, F. de Lalla, Malattie infettive, 2003, p. 715); con un quadro clinico carattetizzato da “febbre continua, remittente, o invece intermittente, di intensità diversa […] Sintomi collaterali sono artromialgie (vaganti, e a carico principalmente delle grosse articolazioni), cefalea, anoressia e, soprattutto, sudorazioni di regola molto abbondanti e (a detta del paziente) di un particolare odore di ‘stalla’” (ibidem). Da rimarcare l’esistenza della forma cronica, dove “sono particolarmente frequenti i sintomi neuropsichici, quali depressione con spiccata componente ansiosa, irritabilità, malessere” (ibidem, p. 716), e dove l’andamento è “torpido, contrassegnato da ripetute riesacerbazioni intervallate, nello spazio di anni, da fasi asintomatiche; i pazienti lamentano periodicamente astenia, artromialgie, note di neurosi ansioso-depressiva” (R. Esposito, Manuale di parassitologia clinica e medicina tropicale, 1994, p. 282).
    Dunque Caravaggio potrebbe avere contratto la brucellosi nel 1608 a Malta (dove tuttora è iperendemica – non a caso si parla di Brucella melitensis) consumando latte crudo o derivati come panna, formaggi freschi e non fermentati, e aver poi manifestato i segni della forma cronica (il morbo è conosciuto anche con il nome di “febbre ondulante”) che a periodi di relativo benessere (il pittore ha continuato a lavorare e a produrre a raffica capolavori) alternava attacchi sintomatici con turbe psichiche, accessi di eccitazione e agitazione, sicché a chi lo avvicinava poteva dare la sensazione di avere il “cervello stravolto” o che si comportasse come un “pazzo” e un “forsennato”. Tra l’altro questa sindrome si andava a innestare su un carattere già per conto suo suscettibile, impetuoso e burrascoso, a tratti insolente e litigioso – come non mancano di far notare i cronisti romani dell’epoca, a cominciare dal Van Mander, per il quale egli era “molto incline a duellare e a far baruffe, cosicché è raro che lo si possa frequentare” (Het Schilder Boeck, 1604), un temperamento che lo stesso cardinal del Monte, suo primo mecenate, aveva riassunto con un eloquente “cervello stravagantissimo”, e inasprito negli ultimi tempi dalla serie di guai che gli erano capitati e che di nuovo il Susinno evidenzia e integra con ulteriori episodi, come quello riguardante la Resurrezione di Lazzaro, alla quale “diè tanti infuriati colpi, che ne restò miseramente squarciata quell’ammirabile Pittura” solo perché qualcuno aveva osato esternare un appunto critico. Non è pertanto facile determinare quanto di quel comportamento alterato ed esagitato dipendesse da una tempra effervescente ed ipersensibile, dalle circostanze stressanti e angoscianti o da una eventuale malattia, sicché per certi versi non sembrerebbe necessario tirare in ballo una patologia, ipotetica, per spiegare un modo di agire frenetico e uno stato mentale instabile frutti dell’incontro infausto tra indole e vicissitudini, ambedue certe. Non è di sicuro detto che Michelangelo Merisi morisse di febbre maltese, sia perché raramente essa conduce all’exitus (per quanto al tempo non ci si potesse avvalere della terapia antibiotica, oggi risolutiva: elettiva l’associazione tetracicline-rifampicina) sia perché in generale avanzare una diagnosi di certezza a quattro secoli di distanza e in assenza di materiale autoptico (il suo cadavere non è mai stato rinvenuto – almeno finora visto che la cronaca riporta la voce che potrebbe trovarsi sotto l’altare della chiesa di Sant’Erasmo a Porto Ercole) non ha molto senso, e ogni tesi ha un valore probabilistico. E tuttavia, mettendo da parte la delicata congettura, formulata da alcuni studiosi, come Vincenzo Pacelli (si veda L’ultimo Caravaggio, 1606-1610. Il giallo della morte: omicidio di Stato?, 2002) e Peter Robb (M – L’enigma Caravaggio, 1998, pp. 498-521), di un complotto e di una morte violenta per mano dei suoi tanti nemici, da scegliere tra gli emissari del papa, i parenti della vittima romana e i Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, vi sono gli elementi per pensare che l’artista, il 18 luglio 1610, crollasse a terra sotto il solleone, senza più rialzarsi, sul lido grossetano dell’Argentario a motivo di una condizione psicofisica precaria, cagionata dalle ferite incassate nel fatale scontro in Campo Marzio e da anni di dileguamenti affannosi, aggravata dalle sequele del pestaggio subìto nell’ottobre precedente a Napoli fuori da un’osteria (avvertimento degli inseguitori?) e comunque da ultimo minata dalla brucellosi, la quale pare eziologicamente e clinicamente più compatibile con l’itinerario di fuga e con il quadro sintomatologico del pittore rispetto alla malaria, tradizionalmente chiamata in causa, e rispetto anche alla sindrome dissenterica, come ventilato ad esempio da Maurizio Marini (Caravaggio ‘pictor praestantissimus’, 2001, p. 103) e da Catherine Puglisi (Caravaggio, 1998, p. 367). In altri termini, sarebbe stata la brucellosi, e non la febbre delle paludi o quella tifoidea, a stremare nell’ultimo scorcio dell’esistenza il corpo e la mente dell’artista, a cui un’insolazione avrebbe dato il colpo di grazia. Per inciso, questo scenario quadra con una carta scoperta in loco nel 2001, ancora però da valutare appieno, in cui è riferito che “nel’ospitale di S. Maria Ausiliatrice morse Michel Angelo da Caravaggio, dipintore, per malattia”.
    Racconta Giulio Mancini, per giunta medico, che negli anni romani aveva avuto in cura lo stesso Caravaggio: “Partitosi con speranza di rimettersi, viene a Portercole dove, soprapreso da febre maligna, in colmo di sua gloria, che era d’età di 35 in 40 anni, morse di stento e senza cura et in un luogo ivi vicino fu sepelito” (Considerazioni sulla pittura, 1619-20 ca). “Ultimamente arrivato in un luogo della spiaggia misesi in letto con febre maligna; e senza aiuto humano tra pochi giorni morì malamente, come appunto male havea vissuto”, ribadisce con una punta di veleno Giovanni Baglione (Le vite de’ pittori, scultori et architetti, 1642), ricostruzione ripresa da Giovan Pietro Bellori quando ricorda che “agitato miseramente da affanno e da cordoglio, scorrendo il lido al più caldo del sole estivo, giunto a Porto Ercole, si abbandonò, e sorpreso da febbre maligna, morì in pochi giorni, circa gli anni quaranta di sua vita…” (Le Vite de’ Pittori, Scultori et Architetti moderni, 1672). Alla luce dei dati storici ed epidemiologici, è plausibile ritenere che quella “febbre maligna” di cui parlano tutti e tre i biografi antichi sia in realtà la brucellosi, o Malta fever, come dicono gli inglesi. Malta, la patria dei Cavalieri gerosolimitani, a cui Caravaggio era affiliato prima di essere espulso come “membrum putridum et foetidum”, aveva invisibilmente ottenuto la sua vendetta.

  2. Ho motivo di pensare che caravaggio nel percorso da roma alla sicilia non sia andato per mare ma si sia fermato nel cilento ospite dei lancellotti che avevano ultimato un palazzo vescovile nel 1603 in quella località e che avevano portato artisti da roma. non tutto il clero gli era ostile.

    mi piacerebbe parlarne con fabio scaletti.

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