Nella Russia dei misteri uno spiraglio per Anna Politkovskaia

di Gialli.it 30 giugno 2009

Una pezza. Ci hanno messo una pezza. Ed ora sull’omicidio di Anna Politkovskaia si apre uno spiraglio che somiglia di più ad una beffa.

di CIRO SABATINO

La notizia è stata battuta dalle agenzie internazionali nel pomeriggio di mercoledì scorso. La Corte Suprema russa ha annullato la sentenza di assoluzione per Sergei Khadzhikurbanov e i due fratelli ceceni, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov accusati di aver ucciso la giornalista famosa in tutto il mondo per i suoi reportage sugli orrori della guerra in Cecenia e gli abusi compiuti dalle truppe federali.

Con questa decisione il massimo organo giudiziario sovietico riapre ufficialmente il processo rigettando una decisione presa da una corte militare integrata da 12 giudici popolari.
Vizi procedurali alla base del clamoroso dietrefont.

Insomma tutto da rifare. Ma nella Russia dei misteri questo annullamento sembra un contentino. Un “atto dovuto” come hanno detto e scritto i commentatori internazionali. Il mondo intero aveva gridato forte la sua indignazione. Bisognava fare qualcosa. Qualunque cosa. A quale verità porterà questo nuovo processo è un dettaglio. Solo un dettaglio.

Buon compleanno, mister Putin
Il cadavere di Anna Politkovskaia viene rinvenuto tre anni fa nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. Vicino al corpo la polizia trova una pistola Makarov PM (una semiautomatica in dotazione all’esercito dell’ex USSR)  e quattro bossoli. E’ il 7 ottobre 2006. In città si celebra il compleanno del presidente Vladimir Putin, uno dei bersagli preferiti delle critiche della giornalista.

Secondo le prime ricostruzioni uno dei proiettili ha colpito Anna alla testa. Per gli inquirenti si tratta di un omicidio studiato a tavolino. Un’esecuzione in piena regola.

Un paio di giorni dopo Dimitry Muratov l’editore della Novaja Gazeta svela che la Politkovskaja stava per pubblicare un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramsan Kadyrov.

Dagli Stati Uniti arriva un’immediata quanto cauta reazione: “l’auspicio è quello che venga condotta un’inchiesta approfondita per cercare, perseguire e portare di fronte alla giustizia tutti i responsabili di questo atroce omicidio”.

Putin non si fa pregare. E in meno di ventiquattr’ore promette pubblicamente un’inchiesta «obiettiva» sulla morte della giornalista.

Da questo momento comincia ufficialmente il balletto degli inganni. Condito anche da un clamoroso colpo di scena.

Alexander Litvinenko agente dei servizi segreti russi che aveva accusato pubblicamente il presidente russo di essere il mandante dell’omicidio della giornalista, muore a causa di un avvelenamento da radiazione da polonio-210, sostanza altamente radioattiva e cancerogena. E’ il 23 novembre 2006.

Tracce di Polonio vengono individuate in diversi locali nei quali Litvinenko si trovava prima della sua morte. In particolare in un sushi bar dove aveva pranzato insieme a Mario Scaramella, avvocato napoletano esperto di sicurezza ambientale ed ex consulente della Commissione Mitrokhin (una commissione parlamentare d’inchiesta che si prefiggeva di dimostrare ipotetici collegamenti fra il KGB e uomini della sinistra italiana).

I primi arresti e il processo
Nove mesi dopo, il 27 agosto del 2007 il generale Yuri Chaika responsabile delle indagini sull’omicidio di Anna regala al mondo ben dieci “colpevoli”.

L’omicidio, dice, è stato organizzato da un gruppo criminale guidato da leader ceceni ed è legato all’omicidio del giornalista statunitense Klebnikov avvenuto nel 2004 e a quello del primo vicepresidente della banca centrale russa Kozlov, ucciso due anni dopo.

Tra le persone finite in manette ci sono anche funzionari del ministero degli Interni russo, ma l’omicidio, assicura Chaika, “è servito soprattutto a persone e strutture che mirano a destabilizzare il Paese e a minare l’ordine costituzionale della Russia, (mirando) ad un ritorno del vecchio sistema dove tutto era deciso dal denaro e gli oligarchi”.

Qualche mese dopo finisce in manette anche l’ex capo del distretto ceceno di Achkoi-Martan, Shamil Burayev.

Il processo si apre il 17 novembre del 2008. Dei dieci arrestati nell’agosto del 2007 sul banco degli imputati solo due autisti ceceni (i fratelli Dzhabrail e Ibragim Makhmudov) e due ex poliziotti (l’ex dirigente della polizia moscovita Sergei Khadzhikurbanov e l’ex colonnello dei servizi segreti Pavel Riaguzov).

Khadzhikurbanov, è accusato di essere il killer della giornalista. Anche se le indagini non hanno mai potuto identificare un vero mandante. I fratelli Makhmudov sono invece considerati i “pedinatori” della giornalista. Mentre sull’ultimo imputato, l’ex colonnello dei servizi segreti Riaguzov, pende l’accusa di abuso d’ufficio ed estorsione. Avrebbe partecipato all’omicidio fornendo l’indirizzo della Politkovskaja ai sicari ceceni.

I quattro, ovviamente, si dichiarano «non colpevoli».

Il 19 febbraio 2009 la sentenza di primo grado arriva puntuale e scontata: assoluzione, per insufficienza di prove. Gli assassini di Anna non hanno un nome né un volto.

Ora si ricomincia. E per gli inquirenti le domande senza risposta sono tante. Troppe.

In Russia dal 2000 ad oggi 104 giornalisti hanno perso la vita in circostanze misteriose. Almeno venti sono stati ammazzati per le loro inchieste scomode. L’ultimo omicidio in ordine di tempo è quello della giornalista 25enne Anastasia Baburova, considerata l’erede della Politkovskaia. La ragazza è stata uccisa per strada insieme all’avvocato per i diritti civili in Russia Stanislav Markelov. Anche in questo caso nessun colpevole. E tanti misteri.

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