Ciao Beniamino! Se ne va un altro grande del giornalismo italiano

di Gialli.it 6 gennaio 2010

Beniamino Placido, intellettuale, scrittore e critico cinematografico lucano, per decenni colonna di Repubblica (tra i fondatori), si è spento all’alba di oggi nella sua casa di Cambridge, in Inghilterra.
Era nato a Rionero in Vulture, in provincia di Potenza, nel 1929.
Scompare un altro grande del giornalismo italiano.

Lo ricordiamo riportando integralmente un suo famoso articolo in cui parla di gialli, misteri, Jack lo Squartatore e il Mostro di Firenze. Ciao Beniamino!

E SE CHIAMASSE IL MOSTRO DI FIRENZE AL TELEFONO GIALLO?
di Beniamono PlacidoLa Repubblica 15 ottobre 1987

LA SERA – anzi la notte: era notte fonda – di martedì 6 ottobre, il giornalista Corrado Augias si affacciò dal piccolo schermo di RaiTre e, rivolgendosi al Mostro di Firenze, pronunciò una frase sibillina, su cui si è discusso e si discute ancora: “un artista firma sempre la propria opera”. COSA SIGNIFICAVA? COSA SIGNIFICA quella frase?

Per capirlo bisogna riflettere su tre date – importantissime – della cultura inglese; e della cultura moderna tout-court. Il 1827, il 1888, il 1907. Non vi lascerò soli. Fornirò degli indizi per sgrovigliare questo enigma; per risolvere insieme – se volete – questo giallo. Ma prima devo descrivere, a chi non l’avesse mai vista (ha fatto male: se ne pentirà) la trasmissione televisiva di cui sto parlando. “Telefono giallo”, va in onda ogni martedì su RaiTre alle 20.30.

La conduce (con Donatella Raffai) Corrado Augias, giornalista e scrittore di romanzi tendenzialmente (o parzialmente) gialli. Che ha quindi la preparazione adeguata al ruolo. Ed anche il fisico. Una faccia allungata, da gentleman-policeman dell’Inghilterra dell’Ottocento.

OGNI MARTEDI viene presentato un caso irrisolto. Un delitto del dopoguerra alla prima puntata; il Mostro di Firenze nella seconda; la scomparsa (nel 1981) dell’avvocato cagliaritano Gianfranco Manuella, l’altra sera. Il pubblico può telefonare. Anzi, è invitato, sollecitato a farlo. A dire quello che sa. A fornire – se ne ha – degli indizi. Naturalmente, il pubblico telefona. Per esprimere, naturalmente, dei sospetti, per formulare delle ipotesi, per fornire degli indizi. Che si rivelano, naturalmente, falsi o inconsistenti. Sicché c’è chi ha già osservato: ma a che serve una trasmissione come questa? Tanto non è così che si risolvono i vecchi “casi” irrisolti. Non è mai accaduto. Non accadrà mai. MA NON QUESTO IL PUNTO.

 Intanto questa trasmissione serve. E’ben fatta, ben condotta, ben costruita: nella ricostruzione dei casi irrisolti; ed è gia molto seguita. Ma il suo scopo non è quello di risolvere i casi polizieschi ancora misteriosi. E’un altro. Quale? E’quello implicato nella frase di Augias, rivolta all’indirizzo del Mostro di Firenze. Ma per capire quella frase bisogna riflettere sulle tre date fornite in precedenza (è un po’complicato? pazienza, siamo in un “giallo”).
Dunque, andiamo all’indietro: 1907: esce a Londra un romanzo: “Padre e figlio”, considerato prezioso, anzi del tutto indispensabile (in Italia lo ha pubblicato l’”Adelphi”) per chi voglia capire l’Inghilterra vittoriana l’Inghilterra dell’Ottocento. L’autore, Edmund Gosse, narra la propria infanzia nella Londra ottocentesca della Regina Vittoria. Aveva un padre molto severo, molto religioso, molto devoto, l’autore. Concedeva a sé stesso ed al figlio un solo momento di calore, di distensione, nel corso della giornata: la sera, quando – accanto al camino acceso – sprofondava con lui nella lettura della cronaca nera dei delitti cittadini. Era la Londra di Jack lo Squartatore. 1888: è l’anno di Jack lo Squartatore. Siamo quindi alle soglie del centenario. Nelle dieci settimane successive al 31 agosto 1888 cinque peripatetiche vengono trovate morte, e straziate, per le strade di Londra. Poi il misterioso squartatore scompare. Chi era? Un aristocratico corrotto? Un avvocato di grido? Un membro della famiglia reale, il duca Alberto di Clarence? Non si è mai saputo. Probabilmente, non si saprà mai. Anche se, in occasione del centenario, sono in arrivo nelle librerie di Londra ben sette nuovi libri. ANCHE “TELEFONO GIALLO”, se ancora ci sarà (me lo auguro) l’anno venturo, farà una bella trasmissione su Jack lo Squartatore. E molti telefoneranno dicendo che hanno visto Jack aggirarsi nottetempo nei pressi di casa loro. Ma non è questo il punto.

Molti vedranno quella trasmissione di domani – come vedono queste di oggi – non per scoprire l’assassino ma per il piacere di partecipare – vicariamente – all’esecuzione di un delitto. Anzi: di un delitto riuscito; il colpevole non si è ancora trovato. No? non siete d’accordo? Allora, vi manca la terza data. Eccola: 1827: appare in Inghilterra “L’assassinio come una delle belle arti” di Thomas De Quincey (adesso in italiano, nella vecchia traduzione di Massimo Bontempelli, con la vecchia prefazione di Mario Praz, per merito di “Studio editoriale”). Un classico della letteratura inglese. E della modernità. Un libro paradossale e perverso. Cosa dice? Dice, pressappoco: la modernità è un’esperienza di separazione (perciò è così dolorosa). La modernità separa la morale dalla politica (il nostro Machiavelli), separa la religione dalla scienza, eccetera. Questo ce l’hanno già detto. Io vi dico che separa anche l’etica dall’estetica.

Un delitto, per esempio, può essere (anzi è senz’altro) moralmente ripugnante. Ma se eseguito in modo perfetto, può essere esteticamente pregevole: a volte, una vera e propria “opera d’arte”. Perciò piace tanto a me – e a voi – leggere e rileggere la cronaca nera. Ve lo dico io, Thomas De Quincey, che sono – come voi – un uomo “morbosamente virtuoso”. Ecco quel che intendeva dire Corrado Augias la sera anzi la notte, era notte fonda – di martedì 6 ottobre al Mostro di Firenze: “un artista firma sempre le sue opere”. I tuoi delitti sono perfetti. Perché non “firmarli”? Dichiarati. Costituisciti. Il Mostro non rispose. Perché i criminali sono forse degli artisti. Ma non sempre sanno di esserlo. E si comportano di conseguenza. Il Mostro di Firenze, per esempio, è certamente un guardone. E quando va in giro, nottetempo, ha altro da guardare. Altro che la televisione. P.S. Avrete notato, se siete attenti osservatori dei particolari, da buoni lettori di “gialli”, che ho insistito sulla “notte fonda”. Perché “Telefono giallo” comincia alle otto e mezzo di sera e va avanti per un’ora. Poi arriva un film: per dar tempo, si dice, a chi vuole telefonare. Nel frattempo, anche chi aveva voglia di telefonare soccombe alla sana voglia di dormire. Saremo “morbosamente virtuosi”, e curiosi: ma non insonni. Sicché alla ripresa di “Telefono giallo”, intorno a mezzanotte, ci ritroviamo in pochi davanti al televisore. Togliete di mezzo quel film e vedrete che la prossima volta telefonerà anche il Mostro di Firenze (se sarà libero da impegni) o Jack lo Squartatore: se si trova a passare da queste parti.

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