Centomila ‘saittelle’ per la Banda del Buco

Ecco cosa cosa si nasconde nel sottosuolo di Napoli

di Ciro Sabatino 8 agosto 2015

Novecento cavità sotterranee, un milione di metri quadrati di sottosuolo praticabile, cinquantasettemila caditoie e centomila tombini. Sotto Napoli c’è un universo unico in Europa. E’ quello delle bande del buco, i Signori del Sottosuolo che ‘lavorano’ giorno e notte nelle viscere della città per poter entrare indisturbati in banche e gioiellerie.
Don Vincenzo, detto ‘o Fenomeno (Totò) le conosceva bene. E provò a spiegare i segreti di Napoli Sotterranao a Dudù (Nino Manfredi).  Nel film Operazione San Gennaro. La realtà non è molto differente.

L’ultimo colpo, ieri. 7 agosto 2015. Alle 9,30 in punto. Nella zona più ricca della città. Obiettivo: la gioielleria Bulgari. In via Filangieri.
Erano in quattro. E sono arrivati e scappati via dalle fogne. Portandosi dietro un bottino di mezzo milione di euro.
Inutile la caccia. Il sottosuolo di Napoli è un inferno di cunicoli e grotte nei quali ci si può solo perdere.
Eppure, da anni, ci sono bande specializzate proprio nella perlustrazione delle fogne. Vivono lì. Operano lì. Conoscono cavità e tombini come le loro tasche. E sanno come arrivare in punto esatto della città, muovendosi sotto le strade, i palazzi, i vicoli angusti di Napoli misteriosa. Come topi. Come fantasmi.

Le Bande del Buco
Nel 2013 i Carabinieri del Nucleo Subacquei di Napoli provarono a mappare le bande che si muovono nel sottosuolo. Ce n’erano almeno tre. Capaci di arrivare in ogni punto della città attraverso le fogne.
Secondo i militari si trattava di gruppi consolidati, legati tra loro da vincoli di sangue e abituati a muoversi ‘di sotto’ fin da bambini. Quasi fosse una tradizione di famiglia. Un ‘mestiere’ che si tramanda di generazione in generazione.
Contro questi criminali il Comune di Napoli aveva ingaggiato una guerra antica. La stessa planimetria fognaria era diventata un documento criptato. Rigorosamente top secret.
Eppure nessuno era riusciti a fermarli. Per loro non c’era mappa che tenesse. Anzi. Consideravamo le carte del sottosuolo come ‘poco attendibili’. Famosa la dichiarazione di un pentito che racconta l’attività della camorra sottoterra: “E’ un mestiere che si impara da ragazzi. Bisogna essere esperti di idraulica e ingegneria. E allenarsi. Tanto. Anche a non avere paura”.

L’Asta per i percorsi sicuri
Il 2013 è, dunque, l’anno chiave nella lotta alla criminalità del sottosuolo. Venne fatto un censimento delle ‘saittelle’ (così i napoletani chiamano i tombini), e vennero anche perlustrati duemila chilometri di fogne. Sotto c’era di tutto. Dalle carogne di cavalli alle carcasse di auto. Fino a centinaia di impianti elettrici abusivi, che davano corrente a scrocco, ai quartieri poveri della città.
Enzo Ciaccio in un bel articolo su Lettera 43 racconta l’equipaggiamento delle bande del buco. “Mascherine per il buon respiro – scrive Ciaccio – guanti enormi da miniera, potenti trapani a percussione. E poi, la fiamma ossidrica e gli stivaloni di gomma alti fino al ginocchio per proteggersi dai ‘morsi delle zoccole’, i grossi topi di fogna che qui sotto impazziscono e fanno denti acuminati che avvelenano mani e caviglie”.
Nel pezzo si racconta anche che “Ogni banda del buco cura i contatti con esperti in grado di elaborare e offrire in vendita le mappe e i percorsi sotterranei più convenienti per raggiungere dal sottosuolo le sedi da depredare. Spesso i piani più appetibili vengono proposti all’asta al miglior offerente”.
Insomma, c’è poco da fare. Il sottosuolo napoletano è un universo parallello, dove sarà difficile penetrare. E dove anche fare il ladro è una tradizione di famiglia da acquisire con pazienza e determinazione.

 

 

 

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