La Guerra dei Mondi, ecco alcuni brani del romanzo di H. G. Wells

di Gialli.it 21 settembre 2009

La Guerra dei Mondi di H. G. Wells è considerato uno dei primi romanzi di fantascienza. Apparve a puntate sul Pearson’s Magazine nel 1897. Un anno dopo fu pubblicato in un’unica edizione dalla casa editrice Heinemann.
Vi proponiamo alcuni brani del celebre romanzo. Quelli in cui la “cosa” arriva ad Horsell. Buona lettura.

L’Incipit

Alla fine del XIX secolo nessuno avrebbe creduto che le cose .della terra fossero acutamente e attentamente osservate da intelligenze superiori a quelle degli uomini e tuttavia, come queste, mortali; che l’umanità intenta alle proprie faccende venisse scrutata e studiata, quasi forse con la stessa minuzia con cui un uomo potrebbe scrutare al microscopio le creature effimere che brulicano e si moltiplicano in una goccia dacqua. Gli uomini, infini­tamente soddisfatti di se stessi, percorrevano il globo in lungo e in largo dietro alle loro piccole faccende, tran­quilli nella loro sicurezza d’esser padroni della materia. Non è escluso che i microbi sotto il microscopio facciano lo stesso. Nessuno pensava minimamente che i piú antichi mondi dello spazio potessero rappresentare un pericolo per gli uomini, o pensava ad essi soltanto per escludere la possibilità o anche solo la probabilità che esistesse sulla loro superficie una qualunque forma di vita. E cu­rioso ricordare alcune idee di quei giorni lontani. Gli abitanti del nostro pianeta si figuravano al massimo che su Marte potessero esserci altri uomini, forse inferiori a loro e pronti ad accogliere a braccia aperte una missione di civilizzazione. Tuttavia, di là dagli abissi dello spazio, menti che stanno alle nostre come le nostre stanno a quelle degli animali bruti, intelletti vasti, freddi e spie­tati guardavano la terra con invidia e preparavano, lentamente ma con fermezza, i loro piani contro di noi. E agli inizi del XX secolo si ebbe il grande disinganno.

La Scoperta

Di buon mattino, il povero Ogilvy, il quale aveva visto la stella cadente, ed era persuaso che un meteorite gia­ceva da qualche parte nella zona tra Horsell, Ottershaw e Woking, si alzò di furia con l’idea di trovarlo: e lo trovò, subito dopo lalba, non lontano dalle cave di sabbia. Il proiettile, nell’urto, aveva scavato un’enorme buca, la sabbia e la ghiaia erano state violentemente lanciate in ogni direzione sulla brughiera e sull’erica, formando cumuli visibili a due chilometri di distanza. L’erica, verso est, stava bruciando, e un sottile fumo azzurro saliva nitido contro il chiarore dell’alba.

La cosa giaceva quasi completamente affondata nella sabbia tra le schegge sparse di un abete che aveva fran­tumato cadendo. La parte scoperta aveva l’aspetto di un enorme cilindro di massa compatta, i suoi contorni erano addolciti da un’incrostazione spessa, scagliosa, di colore scuro. Aveva un diametro di circa venticinque metri. Egli si avvicinò a quella massa, stupito delle sue dimensioni e piú ancora della sua forma, perché la maggior parte dei meteoriti sono quasi completamente rotondi. Ad ogni modo era ancora cosí calda per il suo volo attraverso l’atmosfera da non consentirgli di avvi­cinarsi di più. Attribuiva il rumore insistente che si udiva dentro al cilindro al raffreddamento ineguale della sua superficie, perché ancora non gli era venuto in mente che potesse esser cavo.

Rimase li in piedi sull’orlo della buca che l’oggetto si era scavato, fissando il suo strano aspetto, stupito soprat­tutto dalla forma e dal colore inconsueti, e anche allora intuì solo confusamente che poteva non trattarsi di una caduta casuale. Il mattino era meravigliosamente calmo, e il sole, che si alzava sui pini verso Weybridge, era già caldo. Egli non ricordò di aver udito il canto degli uccelli: quel mattino, certo, non cera alito di vento, e gli unici rumori erano i lievi cigolii che venivano dall’interno del cilindro cinerino. Egli era assolutamente solo nella landa.

Poi, d’un tratto, si accorse con un brivido che una parte di quella specie di vernice grigia, di quell’incrosta­zione cinerina che ricopriva il meteorite, si stava stac­cando dall’orlo circolare dell’estremità che affiorava. Si staccava via in scaglie che cadevano sulla sabbia. D’im­provviso se ne staccò un grosso pezzo, che cadde con un rumore violento e gli fece saltare il cuore in gola.

Per un momento non riuscí a capire che cosa questo significasse, e, sebbene il calore fosse eccessivo, si calò nella buca vicino alla massa per vedere più chiaramente il fenomeno. Pensò anche allora che il raffreddamento del bolide potesse spiegare quel fatto, ma ciò che non rendeva plausibile quell’idea era che l’incrostazione si stava staccando solo sull’estremità del cilindro.

Allora si accorse che, molto lentamente, la sommità circolare del cilindro stava ruotando: era un movimento cosí graduale che egli lo scopri solo notando che una macchia nera, che cinque minuti prima stava accanto a lui, si trovava adesso dall’altra parte della circonferenza. Anche allora non capi che cosa questo significasse, finché non udì un cigolio soffocato e non vide la macchia nera balzare in avanti di qualche centimetro. Allora ebbe un lampo: il cilindro era artificiale — cavo — con una delle due estremità svitabile! Qualcosa dentro il cilindro ne stava svitando la sommità!

—   Santo Dio! — esclamò Ogilvy. — Lì dentro c’è un uomo, ci sono degli uomini! Saranno quasi bruciati! Tentano di fuggire!

Tutti ad Horsell

Nel pomeriggio, l’aspetto della landa era profondamente mutato. Le prime edizioni dei giornali pomeri­diani erano uscite a Londra con titoli a caratteri cubitali:

 

UN MESSAGGIO DA MARTE
WOKING CI COMUNICA UNA STORIA INCREDIBILE

e cosí via. Inoltre, il telegramma diretto da Ogilvy all’Ufficio Investigazioni Astronomiche aveva messo in subbuglio tutti gli osservatori del regno.

Sulla strada che passava accanto alle cave di sabbia c’era una mezza dozzina e piú di carrozze che erano venute dalla stazione di Woking, un carrozzino proveniente da Chobham, e una vittoria piuttosto ele­gante. Li vicino, c’era un considerevole mucchio di biciclette.

Una vera massa di persone, inoltre, doveva essere venuta a piedi da Woking e da Chertsey, nonostante la giornata afosa; cosí si era radunata una folla notevole: tra gli altri, qualche signora vestita a colori vivaci.

Il caldo era soffocante, non c’era una nuvola né un alito di vento, e non c’era altra ombra che quella proiet­tata dai pochi pini sparsi qua e là. Le fiamme tra le eriche erano state spente, ma tutta la pianura verso Ottershaw era riarsa fino all’orizzonte, e vi si levavano ancora sottili strisce di fumo. Un intraprendente pastic­ciere di Chobham aveva mandato suo figlio con un carretto di frutta e di birra.

La “cosa”

Una massa grigiastra e arrotondata, grande press’a poco come un orso, stava uscendo lentamente e fatico­samente dal cilindro. Come s’incurvò per emergerne e il sole la colpi in pieno, scintillò come cuoio bagnato. Due larghi occhi scuri mi stavano guardando fisso. Era rotonda e, se cosí si può dire, aveva un viso. Sotto gli occhi cera una bocca, i cui orli privi di labbra tremavano, si agitavano e colavano saliva. Il corpo ansimava e pulsava convulsamente. Una scarna appendice tentacolare si aggrappò allorlo del cilindro, un’altra ondeggiò in aria.

Coloro che non hanno mai visto un marziano vivo, possono difficilmente immaginare il bizzarro orrore del suo aspetto. La caratteristica bocca a V rovesciata, l’as­senza dell’osso frontale e del mento sotto la linea dritta del labbro inferiore, il tremito incessante della bocca, i gruppi di tentacoli da Gorgone, l’ansimare affannato dei polmoni in un’atmosfera inconsueta, per via della forza di gravità piú pesante sulla terra — soprattutto, la straordinaria intensità di quegli occhi immensi — pro­ducevano un effetto molto simile alla nausea. In quella viscida pelle scura cera un che di fungoso, e nella goffa cautela dei suoi lenti movimenti, qualcosa di indicibil­mente terribile. Fin da quel primo incontro, da quella prima occhiata, fui sopraffatto dal disgusto e dalla paura.

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