Wikileaks e Julian Assange L’uomo che svela i segreti

di Gialli.it 22 febbraio 2011

La sua vita fatta di messaggi criptati, di codici segreti, di nick name. E rappresenta solo la beffa, l’assurdo e il paradosso di un uomo che di mestiere svela segreti.
Lui è Julian Assange, fondatore e capo di Wikileaks, l’organizzazione internazionale, che come dice la parola stessa (dall’inglese “leak”, “perdita”, “fuga”) riceve e rende pubblici documenti molto scottanti, molto privati e molto segreti.

di LAURA CIOTOLA

Julian Paul Assange, classe ’71, australiano di origine, nasce come giornalista e programmatore, ma ci mette poco a capire d ache parte vuole andare.
Negli anni Ottanta con lo peseudonimo di “Mendax” diviene membro degli “International Subversives”,  un gruppo di hackers, e da allora la sua carriera nel “settore” è tutta in salita.
Vane le accuse mosse a suo carico per tentare di fermarlo.
Come la prima, quella del 1991, quando Assange viene arrestato per essersi infiltrato in importanti siti di telecomunicazione australiani, causando “qualche” danno. Ma la condonna per hacking, lascia il tempo che trova.
Nel 1992 è già fuori per buona condotta e lui, il pirata dell’informatica, è pronto a ripartire.
Nel 2006  inizia la sua vera sfida e questa volta i danni li fa per davvero.
Tra i promotori del sito Wikileaks, insieme al fidato Daniel Domscheit-Berg e un collettivo per lo più anonimo che tra i suoi membri annovera dei dissidenti cinesi, Julian ha un solo obiettivo: mettere in rete segreti di stato, militari, industriali e bancari.
Le sue fonti sono dovunque: nella gente che invia informazioni e che grazie alle alte tecnologie del sito rimane nell’anonimato e nei siti governativi e aziendali nei quali Assange e il suo entourage entrano facilmente e senza troppi complimenti.
I primi segreti inziano ad essere svelati, i primi documenti ad andare in rete: come il documento firmato dallo sceicco Hassan Dahir Aweys, che svela un complotto per assassinare i membri del governo somalo; come i documenti sulla guerra in Afghanistan o la gestione del campo di prigionia di Guantanamo.
Poi la chiusura del sito, nel 2008, per decisione di un tribunale californiano, in seguito alle accuse di diffamazione mosse dalla banca svizzera “Julius Bar”. Causa la pubblicazione di documenti che l’accusavano di evasione fiscale e reciclaggio di denaro sporco.
Il sito verrà riaperto poco dopo, per decisione dello stesso giudice che lo aveva chiuso.
I segreti dei governi e delle grandi aziende tornano ad essere minacciati da questo Peter Pan dell’informazione che ruba notizie ai potenti per diffonderle tra il popolo.
Ma perchè? Perchè questo gigante della rete ha deciso di sfidare siti e sistemi per rivelarne i contenuti? La risposta ci viene dallo stesso Assange che in un’intervista a Forbes (che lo ha nominato personaggio del Decennio) dichiara che spiare è un modo per stabilizzare le relazioni, per portare alla luce le organizzazioni che utilizzano la segretezza per nascondere atteggiamenti ingiusti.
Lui insomma è l’eroe, il difensore dell’ informazione e Wikileaks l’arma con la quale agisce.
E’ proprio Lei, la sua arma, la sua penna affilata, riprende a colpire. Dal novembre del 2010 vengono pubblicati numerosi documenti riservati, sull’operato del governo americano e inviati dalle ambasciate Usa di tutto il mondo al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

La pubblicazione dei documenti, contenenti, tra le altre cose, diverse confidenze su capi di Stato europei mandano l’America nel caos.
Il Dipartimento di Stato Usa accusa Assange di illegalità per il solo fatto di essere entrato in possesso di quegli atti e da più parti, il founder di Wikileaks, viene accusato di mirare alla sicurezza nazionale e mondiale.
Hilary Clinton, Amnesty International e Reporters senza frontiere lo accusano di mettere in pericolo vite umane (come quando divulga I nomi degli informatori afgani della Cia, poi esposti alla vendetta dei Talebani), ma la fredda replica di Assange è quella di sempre e cioè che questi argomenti sono solo l’alibi usato dal governo americano per nascondere il suo operato. Fatto sta, che i problemi per Julian Assange iniziano a diventare seri.
Le accuse, che prima si limitavano al suo operato “professionale”, adesso invadono anche la vita privata e nel novembre del 2010 il Tribunale di Stoccolma emette un mandato d’arresto nei suoi confronti con l’accusa di stupro di Anna Ardin e Sofia Wilen.
Il reato contestatogli sarebbe quello di aver avuto rapporti non protetti, seppur consenzienti, con le due donne e di aver successivamente rifiutato di sottoporsi ad un controllo medico sulle malattie sessualmente trasmissibili, cosa che in Svezia costituisce reato.
Il 7 dicembre Assange si costituisce e viene arrestato, per essere rilasciato su cauzione dopo 9 giorni di carcere.
Ma ormai la sua nave pirata è stata presa di mira.
Diversi sono gli attacchi hacker che si muovono all’indirizzo del suo portale per screditarlo, come quello organizzato da una azienda di consulenza informatica, che lavora in contatto con il governo USA e abilmente sventato dagli hacker Anonymous.

Purtroppo non è un buon periodo per Julius Assange e se da una parte, si contende il titolo con Mark Zuckerberg tra gli “uomini dell’anno” del Time, dall’altro viene abbandonato dai suoi maggiori finanziatori e Paypal congela tutti i trasferimenti finanziari destinati a Wikileaks nel rispetto di una politica aziendale che impedisce l’uso di pagamento online che incoraggi, promuova o facili attività illegali.
E non solo. Ad abbandonarlo, all’indomani dello scandalo sessuale di cui Assange è accusato è proprio il suo braccio destro di sempre, Daniel Domscheit-Berg. Quest’ultimo, che ha mal digerito certi atteggiamenti del “capo”, forse troppo autoritari e megalomania, non condivide l’operato del sito divenuto troppo “sotterraneo” e poco consono alla trasparenza radicale che Wikileaks vuole trasmettere. Daniel lascia il sito e firma un pamphlet, “Inside Wikileaks”, nel quale racconta la sua esperienza al fianco di Assange.
Rincorso da accuse e minacce Julian non si arrende, mostra i denti e mentre la vita degli altri diventa sempre più pubblica, la sua sempre più segreta.
In fuga perenne, il genio della rete, sposta di continuo anche i suoi server alla costante ricerca di una sede virtuale più adatta, ispirata a una libertà di espressione concreta e non solo proclamata.
Nel dicembre 2010, Wikileaks lancia sul social network Twitter l’operazione “I’m Wikileaks”, permettendo a migliaia di mirror di duplicarne il contenuto e impedirne oscuramenti.
E mentre noi restiamo in attesa di vedere fino a che punto potrà durare questo braccio di ferro tra i potenti della terra e un gruppo di hacker guidati da una mente geniale, l’opinione pubblica si interroga su quale sia il limite tra informazioni riservate e libertà d’informazione.

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