Kurt Cobain. “Quelle foto non vanno pubblicate”

E il web impazzisce per il no di Courtney

di Ciro Sabatino 1 agosto 2015

Era l’8 aprile di 21 anni fa, quando Gary trovò il corpo. Arrivò alla casa per installare alcune luci di sicurezza, e il cadavere era lì. Steso per terra. Che sembrava dormisse. A pochi passi un Remington M11, calibro 20. Il fucile a pompa che Dylan gli aveva comprato un po’ di tempo prima. Poi Gary trovò anche un biglietto. C’erano scritte un sacco di cose. Ma fu una frase che gli fece stringere forte le mascelle. “E’ meglio bruciare in fretta, che spegnersi lentamente”.
Gary non lo sapeva, ma quella era l’ultima bugia di Kurt Cobain. Il leader dei Nirvana. Il Sacerdote Nero della Generazione X.
La sua morte è ancora un mistero. E il ‘no’ alla pubblicazione delle ultime foto inedite, conferma che lo sarà per sempre. Un mistero. Un maledetto mistero.

Ci sono storie che non la smettono mai. Di urlare. Di raccontare. Di raccontarsi. Storie che rimangono aggrappate ad ogni cosa, come fosse fuliggine. Appiccicosa.
Quella di Kurt è la più vischiosa di sempre.
Cominciò 21 anni fa, l’8 aprile del 1994, e ancora oggi non si riesce a ripulire tutto. A liberarsene.
Kurt Cobain, l’icona grunge di diverse generazioni, si tolse la vita in un garage della sua casa sul lago Washington, che la primavera era appena cominciata.
Lo trovò Gary Smith. Un elettricista della Veca Eletric. Nella serra vicino al garage. Dall’orecchio un filo di sangue. Poi nient’altro. Solo quel maledetto fucile e il biglietto. “Questa lettera dovrebbe essere abbastanza semplice da capire”.
Gary capì. Almeno all’inizio, capì. Poi per ventuno lunghi anni su quella storia nessuno ci ha capito più niente, fino in fondo.
Suicidio? Omicidio? L’autopsia chiarisce poco. Si è sparato un colpo alla tempia. C’è scritto. E c’è scritto anche che in ogni litro di sangue Kurt aveva 1,52 milligrammi di eroina. Roba tre volte superiore al tasso di tollerabilità per qualsiasi essere umano.
E poi c’è scritto che Kurt si era sparato tre giorni prima. Il 5 aprile. Ma allora perché non c’è nessuna impronta sul fucile e sulla biro con il quale scrisse la lettera? E perché la suicide-note è evidentemente scritta da due mani diverse e con toni differenti.  E infine, perché quella strana coincidenza: carte di credito bloccate, il cui utilizzo fu tentato nei giorni tra il 5 e l’8 aprile, quando Cobain era già morto?
Quanti misteri intorno a quella scelta, Kurt. Nessuno riesce a crederti. Nessuno avrà mai voglia di crederti.
Poi arrivano Courtney e Frances e vanno a dire al giudice che le foto inedite sulla tua morte non vanno pubblicate. Perché? Ovvio che in queste ore le persone che non ti hanno mai dimenticato stanno impazzendo. Perché? Perché dire no a delle immagini che potrebbero chiarire qualcosa? Perché sollevare l’ennesimo polverone di accuse e dubbi? Un giudice di Seattle voleva riaprire il caso. Aveva creduto alla tesi di Richard Lee. Qualcuno t’aveva sparato, Kurt. Ma tua moglie e tua figlia dicono no. E il mondo impazzisce. C’è poco da fare.

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