“La Cia non uccise Che Guevara”

Secondo Felix Rodriguez l'ordine partì dal governo boliviano

di Alberto Sora 15 agosto 2015

La cattura di Che Guevara fu pianificata dalla Cia. Ma ad ucciderlo furono i bolivani. In America lo volevano vivo. Ecco l’ultima rivelazione di Felix Rodriguez, l’uomo che guidò la missione per eliminare l’Icona della Rivoluzione. E che in tutti questi anni ha cambiato versione almeno tre volte su quanto accadde quel pomeriggio del 9 ottobre 1967 in una piccola scuola di una villaggio a La Higuera. In Bolivia.

Sarà che son giorni di festa, sarà che in qualche modo bisogna sorridere a questo riavvicinamento tra Cuba e Stati Uniti. Sarà che non si rovina una data storica come quella che segna la riapertura di un’ambasciata americana a l’Avana. E allora non poteva mancare l’ennesima ‘rivelazione’ di mister Felix Rodriguez. L’uomo che uccise il Che. Ma che per anni ha detto tutto e il contrario di tutto su quella strana storia.
Intanto lui. Mica uno qualunque. Felix Ismael Rodriguez Mendigutia. Classe 1941. Professione: agente segreto. Nome in codice: non si sa. Ma si sa che guidò la Brigata 2506 nell’Operazione Baia dei Porci. Quella che avrebbe dovuto rovesciare il governo di Fidel nell’aprile del 1961 e che si concluse in un fallimento. In sessanta ore 1189 soldati americani catturati e 114 uccisi. Rodrigueze se ne uscì senza grossi danni. E la Cia lo ‘premiò’ affidandogli la cattura del Che.
Già Ernesto Guevara de la Serna. Lui non se ne stava mai tranquillo. Questo bisogna dirlo. Fatta la rivoluzione a Cuba non ebbe mai troppa voglia di godersi la fama di rivoluzionario. Lui la Rivoluzione voleva continuare a farla. Ovunque ce ne fosse bisogno. In Congo, magari. A sostenere i Simba. I fratelli marxisti che lottavano al fianco di Patrice Lumumba. O in Bolivia. Dove il nemico da abbattere era la dittatura di René Barrientos. L’uomo che tra il 1966 e il 1968 fece uccidere 800 persone e si mise al proprio fianco il criminale nazista Klause Barbie, che lo sosteneva nell’eccidio.
Il Che andò lì. Perché lì ce n’era bisogno. O forse perché lì c’era scritto che sarebbe morto. In fondo nessuno sfugge al proprio destino.

Quello che accade alla fine dell’estate del 1967 in Bolivia è un balletto di notizie che cambiano a seconda dei rapporti tra Cuba e gli Stati Uniti.
Di certo sappiamo che Ernesto non immaginava di incontrare tante difficoltà in una missione che lui considerava possibile. Pensavo di trovarsi di fronte un esercito male armato e poco equipaggiato. E invece si trovò a combattere con agenti scelti della Cia, che avevano pianificato la sua cattura nei minimi particolari.
“Sapevamo della missione – racconta Rodriguez – e sapevamo anche come catturarlo. Ma non c’era nessun ordine di uccidere. Che Guevara era più utile vivo. Sarebbe stato processato e quel processo sarebbe servito all’America per colpire al cuore Cuba. Fu Barrientos a volerlo morto”. Già. Forse è questa la vera rivelazione di Rodriguez. La Cia era convinta che Ernesto Guevara non avrebbe fatto fare una gran bella figura a Castro, e che la suo posizione era molto lontana ormai da quella di Fidel.  Perciò non conveniva ucciderlo.

Peccato che un po’ di anni fa aveva raccontato una storia completamente diversa. “Non eravamo in quella scuola per uccidere il Che. Ma all’improvviso ricevetti una telefonata. Capitano: 500-600. Era l’ordine dell’esecuzione. 500 era il codice che indicava il Che 700 significava vivo. 600 morto. Erano le 11 di mattina. Non potevo crederci. Lo uccidemmo nel pomeriggio. Prima di morire mi regalò la sua pipa”.
Ora Rodriguez, in un’intervista ad una radio americana, si rimangia tutto e torna sulla vecchia versione del rivoluzionario da catturare e non da uccidere. Perché  non si rovina una data storica come quella che segna la riapertura di un’ambasciata americana a l’Avana. Quest’è.

 

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