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Antonio Scattero, detto Jack

Antonio Scattero, detto Jack, nasce a Salerno il 29 agosto 1934. Figlio di un noto tipografo napoletano e di una astronoma salernitana, Jack trascorre la sua adolescenza a Napoli dove si laurea in Lettere (luglio 1958). Subito dopo aver discusso la tesi e senza neanche aspettare l’esito della Commissione parte per Parigi dove trascorrerà alcuni anni. Da Parigi si sposta a Buenos Aires (città nella quale aveva già soggiornato durante il periodo dell’Università, partecipando a degli stage di giornalismo). Ha 29 anni. E’ l’estate del 1963.

In Argentina Jack  entra a far parte di un movimento anarchico pacifista nel quale inizia la sua militanza politica. E sempre a Buenos Aires fonda un’agenzia investigativa al servizio dei familiari delle persone scomparse. Molti anni dopo (dal 1976, circa) la sua Agenzia diventerà un punto di riferimento per le famiglie coinvolte nel dramma dei desaparecidos.

Tra il 1963 e il 1978 la sua vita si divide tra l’impegno politico, l’attività investigativa e numerosi viaggi in diverse parti del mondo. In questo via vai Jack trova il tempo anche per intrecciare diverse, burrascose, storie d’amore e infilarsi i numerosi casini di cui non vale la pena parlare in questa sede.

Il suo destino cambierà definitivamente agli inizi del 1978. Jack ha 44 anni. E nel corso di un attentato dimostrativo, organizzato per la difesa dei diritti di Azucena Villaflor, vittima del Regime e fondatrice del movimento delle Madri di Plaza de Mayo, uccide un bambino. Per sbaglio. Per paura. O chissà.
E’ l’inizio della fine. Antonio Scattero viene arrestato e rimane vittima di un vile ricatto. I suoi carcerieri lo obbligheranno a passare dalla parte del regime militare di Jorge Rafael Videla Redondo.

Intorno alla fine del 1979 Jack entra ufficialmente nell’Unità Investigativa Antiterrorismo (UIA). Un organismo controllato dai Servizi Segreti argentini (SIDE) con sede a Berna. In Svizzera.
Scoprirà solo molti anni dopo che sono stati proprio degli agenti infiltrati della UIA ad organizzare la trappola dell’asilo di Buenos Aires. E a segnare la sua vita. Per sempre.

Dagli inizi del 1990, infatti, Antonio Scattero viene “ricoverato” in un Ospedale Psichiatrico di una località segreta. Ogni 24 maggio presenta regolare richiesta per essere dimesso. Ma la sua domanda viene puntualmente rigettata.
Muore, presumibilmente, il 24 dicembre 2010 per una aritmia maligna. Il suo corpo viene cremato. L’urna con le sue ceneri consegnata ad una sua nipote.

In questa pagina troverete tutte le notizie relative alle attività e al ruolo di Jack nella nostra storia.

Jack è un gioco. Ogni riferimento a cose, persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale.

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Napoli, tutti pazzi per Jack

Ha tenuto in scacco centinaia di persone. Per nove anni di fila. Ha fatto impazzire, litigare, innamorare, odiare e divertire decine di comitive, gruppi, squadre, team di appassionati di gialli ed enigmi. E ha avuto il suo momento clou una notte d’inverno in cui in un piccolo e sperduto borgo del Cilento (Sa) si sono ritrovate un centinaio di persone che, tra la sorpresa e lo stupore della gente del posto, cercavano solo lui: Jack. Il personaggio misterioso che ha dato vita (e nome) al rompicapo interattivo più coinvolgente di questi ultimi anni.
Ora, dopo una sosta di qualche anno, il gioco cult prodotto dalla società inglese Mystery Games e scritto da Ciro Sabatino ritorna e Napoli impazzisce. Centocinquanta iscritti. 77 giorni di gioco ininterrotto.
Vi raccontiamo l’ultima frontiera degli urban games dinamici: “Antonio Scattero, detto Jack”.

di SONIA T. CAROBI

Immaginate di trovarvi una notte, soli, davanti al Pc a dialogare con un vecchio signore che vi racconta una strana storia. Immaginate, poi, di stare seduti al tavolino di un bar, magari il giorno dopo, e ritrovarvi questo signore di fronte che vi offre una rosa rossa e dice di essere… morto.
Immaginate, infine, di ritrovarvi a capire troppo tardi che il racconto del vecchio signore non era semplicemente un “racconto”, ma qualcosa di vero, concreto, reale. E voi ci siete dentro. Fino al collo.

Ecco. Jack è un po’ tutto questo. Ma, ovviamente, molto di più. E quelli che hanno partecipato negli anni scorsi lo sanno bene.
Jack è finzione e realtà, è verità e menzogna. E’ qualcosa che cammina sulla lama sottile dell’impossibile “ma vero”. E solo chi c’è dentro può capire come e quando muoversi, agire, credere o non credere.

Insomma, un rompicapo per super appassionati di misteri che ora riprende le sue fila per puntare dritto al brindisi di dieci anni di onorata attività. Il gioco accompagnerà gli appassionati del giallo per due mesi e mezzo. Dal 24 ottobre fino all’8 gennaio 2017. Un grande mosaico i cui tasselli prenderanno forma, uno ad uno, lungo 77 giorni esatti. Ogni mese una tappa di avvicinamento. Si può puntare a vincere una fase del gioco o andare dritto verso la soluzione finale. Ci si può iscrivere da soli, in coppia o in squadra. E attenzione: il primo mese è gratis (fino al 24 novembre). Ci si iscrive online e si gioca. Se Jack piace entro la fine di novembre ci si iscrive definitivamente.

Chi è Jack?
E’ un collezionista. Di storie. Degli Altri. Misteri, casi insoluti, enigmi del passato. Una specie di archivio vivente di tutto quello che non  è mai stato chiarito fino in fondo. Solitario, umorale, colto. In pochi hanno visto il suo volto.

Cos’è Jack?
Un rompicapo. Un enigma che rode il cervello. Da nove anni. Jack si mette in contatto con chi decide di partecipare e spiega a cosa vuole giocare. Diciamo che lancia una sfida. Ma lo fa sempre in maniera scorretta. Una specie di partita a scacchi con un insopportabile sbruffone, che però vince senza barare.

“Jack” è alla sua quarta edizione, e finirà a gennaio. Si può puntare a vincere una fase del gioco o tentare la soluzione finale. Tempo massimo 8 gennaio 2017.

Si comincia a giocare via Internet. Via sms. Si mettono insieme tasselli, frammenti, schegge. Quindi cominciano i “contatti”, gli incontri, gli occhi che ti seguono, anche di notte. Poi, una volta al mese, davanti ad un buon bicchiere di vino, ci si guarda negli occhi. A caccia di una soluzione possibile.

Una semplice e-mail e comincia il gioco.
All’inizio sarà difficile capire anche dove Jack vuole andare a parare. Poi forse… una luce. Lontana. Nel buio.

Da notare che…
Ci si può iscrivere in qualunque momento. Il gioco comincia il 24 ottobre. Alle 22 in punto. Dopo sarà Jack a mettere in corsa i ritardatari. Ci si può iscrivere da soli, in coppia o in squadra. Bisogna decidere, almeno qualche sera, di trascorrerla insieme. Sapendo che Jack è sempre a disposizione degli iscritti. Chi decide di giocare con Jack scrive una mail o gli manda un sms, lui risponde. Anche di notte. Se ne ha voglia.

Ma non c’è solo Jack. Potrebbero esserci “altri”. Altri a cui Jack dà fastidio. E allora bisogna muoversi, curiosare, stare in campana, decidere di cercare. Il terreno di gioco è l’intera città (con alcune puntate facoltative in altre città della Campania).

Poi ci sono gli incontri mensili. Raduni per affrontare le diverse fasi del gioco. In questo senso va ricordato che Jack ha una storia ben definita e una serie di sottotracce che sono dei veri e propri episodi della storia. Chi si iscrive può decidere di partecipare ad uno o più episodi di Jack. O a tutto il gioco. Fino cioè all’8 gennaio. Un collegamento a Internet, un indirizzo di posta elettronica, un cellulare sempre attivo. Una squadra dinamica, che ha voglia di dedicare qualche ora a Jack. E poi: curiosità, molte cellule grigie, intelligenza superiore, grinta. Chi ha fatto The Game sa bene a cosa va incontro. Gli incontri mensili, Jack li annuncia di volta in volta. E conviene non perderseli, ma se ne salta qualcuno poco male…  Jack vi rimette in corsa.

Cosa serve

Jack ha una storia da raccontare. Una storia che parte da lontano. Una vicenda che lega destini e persone. Li intreccia, li allontana, poi torna ad aggrapparsi alle loro vite facendoli lentamente cadere nel baratro. La storia è un mistero, un enigma composto da mille tasselli, che vanno riposti uno ad uno in un mosaico maledetto. Non c’è parola, non c’è gesto, non c’è sguardo che non sia legato o riferito a quella storia, a quel mistero.

Chi ha scritto quella storia ha tessuto una tela complessa, intricata, intrigante.
Ha scelto le trame, le ha incrociate con cura, forse per sfuggire ad un unico vero pericolo: la mente umana, i suoi percorsi sorprendenti, le sue analisi inaspettate e imprevedibili.
Chi ha scritto quella storia sa che solo l’imponderabile può portare alla soluzione finale.

E ricordate: Jack sarà presente su Gialli.it con una pagina dedicata. Per cui molti aspetti della storia potrete seguirli direttamente sul nostro giornale.

Per info e iscrizioni cirosabatino@gmail.com oppure 334.5785712

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Hacker del KKR attaccano l’Argentina L’obiettivo ora è Maradona e la Federcalcio

Un attacco in piena regola. In una data simbolo. L’11 settembre. Solo che non ci sono stragi e morti ammazzati. Ma un’immagine, provocatoria, che brucia. Come fuoco.
Maradona con la maglia del Brasile sulla homepage del sito della Federcalcio Argentina.
E’ questo il nuovo attacco del KKR, i pirati informatici da mesi in lotta contro il governo di
Cristina Fernandez Kirchner.

di DIEGO PURPO

L’Argentina è in guerra. Una guerra informatica che dura, ormai, da diversi mesi. Da una parte il governo e le istituzione, dall’altra un gruppo di hacker locali, meglio conosciuti con la sigla KKR.
L’altra sera, 11 settembre 2009, l’ennesimo attacco.
I pirati informatici si sono divertiti a sostituire la homepage del sito della Federcalcio Argentina (www.afa.org.ar) con una una foto di Maradona, l’ex “Pibe de Oro” ed attuale ct della nazionale di calcio, con indosso la maglia del Brasile.
“Un’immagine vale più di mille parole” la didascalia. Un gesto che sottolinea il momento no vissuto dalla “Seleccion”, che ha messo a rischio la qualificazione ai mondiali 2010 in Sudafrica.
Il gesto, tecnicamente definito defacement o defacing, può sembrare quello di un tifoso deluso dalle prestazione dei suoi beniamini, ma, in realtà, si inquadra in quello che è un piano ben congeniato, che mira a indebolire l’immagine di una nazione, l’Argentina, ed i suoi organi di potere.
Le sue vere intenzioni il KKR leha ben dichiarate alle 19 del 13 Agosto scorso. In modo molto chiaro.
A quell’ora il sito ufficiale della città di Buenos Aires ha perso la propria pagina principale ed al suo posto è comparsa un’immagine raffigurante una radiografia del cranio del noto personaggio dei cartoni animati Homer Simpson.
Questa volta niente didascalia, ma una vera è propria dichiarazione di guerra.
Il KKR accusa il governo argentino di emanare “leggi retrograde ed infantili, che ogni giorno ci avvicinano al suicidio sociale”. In più il KKR chiede alla popolazione di ribellarsi e dire no al Impuestado Tecnologico, unatassa che sarà applicata a tutto il materiale tecnologico prodotto al di fuori della provincia della Terra del Fuoco, attraverso l’aumento dell’aliquota IVA.
Nello stesso “documento” il KKR si rivolge a tutti i defacer argentini invitandoli a colpire i siti con estensione .gov.ar, cioè i siti governativi argenti, al grido “se chiedono la guerra gliela daremo”.
Il risultato sono 27 violazioni. Ben 27 siti governativi argentini subiscono la stessa sorte: al posto della loro homepage appare la stessa immagine di Homer.
Le vittime del KKR non sono solo enti ed istituzioni. Non sfuggono all’azione dei “pirati argentini” siti di note aziende e multinazionali come PEPSI, UCR (operatore telefonico) ed il sito ufficiale della squadra di calcio del Boca Juniors.
Verrebbe da chiedersi quale sarà il prossimo obiettivo, ma la domanda più urgente è un’altra: come la prenderà Diego?

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Conto alla rovescia per Avatar

E’ atteso per il 18 dicembre, in tutto il mondo, il nuovo capolavoro di James Cameron.
Avatar, il cui trailer, é stato trasmesso , in anteprima, in 7 sale italiane si preannuncia un successo cinematografico.
Il film prodotto dalla Fox e girato in Australia ha avuto un costo di quasi 240 milioni di dollari.
A rendere spettacolare la pellicola sono gli effetti 3D e l’ambiente virtuale dato dal computer, per ottenere il quale James Cameron ha utilizzato tecniche come il performance capture (una sorta di motion capture potenziato) e delle cineprese HD 3-D che lui stesso assieme a stretti collaboratori ha aiutato a sviluppare.

di LAURA CIOTOLA

Tra i protagonisti principali di Avatar troviamo l’attore australiano Sam Worthington nel ruolo di Jake Sully, il personaggio principale. Zoe Saldaña interpreta Neytiri, l’alieno di cui Jake si innamora, mentre Sigourney Weaver é la dottoressa Grace Augustine, mentore di Jake; fra gli attori del film figurano inoltre Michelle Rodriguez e Giovanni Ribisi.
Il colossal, ambientato nel XXII secolo ha come scenario un pianeta chiamato Pandora, ricoperto da foreste fluviali e abitato da strane creature, i Na’vi.
Jake Scully, ex marine paralizzato dalla vita in giù, accetta di viaggiare su Pandora, per poter ricevere un corpo nuovo. Infatti gli uomini, non riuscendo a respirare l’aria di Pandora, creano gli Avatars, una razza ibrida tra gli umani e i Na’vi. Un ingegnoso meccanismo collega la mente del pilota-umano al corpo degli Avatars consentendo a Jack di avere un nuovo corpo.
Ma quando i Na’vi comprendono le intenzioni degli umani di voler invadere Pandora in cerca di minerali preziosi ha inzio una dura battaglia e Jack, mezzo uomo e mezzo alieno, deve scegliere al fianco di chi combattere.
Con Avatar, Cameron, ritorna sul grande schermo, riprendendo un genere a lui caro, la fantascienza.
Nel 1984 diresse Terminator, prima uscita di quella che divenne una fortunata saga cinematografica. Nel film, che ha come interpreti Arnold Schwarzenegger, Linda Hamilton e Michael Biehn, un robot, chiamato Terminator e proveniente dal 2029, entra in città per uccidere Sarah Connor al fine di impedirle di mettere al mondo il figlio John, destinato a diventare il futuro capo della Resistenza, contro un’immaginaria rete di supercomputer, Skynet, in grado di ribellarsi all’uomo e di sterminarlo grazie all’aiuto di un potente esercito di Terminator. Dopo un’estenuante fuga dal pericoloso robot, Sarah, rimane in cinta del soldato, venuto dal futuro, proprio per salvarla.
Il 1986 è invece l’anno di Aliens-Scontro finale, un film horror fantascientifico, che con i protagonisti Sigourney Weaver, Carrie Henn, Michael Biehn, Lance Heriksen continua la serie cinematografica di Alien iniziata, nel 1979, da Ridley Scott.
57 anni dopo il primo scontro con la razza aliena, l’astronave “Nostromo” viene agganciata da una navetta di salvataggio ed Ellen Ripley, unica superstite dalla precedente battaglia con gli extraterrestri, viene tolta dall’ibernazione e scopre che, nel frattempo, sul pianeta degli alieni è stata instaurata una colonia terrestre. Quando le viene chiesto di accompagnare una squadra di Marine spaziali sul pianeta, Repley, spinta dai continui incubi, decide di imbarcarsi su una nave, la Sulaco, alla volta della colonia insieme alla squadra. Al loro arrivo però non trovano nessun umano, bensì una miriade di alieni, mentre i coloni sono stati contaminati o sono morti. L’unica superstite è una bambina, Newt, che si nasconde nelle condutture d’aria.
Inizia uno scontro tra gli alieni (gli xenomorfi) e i marines, e anche se a duro prezzo Ridley l’ha vinta anche questa volta.
Dopo aver apprezzato i precedenti successi di Cameron, gli appassionati di fantascienza, che hanno già inforcato gli occhialetti 3D per vedere il trailer di Avatar, hanno cominciato il conto alla rovescia.

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Arte e Vampiri, nuove tendenze

Una volta la ricerca del sangue, non per scopi medici, era prerogativa dei vampiri. Oggi è l’arte ha chiedere “nuovi sacrifici”. Installazioni, tele, marmo, legno, metalli, ceramica e materiali tra i più vari. Nel corso dei secoli gli artisti hanno utilizzato e sperimentato di tutto per superare le frontiere dell’arte, per far giungere il proprio messaggio. Il proprio pensiero. Per comunicare. Nel 2009 alcuni artisti hanno deciso di andare oltre. Per alcuni forse troppo.

Marc Quinn. Classe 1964. Arte moderna. Giovane promessa britannica. Famoso per la sua scultura, installata sulla quarta colonna (fourth plinth) di Trafalgar Square, di Alison Lapper incinta (n.d.r. artist a britannica nata senza braccia). Ha deciso di andare oltre.

Andrei Molodkin. Classe 1966. Russo. Rappresenta, insieme ad altri connazionali, la Russia alla 53ª Biennale di Venezia fino al 22 novembre con «Le Rouge et le Noir». Lavora tra Parigi, Mosca e New York. Nelle sue opere appaiono chiari un pensiero e una denuncia politica. Ha deciso di andare oltre.

11 settembre 2009. National Gallery. Marc Quinn espone una delle sue ultime opere. L’ultima del genere. La scultura riproduce minuziosamente la faccia dell’artista. Il materiale utilizzato è il suo sangue. Raccolto e congelato. Per l’opera, Quinn si è ispirato ai ritratti di Rembrandt e ha suscitato grandi e contrastanti reazioni. Repulsione, ammirazione, sconcerto.  Indignazione per la cifra spesa per acquistare l’opera: 340 mila euro (300 mila sterline).

7 giugno – 22 novembre 2009. 53° biennale di Venezia. Andrei Molodkin espone la sua installazione multimediale ispirata alla Nike di Samotracia. Alla vittoria. Due sculture in vetro vuote. In una viene pompato petrolio come simbolo di potere e fonte di sopravvivenza del capitalismo. Nell’altra viene pompato sangue con la stessa tecnologia utilizzata nelle trasfusioni per salvare una vita umana. Il petrolio è stato prelevato dai giacimenti petroliferi della Cecenia.
Il sangue è stato donato dai soldati russi che stanno facendo il servizio militare sempre in Cecenia. L’opera è costata all’artista 80 mila euro.
Ma in fondo il sangue di un uomo valer molto di più.

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Dudù, professione truffatore

“Operazione San Gennaro” (anno 1966) è di fatto la storia tutta napoletana di Armanduccio Girasole (lo interpreta un Nino Manfredi spettacolare), noto nei vicoli del Quartiere Sanità come Dudù, ladro, truffatore, contrabbandiere, sciupafemmine, alle prese col colpo più grosso della sua vita.

di LUCA FALCONE

Eh, già, perché un giorno il vicolo risuona di voci. “Patane americane per Du-du-duicient lire ‘o chil! Patane speciali!” gridano gli amici. Ed infatti sulla sua terrazza Dudù vede arrivare davvero qualcosa di speciale: una californiana di nome Maggie, bellissima, che lo invita a cimentarsi nel furto del secolo: trenta miliardi di lire in oro e gioielli. Gelosamente custoditi in cattedrale, nella Cappella di San Gennaro, ed utilizzati per ornare la statua del santo durante la processione. Il famoso tesoro del patrono, insomma.

Dudù trasecola, ringrazia e declina: per qualunque Napoletano si tratta di un vero e proprio sacrilegio, un atto blasfemo che per chiunque l’abbia posto in essere non può restare privo di conseguenze terribili. Poi però un po’ il fascino di Maggie (Senta Berger è da infarto!), ma più che altro quello di un’immensa fortuna tale da renderlo una vera celebrità e da risollevare le sorti della povera gente del suo quartiere, che lui già sogna trasferita in blocco al Vomero, portano Dudù a chiedere consiglio a chi considera un vero e proprio padre: don Vincenzo “il Fenomeno” (è Totò, un fenomeno davvero!), il re di Poggioreale. Il quale gli consiglia di rivolgersi allo stesso santo e di chiedergli il  permesso.

E così entra in gioco l’altro protagonista del film: San Gennaro stesso! Mirabile il dialogo/monologo con la statua, durante il quale Dudù promette mari e monti e rinfocola addirittura la rivalità con santi che danno il nome ad intere città: San Marino, San Francisco, San Tropez! Ed infine, dopo quello che sembra il colloquio con un vecchio amico di sempre, interpreta il primo raggio di sole dopo la pioggia come un assenso. Il gioco è fatto, ora non c’è che da rubare il tesoro. E’ più facile a dirsi che a farsi, però! Le vicissitudini sono molte: uomini di Dudù arrestati, soci di Maggie morti per indigestione di cozze, ed infine, quando tutto riesce, Maggie stessa che, fregando tutti, scappa via con trenta miliardi di lire in borsa. Per Dudù è davvero troppo: tanto lavoro fatto ed in mano un pugno di mosche, e la sua mamma Assunta, che pure  lo ha allevato, che invoca contro di lui l’ira del santo.

Non può finire così! Ed infatti, grazie a don Vincenzo, Dudù blocca addirittura un aeroplano a Capodichino e cala sulla fuggitiva come un falco. L’ultimo fregatura però gliela assesta l’improvvisa e imprevista comparsa del cardinale Aloisio in persona, l’arcivescovo di Napoli: il tesoro torna al suo posto e Dudù si consola con l’abbraccio corale della sua stessa gente, quella a cui lui voleva far fare la bella vita, ma che lo porta in trionfo perché invece lo considera l’eroe che ha salvato il tesoro dai ladri.

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Il grande business degli Ufo A Roswell il primo parco giochi "alieno"

Un po’ di tempo fa da queste parti un contadino ritrovò strani oggetti. “I resti  – dice qualcuno – di una navicella extraterrestre caduta sulla terra”. In pochi giorni quei rottami furono sequestrati e le autorità diramarono un comunicato tranquillizzante nel quale si diceva che i reperti appartenevano ad un pallone meteorologico esploso in volo. Era il 1947. Su Roswell, una piccola cittadina nel Nuovo Messico, calò il silenzio. Un silenzio talmente rumoroso che nel giro di qualche anno il capoluogo della Contea di Chaves è diventato un luogo leggendario. E ora ci faranno il più grande parco giochi dedicato agli Ufo.

di CLARETTA MASCOLO

Circa cinquantamila abitanti, qualche gallinella che attraversa ancora la strada, un po’ di roulotte che vendono hot dog, qualche localino per ubriacarsi eppure questa sonnecchiosa cittadina è stata inserita da “Forbes” tra le 10 maggiori fonti economiche di ricchezza turistica degli Stati Uniti! In 50 anni pare che i turisti abbiamo versato nel circuito cittadino oltre 1 miliardo e 700 milioni di dollari.
E tutto grazie a quel benedetto Ufo.
Oggi, infatti, Roswell non conosce la povertà. Ogni dodici mesi qui arrivano da tutte le parti del mondo circa 100.000 turisti  che spendono 6 milioni di dollari all’anno. Invadono alberghi, comprano i gadget alieni più improbabili, partecipano all’elezione di miss Ufo, fanno la fila per entrare al Roswell Ufo Festival, si iscrivono alle diverse gare per il costume alieno più bello, leccano avidamente il ghiacciolo verde di Roswell e con il sorriso sornione evitano accuratamente di parcheggiare nel zone dove ci sono i posti riservati solo agli ufo!
L’amministrazione comunale non ci ha messo molto a capire il giochino e ha aperto ben tre musei ufologici,, ha venduto i diritti della propria immagine alla Coca Cola , e ha costruito una catena di fast food gestiti direttamente dal Comune.
E ora, dopo i festeggiamenti per l’anniversario della “manna aliena” ha annunciato al mondo che aprirà il primo parco giochi dedicato agli Ufo del mondo.
Il parco, cui è stato dato il nome provvisorio di Alien Apex Resort, sorgerà su un’area di 80 acri e offrirà diverse attrazioni: la città ha già ricevuto 245mila dollari per finanziare l’opera, che verrà però costruita e gestita da privati.
L’intera struttura costerà diverse centinaia di milioni di dollari: le montagne russe da sole potrebbero superare quota 100 milioni. Nonostante questi costi proibitivi, secondo l’esperto di urbanistica del comune Zach Montgomery, ci sarebbero almeno quattro grosse compagnie interessate all’affare. E il mitico McDonald ha già annunciato che impianterà un Fast Food tutto dedicato agli alieni.

Insomma che ci sia caduta o meno la navicella nel ranch del signor Mac Brazel, Roswell con gli Ufo ha fatto bingo. Ora non resta che aspettare l’apertura del parco. E benedire gli omini verdi che ci guardano. Da lassù.

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