Game of Thrones, le distanze ‘impossibili’

La Battaglia di Grande Inverno è finita. Ma l’atto finale per la conquista del Trono di Spade non si è ancora consumato. Manca un ultimo decisivo passaggio: la conquista di Approdo del Re, la presa della Capitale di Westeros.
Noi di Gialli.it, come tutti, probabilmente, ci siamo chiesti quanto tempo ci vorrà per portare gli eserciti guidati da Jon e Daenerys da Grande Inverno alle porte della Fortezza Rossa. E la risposta è risultata difficile e controversa.
Un mese forse. Ma sarebbe più corretto rimanere in un range temporale che va dai trenta ai novanta giorni. E vi spieghiamo perché.

Intanto, per chi non è espertissimo dell’universo immaginario creato da George R.R. Martin, bisogna dire che le vicende che abbiamo seguito lungo queste otto infinite e magnifiche stagioni, si svolgono tra due Continenti: Essos e Westeros, divisi dal Mare Stretto.
Il primo è il Continente Orientale dove era stata esiliata la Regina dei Draghi, dove c’è la terra dei Dothraki, le città libere e la magica Braavos, dove Arya deciderà di mettersi al servizio del Dio dai Mille Volti.  Il secondo è lo scenario principale della Guerra per la conquista dei Sette Regni. Il Continente Occidentale. La terra che ospita Approdo del Re, Grande Inverno e la imponente Barriera, fortificazione di ghiaccio custodita dai Guardiani della Notte.
Questo, in termini molto semplificati, è lo scenario nel quale si ‘muovono’ i protagonisti delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin.

Ora concentriamoci su Westeros. E ricordiamo che proprio zio George aveva dichiarato che il Continente fosse grande, più o meno, quanto l’America Latina.
Ad andarsene in giro per il web si ricavano anche le distanze tra un polo e l’altro del Continente. E molti sono convinti che, tra Dorne, penisola meridionale di Westeros, e Castello Nero, l’ultima fortificazione prima della Barriera, ci dovrebbero essere duemila miglia. Circa 3200 chilometri. Più o meno la distanza che intercorre tra Rosario, in Argentina e Manaus, in Brasile, sulle rive del Rio Negro. Per rimanere sugli esempi fatti da Martin.

C’è qualcosa che non torna.

Va bene che Grande Inverno e Approdo del Re, sono posizionate al centro delle terre del Nord e del Sud di Westeros, quindi, almeno sulla carta sono un po’ più vicine e unite da una ‘strada’ che semplifica e velocizza gli spostamenti.
Stiamo parlando della Strada del Re, il percorso che gli eserciti di Daenerys (quelli che non hanno preso la via del mare) dovrebbero avere intrapreso subito dopo la Lunga Notte contro il NightKing.
Ma le controversie cominciano proprio parlando di questa Strada.
Il cammino, infatti, è ufficialmente lungo duemila miglia. E allora perché già nella prima stagione del Il Trono di Spade si dice che ci vuole circa un mese per spostarsi da Approdo del Re a Grande Inverno? Sul web molti hanno fatto notare che in un mese si percorrono al massimo 400 miglia. Quindi la distanza tra le due città chiave di Game of Thrones supera di poco i seicento chilometri? Più o meno la distanza tra Napoli e Firenze? No. Questa teoria viene sconfessata dagli stessi protagonisti della Saga, che in ben due episodi dicono a chiare lettere che tra Approdo del Re e Grande Inverno ci sono mille miglia.
E allora qual è la verità? Quali sono le distanze reali di Westeros? Questo è un rompicapo veramente difficile da risolvere, e che si è complicato ancora di più nel passaggio tra i romanzi di Martin e l’adattamento della HBO.
Allora lasciamo ai lettori i commenti e le indicazioni più giuste per provare a stabilire con certezza il tempo che impiegheranno i nostri eroi ad attaccare Cersei e la Fortezza Rossa.

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Il Fantasma di Faber

Lo sentiamo. Sentiamo l’odore del fumo, anche se in casa, ormai, nessuno fuma più. E poi, le tende che si muovono, la sua presenza, dovunque.

E’ una storia stramba quella che Francesca De André racconta al Grande Fratello. Fa un po’ tristezza perché, forse, non c’era proprio bisogno, di farla una cosa del genere. La presenza nella Casa, intendiamo. La scelta di partecipare ad un format del genere della nipote del più grande cantautore italiano. Eppure la storia del fantasma di Faber fa anche un po’ tenerezza. Perché, forse, se c’era un ricordo, una presenza, una voce, capace di tornare in un luogo, e di evocare un passato, forse è proprio quello di Fabrizio De André.
Lui era un fantasma già in vita. Le sue canzoni erano carezze nella notte, e soffi, leggeri. La brace del sue sigarette, le volute di fumo, erano gli spettri che hanno accompagnato le notti di intere generazioni. E anche Marinella, Piero, Suzanne, la Città Vecchia, Via del Campo, la bambina con le labbra color rugiada, avevano qualcosa di ‘ finito’ che aveva a che fare con la morte ‘dopo’. Con ciò che non riesce ad andare via, che rimane, per sempre.
E allora, sentire Francesca parlare del nonno come un fantasma, stranamente, non ha infastidito nessuno. Quello era un racconto che tutti si aspettavano. Fabrizio che torna dalla nipote, che la ‘avvolge come in un abbraccio’, come racconta Francesca, e che ancora fuma in quella casa “lo sentimmo, lo sentì anche mia madre, e lui era morto da poco”, ci sta, e per qualche attimo il ricordo diventa emozionante e struggente. Anche al Grande Fratello.

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Leggere Il Trono di Spade

Game of Thrones è al sipario. Tre episodi e sulla Saga, riadattata per la Tv da David Benioff e D. B. Weiss, calerà una coltre di velluto rosso.
Sulle vicende degli Stark, dei Lannister e dei Targaryen sappiamo ormai tutto. Sappiamo tanto anche sui Sette Regni e sulla loro mitologia. E sappiamo anche che da un certo momento in poi la ‘fonte’ de Il Trono di Spade, e cioè Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, è stata ampiamente ‘tradita’. Gli showrunner della Hbo, insomma, hanno considerato che i tempi dello scrittore statunitense, non si adattavano a quelli dello show business, e hanno deciso di andarsene per conto loro. Oggi Game of Thrones è un caso unico. Terminato in Tv, non ha ancora un finale nei romanzi che l’hanno ispirato.
Ma la Serie sta finendo, e molti avranno voglia di leggere anche la Saga originale.
Abbiamo pensato di darvi una mano ad orientarvi in un altro intricatissimo pasticcio editoriale.
Il punto di partenza è che Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, oggi, sono una Saga composta da cinque ‘capitoli’. Cinque romanzi monstre, che in Italia, sono stati divisi in dodici volumi.
Martin ha annunciato di voler arrivare a sette (forse otto) capitoli. Intanto non ha ancora consegnato il sesto.
E allora meglio rimanere sul pubblicato e provare a capirci qualcosa.
I romanzi originali scritti e pubblicati sono, dunque, cinque.
A Game of Thrones, A Clash of Kings, A Storm of Swords, A Feast for Crows e A Dance with Dragons.

In Italia questi cinque ‘capitoli’ sono stati pubblicati da Mondadori a partire dal 1999, e sono stati divisi in dodici volumi:

Il trono di spade 
Il grande inverno
Il regno dei lupi
La regina dei draghi
Tempesta di spade
I fiumi della guerra 
Il portale delle tenebre
Il dominio della regina 
L’ombra della profezia
I guerrieri del ghiaccio
I fuochi di Valyria 
La danza dei draghi

Solo Successivamente la Mondadori ha deciso di ritornare alle divisioni di partenza (come negli Stati Uniti) e pubblicare, nella collana Urania, Le Cronache in cinque volumi.
Noi consigliamo la bella versione Deluxe, che rinuncia anche ai titoli originali, divide Le Cronache in Libro 1, 2 ecc. ecc. e soprattutto si può comprare in cofanetto, per le lunghe notti d’inverno.
Perché l’inverno sta sempre per arrivare, no?
Buona lettura.

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Ma chi è Azor Ahai?

Mancano tre episodi alla fine di Game of Thrones, eppure ancora girano nomi e vicende che sfuggono ai più. A tutti coloro, insomma, che si sono fatti travolgere dal caso mediatico dell’anno, ma non hanno avuto voglia, né tempo, di approfondire la Saga di Martin e l’adattamento televisivo di Benioff e Weiss.

Tra i pezzi mancanti dell’appassionato inesperto c’è un nome che gira in queste ore sui Social e il cui hashtag è diventato trend topic subito dopo il terzo episodio della Final Season. Il nome è quello di Azor Ahai, e secondo molti dovrebbe essere la chiave risolutiva de Il Trono di Spade.

Chi è? Un eroe leggendario vissuto circa 8000 anni prima di Aegon, e quindi dei fatti che stiamo seguendo in Tv.

Secondo la leggenda scritta da George R.R. Martin , Azor Ahai fu scelto dal dio R’hllor per riportare la Luce, sull’oscurità che copriva il mondo. E’ lui il Cavaliere scelto per combattere le creature della Notte.
Azor accettò il gravoso incarico e decise di forgiare una spada che gli avrebbe permesso di sconfiggere gli Estranei. Ci provò tre volte, e al terzo tentativo ottenne la Spada Rossa degli Eroi. La leggendaria Lightbringer, la Portatrice di Luce.
Fin qui la storia come la descrive Martin. Che aggiunge un particolare importante. Negli antichi libri di Asshai, è riportata una profezia secondo cui, dopo 5.000 anni dalla sua venuta, Azor Ahai dovrebbe rinascere per ostacolare una nuova Lunga Notte.

Nella serie televisiva la profezia viene ripresa da Melisandre, la quale sostiene che il leggendario guerriero ritornerà proprio nella Guerra dei Sette Regni. E sarà lui a porre fine all’inverno ormai arrivato.
Verrà il giorno, dopo la lunga estate, in cui le stelle sanguineranno e il respiro gelido delle tenebre scenderà e incomberà sul mondo. In questa ora terribile, un guerriero estrarrà dal fuoco una spada fiammeggiante. Quella spada sarà la Portatrice di Luce, la Spada Rossa degli Eroi, e colui il quale la impugnerà sarà Azor Ahai reincarnato. E di fronte a lei le tenebre fuggiranno”. Questo, più o meno sostiene Melisandre.
Il problema è che, dopo il terzo episodio, di Azor Ahai non c’è traccia. E i fan, sui Social, si sono scatenati a postare le teorie più improbabili sul nome dei “reincarnato”.
Jon Snow? La stessa Daenerys rinata proprio uscendo dalle fiamme? O, addirittura, Arya Stark, la più gettonata di queste ore? Difficile a dirsi. Evitiamo accuratamente di inoltrarci nella spinosa diatriba. Un dato, però, è certo. L’adattamento di Benioff e Weiss non è mai stato troppo fedele al testo di Martin. Potrebbe anche essere che nel finale di GoT Azor Ahai, non c’entri una beneamata. E andrebbe bene anche così.

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“Ecco lo Yeti”

E’ un po’ come se fosse una smart tv. 65 pollici. Solo un puntino più stretta. 81 per 38 centimetri. Questa è la misura precisa del piedone di uno Yeti.
E a testimoniare la scoperta non è il solito ricercatore sfigato che ha passato una vita a caccia  della creatura leggendaria che un po’ di tempo fa gironzolava sulle vette dell’Himalaya, ma un intero plotone dell’esercito indiano, che il 9 aprile scorso ha individuato le zampate, le ha fotografate e le ha sparate su Twitter, in pasto a sei milioni di follower, letteralmente impazziti. Eccolo, hanno scritto. A due passi dal campo base di Makalu, nel cuore gelido della Dimora delle Nevi, Asia Centrale, a un tiro di schioppo dal Tibet.

I ‘passi dell’abominevole uomo delle nevi’, al Barun National Park, ad un passo dal cielo.

Il tweet postato il 29 aprile fa decine di migliaia di like, e un botto di commenti increduli. Poi diventa virale, rimbalzando su tutti i quotidiani del mondo.
Era un po’ che lo scimmione non si faceva vedere.
Nel 1407 lo beccò un bavarese dal cognome impronunciabile, sulla catena degli Altai. Zona Mongolia, per intenderci. Qualche anno fa toccò a tre giapponesi che s’arrampicavano in Nepal occidentale. Scattarono tante foto (sarebbe stato strano il contrario) e postarono a tutta forza. Nessuno se li filò più di tanto.
In mezzo a questi due avvistamenti sette secoli di leggende, bugie, racconti meravigliosi, testimoni eccellenti. Da Zagor, a zio Paperone che pure ebbe, con il gigante di peluche, un incontro ravvicinato.
Ieri il post dell’esercito indiano. Che ha fatto scalpore. Ovviamente. E ha fatto schizzare a quasi sei milioni i follower del compassato account.
Lunga vita al vecchio caro Yeti.

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Satoshi’s Treasure

Una caccia al tesoro da un milione di dollari. Si chiama Satoshi’s Treasure (dallo pseudonimo dell’inventore della criptovaluta Bitcoin) e sta facendo impazzire il web. Poche ore, seimila iscritti (con le iscrizioni che sono ancora aperte), e un enigma da far girare la testa.
Si tratta, semplificando al massimo, di mettere insieme frammenti per ‘comporre’ una chiave. All’iscrizione, via mail, arrivano i primi indizi. Enigmi logici, quesiti matematici, crittogrammi. Alla risoluzione si ottengono i primi frammenti. Mille in tutto. E vince chi ne mette insieme almeno quattrocento.
Si gioca in squadra. E’ importante condividere informazioni, perché solo collaborando si può semplificare il rompicapo.

Naturalmente c’è già chi ha creato un software per risolvere gli ‘indovinelli’ e condividerli con gli altri. Quello che accadrà più avanti, quando ci si avvicinerà al traguardo è solo una faccenda di ‘etica’. Chi ha condiviso, ha sfruttato aiuti e indicazioni, potrebbe anche ‘tradire’ e tentare la volata da solo.

Il co-autore del gioco, Eric Meltzer, co-fondatore di Primitive Ventures, è entusiasta per il riscontro. E scherza quando gli fanno notare che il giochino ricorda Ready Player One di Spielberg. Il film di fantascienza distopico apparso l’anno scorso.
“In futuro – dice –  potrebbe anche essere lanciata un’App per tenere i giocatori sempre aggiornati”.  Per ora si gode il successo del Progetto, giurando che nessuno tranne lui, sa come si svilupperà il gioco.
Per iscriversi ecco il link.

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CR7 e il Mistero della Bugatti Nera

Ronaldo si regala la Voiture Noir, la Bugatti da 11 milioni di euro, ma sono in pochi a sapere che a quel gioiellino da 16 cilindri quadriturbo da 8 litri, in grado di erogare 1.500 cavalli e capace di toccare i 420 km/h, è legato uno dei più bei misteri del mondo delle auto da collezione. Il ‘Mistero della Bugatti Type 57 SC Atlantic” meglio nota come “Voiture Noire”, il diamante nero di Jean Bugatti, erede della casa automobilistica francese.
La storia è di quelle da ascoltare di notte, in un bar, magari proprio in uno di quei paesini del Basso Reno dove Jean morì, a solo trent’anni. Ed è una storia da viversi a ritroso. Cominciando dalla decisione di quelli di Molsheim, di produrre una supercar che ricordasse la vettura leggendaria prodotta prima della Seconda Guerra Mondiale, e progettata proprio da Jean Bugatti, e proseguendo lungo il filo di ottant’anni all’insegna di una vera e propria caccia al tesoro.

Già perché l’auto che sta per comprare CR7 è un omaggio ad una vettura scomparsa nel nulla nel 1940.
La Bugatti ne produsse quattro. E la seconda, quella uscita di fabbrica nel 1937, andò direttamente nel garage di Jean, che se la tenne per sé, lasciandola guidare solo ‘a qualche amica’. Poi la Guerra, l’invasione della Francia e la decisione di imbarcare i gioielli di famiglia su un treno in partenza per Bordeaux.
Neanche il tempo di capire quante auto fossero state caricate sul convoglio e proprio la Bugatti Nera di Jean scompare misteriosamente.
Distrutta sotto i bombardamenti? Venduta ad un facoltoso collezionista? O nascosta prima che i tedeschi potessero impossessarsene? Il mistero è tanto fitto che per quasi ottant’anni sono stati in centinaia a cercarla. Dando vita ad una caccia folle e testarda che però non ha mai portato a nulla.
Le ultime notizie raccontano che la Bugatti Nera possa essere in Belgio. Nascosta dall’uomo che riuscì a portarsela via proprio in quei giorni convulsi. Si tratta di una leggenda metropolitana, probabilmente. L’unica cosa certa è che se oggi qualcuno ritrovasse quel diamante, il valore stimato è di 100 milioni di euro. Altro che gli spiccioli sborsati da messer Cristiano, nei giorni scorsi.

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