Le Notti del Mistero

Napoli. A Maggio il Vomero si tinge di giallo. Per quattro mercoledì, in tutte le strade che si intersecano con via Scarlatti, spazio ai Murder Party e ai Mind Games. I giochi che sfidano l’intelligenza dei partecipanti e calano il pubblico in una vera e propria indagine di Polizia.
Quattro storie, quattro misteri. Tutti che ruotano intorno alla storia del Vomero e ai suoi protagonisti. A cominciare da Giovan Battista Della Porta che terrà banco mercoledì 4 maggio. Nel giorno del debutto de Le Notti del Mistero al Vomero.
Insomma: magia, alchimia, leggende e tanti delitti per restituire all’antico quartiere il fascino del mistero e di un genere letterario intramontabile: i gialli.
Le storie sono scritte da Ciro Sabatino e messe in scena dalla Compagnia di Stazione di Posta 108.
A raccontare dettagli e distribuire indizi la redazione del nostro webmagazine Gialli.it.
Organizzazione a cura di Patrizia Ciarnelli, di Lady Trix. In via Merliani, 22.
Sarà il Presidente di Commercio e Cultura a fare da padrona di casa a queste serate che si svolgono in strada e sotto le stelle del nostro Vomero.
Sarà sempre lei a trasformare le stradine che si intersecano con via Scarlatti in dei veri e propri salotti, dove trascorrere una serata all’insegna del fascino e del gioco.
Grande successo dell’evento sui Social. Si comincia il 4 maggio e si andrà avanti per tutti i mercoledì successive. Ogni serata proporrà una storia diversa e un caso insoluto tutto da risolvere.
Info e prenotazioni allo 081.5783992, o chiamando il 333.2845084.
Portatevi carta e penna, e armatevi di determinazione e spirito di osservazione. Le Notti del Mistero al Vomero sono una sfida alle proprie cellule grigie. Ma anche un modo per conoscere aspetti poco noti della elegante collina partenopea. I suoi segreti, i suoi misteri.
Ecco l’evento su Facebook.

 

 

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La beffa di Nessie

Sono quasi cento anni. E non smetteranno mai di cercarlo. C’è poco da fare il vecchio caro Nessie rimarrà la chimera di tutti gli appassionati di misteri e leggende.
L’ultima ‘operazione’ è in corso in questi giorni. Protagonista una società norvegese, la Kongsberg Maritime, che nel lago scozzese sta sperimentando una serie di nuove apparecchiature di ricerca. Ad oggi nessuna scoperta particolare. Tranne la testa del mostro. Quella del film Vita privata di Sherlock Holmes!

Le storie sono così. Si rincorrono, si intrecciano, si confondono. E poi Nessie e Holmes hanno sempre avuto qualcosa che li accomunava.
Quella dei giorni scorsi, però, è stata una sorpresa divertente e da raccontare.
Dunque. Una società norvegese decide di farsi un po’ di pubblicità tentando l’ennesima caccia, al mostro di Loch Ness.
Arrivano sul lago in pompa magna e si organizzano anche per fare il back stage di tutto il lavoro. Foto, filmati. Nulla passerà sotto silenzio.
Cercano nelle acque dolci dello strafamoso laghetto delle Highlands scozzesi convinti anche che se qualcosa c’è loro la troveranno.
Passa meno di una settimana e sui monitor delle attrezzature che scandagliano il fondale di Ness si delinea una strana immagine. Ha una testa, un collo allungato, un corpo… Dio santo, è lui! Un brivido corre lungo la schiena dei membri del team. Ce l’hanno fatta sul serio. Hanno trovato Nessie. O forse solo la sua carcassa.
Si scende. Col cuore in gola. Forse sono ad un passo dalla Storia.
Quello che riportano non è esattamente il mostro che venne avvistato per la prima volta nel 1930, ma una sua copia quasi perfetta. Una ‘macchina di scena’ utilizzata nel film di Billy Wilder “Vita privata di Sherlock Holmes”.
La produzione aveva perso quel giocattolino nel 1969. Il mostro che avrebbe dovuto terrorizzare l’investigatore più celebre del mondo affondò prima di andare in scena. E se ne dovette costruire un altro. Spostando anche le riprese in un set di uno studio cinematografico.
Se l’erano dimenticata tutti quella ‘finzione’ da cinema.
L’altro giorno rieccola. Un mostro ancora più finto di Nessie.
Applausi. Imbarazzo. Risate.
Fine della storia.

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Il giallo del ‘Giuditta e Oloferne’

Una nuova versione di Giuditta e Oleferne, a firma di Michelangelo Merisi da Caravaggio, è stata ritrovata in una vecchia casa di Tolosa grazie ad una perdita d’acqua della soffitta.
Era lì da 150 anni, dicono. E ora varrebbe 120 milioni di euro. Cifra da capogiro ma che non spaventa il Louvre pronto all’acquisto. Dicono.
Ma quel quadro è veramente di Caravaggio? Dopo il clamore di ieri molti esperti, soprattutto italiani, cominciano ad avere qualche dubbio. E sulla tela attribuita al pittore maledetto cala un’ombra lunga con venature di giallo. Vediamo cosa sta accadendo e quali sono le ipotesi che si rincorrono in queste ore.

Intanto la notizia
La tela, 144 x 173,5 centimetri sarebbe stato ritrovato due anni fa in una vecchia casa di Tolosa. Nel sud della Francia.
La scoperta avvenuta per caso. Una perdita d’acqua da una soffitta, un intervento per riparare al danno, e spunta il capolavoro. Giuditta e Oloferne. Un’opera che Caravaggio aveva già dipinto nel 1599, su commissione del banchiere Ottavio Costa. E attualmente esposta a Palazzo Barberini. A Roma.
Una seconda versione, dunque. Databile intorno al decennio 1600/1610. Forse proprio nel 1607. Quando il pittore era a Napoli ospite della marchesa Costanza Colonna.
Secondo gli esperti francesi quel quadro, nel quale Giuditta è vestita di nero (in quello esposto a Roma ha invece il corpetto bianco), sarebbe attribuibile a Michelangelo Merisi. Ed è in uno ‘stato di conservazione eccezionale”. Tanto che il governo francese avrebbe bloccato l’opera dichiarandola ‘tesoro nazionale’ e vietandone l’esportazione per trenta mesi. Il tempo di permettere al Louvre di trovare i soldi per acquistarla. Cifra pattuita, se il quadro si dovesse confermare un Caravaggio, 120 milioni di euro.
La notizia è stata data ieri in una conferenza stampa da una società d’expertise parigina. Ed il compito di spiegare ai giornalista di mezzo mondo che quel dipinto è di Caravaggio è stato assegnato ad Eric Turquin. Uno dei massimi esperti del pittore.
Fino a ieri sera gli hanno creduto in molti. In queste ore, però, il mondo accademico e quello degli esperti d’arte comincia a sollevare qualche dubbio.
Oltre ad una serie di caratteristiche del quadro, che anche ad un occhio non esperto, rimanda poco al Caravaggio cui siamo abituati, c’è il problema della ‘storia’ di quel dipinto.
Ed è su questo aspetto che comincia il giallo.

Intanto diciamo una cosa
Di una seconda copia di Giuditta e Oloferne si è sempre favoleggiato.
Anzi. Alcuni testi danno per scontata la sua esistenza. La seconda versione dell’opera realizzata nel 1599, fu realmente dipinta da Caravaggio mentre era a Napoli. Solo che il quadro scomparve all’improvviso e se n’era persa ogni traccia.
Secondo Turquin il quadro raggiunse Tolosa nel XIX secolo. Perché gli attuali proprietari sono dei discendenti di un ufficiale dell’esercito napoleonico che come si sa saccheggiò molte opere italiane, per portarsele in Francia.
L’opera sarebbe rimasta nascosta in soffitta proprio per evitare che Napoleone se ne impossessasse.
Fin qui tutto plausibile. Ma la controversia è un’altra. Dov’era la seconda versione di Giuditta e Oloferne ai tempi di Napoleone? A Napoli? A Roma? Questo è il mistero.
Quel quadro scomparve già ai tempi di Costanza Colonna. E qualcuno sostiene che non fu mai dipinto. O che quella fu proprio la tela che Caravaggio portò con sé, durante la sua ultima fuga, per tentare di ottenere la grazia papale e sfuggire alla condanna a morte per il delitto di Ranuccio Tommasoni.
Se questa ipotesi fosse confermata quel quadro varrebbe veramente un patrimonio. Altrimenti i francesi hanno preso l’ennesimo granchio. E va bene così.
Vi terremo aggiornati.

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Il mondo di sotto

Michail Kolvenik, nacque lì. Nelle fogne di Praga. Nella città sotterranea dove vagabondi, diseredati, clochard rispondevano solo agli ordini del Principe. Il Principe dei Mendicanti.
Ma Kolvenik non esiste. È solo un personaggio di Carlos Ruiz Zafòn. E’ solo il protagonista di “Marina” il best seller dello scrittore catalano. E, forse, non esiste neanche questa figura enigmatica che si fa chiamare Principe dei Mendicanti. Ma sicuramente esistono le città sotterranee, abitate da comunità di disperati che si muovono nelle tenebre, e nelle tenebre si sono ricostruiti l’esistenza.
Gialli.it ha deciso di farsi un viaggio all’inferno a caccia di queste comunità leggendarie per capire quanto c’è di vero sulle voci che dopo il romanzo di Zafòn circolano in rete. Da New York a Bucarest le storie che stiamo per raccontarvi lasciano senza fiato.

Sotto Manhattan c’è un mondo. Ci sono migliaia di caverne scavate in rocce metamorfiche che partono da Central Park e arrivano fino a Midtown, poi scendono nelle viscere della terra e risalgono nell’intersezione tra Battery e Canal Street. Su questo letto di pietra ci sono incastrati 52 miliardi di chilometri di tubi enormi, e sopra i tubi le fogne e le fondamenta di tutti i più grandi grattacieli della città. Un mondo. L’universo di sotto. L’inferno.

Mole People
E’ qui che si nascondono decine di migliaia di disperati. Sono i Mole People, gli uomini-talpa, gli homeless della Grande Mela che non hanno trovato un posto per vivere in superficie e hanno creato qui le loro comunità. Li hanno scoperti per caso un po’ di anni fa e da quale momento su queste comunità sono cominciate le leggende.
Sarebbero seimila.  Forse di più. Sarebbero senza nessuna identità, “invisibili”, scomparsi per sempre. La società li ignora. Molti li chiamano Uomini Talpa. E non sempre è gente alla deriva. Nelle viscere della Grande Mela si formano comunità, vere e proprie town remote ed impenetrabili con sentinelle, staffette, sindaci e ambasciatori. Nascono e vengono allevati bambini. Proprio come nel racconto di Zafòn.
Qualcuno ha trascorso interi mesi con loro. La fotografa Margaret Morton, ha documentato la vita degli uomini-talpa, e Jennifer Roth, una giornalista del quotidiano Los Angeles Times, per quasi un anno li ha seguiti, spiati, incontrati e studiati. Il risultato è stato un libro, The Mole People, che racconta una società sotterranea divisa in comunità dalle strutture molto definite, dove si eleggono sindaci e portavoce.
Ora però il sindaco di New York li ha fatti allontanare. Hanno provato a dargli anche dignitose sistemazioni e lì sotto sarebbero rimasti solo poche centinai di uomini talpa. Quelli pericolosi. Quelli che alle comunità hanno sostituito le sette e che forse il loro Principe ce l’hanno. Ma è meglio non parlarne.
E’ di ieri la notizia che molti di questi disperati vengono utilizzati in lotte clandestine all’ultimo sangue. Chi rimane vivo si guadagna qualche cassa di birra. Intorno a loro scommesse e video che finiscono su You Tube. Sono i “bum fighters” (combattenti vagabondi), homeless controllati da giovani teppisti statunitensi che hanno trasformato la loro disperazione in un vero e proprio business. Sotterraneo, naturalmente.

I sotterranei di Mosca
Dall’America alla Russia, il panorama non cambia di molto. Qui la scoperta è stata fatta da un gruppo de speleologi che prima per gioco poi in collaborazione con le autorità hanno scoperchiato un mondo sotterraneo ai limiti dell’incredibile. Secondo gli “Scavatori del pianeta sotterraneo”, sotto mosca ci sono intere comunità di ex detenuti, organizzati con le regole della prigione. Alcune sistemazioni sono dotate di radio, di televisione e di stufe. La gente cucina ed alleva bambini.
“Sotto la città – spiega Vadim Mikhailov che dagli anni ’70 studia il fenomeno – ci sono passaggi, camere di tortura e circa 150 letti di fiumi sotterranei allineati con i mattoni e la pietra bianca. Studiando la geologia e la muratura, i ricercatori hanno trovato i simboli di sinistra lasciati dai vecchi scavatori; potrebbero persino datare, approssimativamente, alcuni degli scoli. Ritrovamenti orribili inoltre sono stati fatti. Mentre studiava un vecchio fiume di Mosca, il Neglinka, gli scavatori hanno trovato mummie e crani umani”.
Di fronte a queste rivelazioni il governo ha reagito con una serie di rapporti che ora portano il marchio della massima segretezza. Il timore è che dal basso possa nascere un nuovo terrorismo.”Da lì sotto ci sono accessi segreti ai punti nevralgici della città – si legge in una nota del Kgb – e abbiamo deciso di collaborare con gli scavatori per capire il grado di pericolo cui è sottoposta Mosca”.

I bambini delle fogne
Il capitolo più doloroso del nostro viaggio è scritto a Bucarest.La Romania, infatti, è entrata a pieno titolo nell’Unione Europea eppure nelle fogne della capitale bambini senza nome sniffano colla e aspettano di essere venduti. Sono carne viva, inesistenti per l’anagrafe e per la società occidentale.
Qui ci sarebbe il maggiore collettore del mondo per il traffico di organi. Molti piccoli cadaveri senza arti sarebbero stati ritrovati nei sotterranei della città ma nessuno interviene e non esiste neanche un censimento del drammatico fenomeno. Quanti sono, chi sono? Impossibile saperlo.
Il mondo di sotto da New York a Mosca, passando da Bucarest ufficialmente non esiste. Ma il fenomeno si sta allargando a macchia d’olio.
Anche in Italia da qualche tempo fogne e meandri della metropolitana sembrano diventati terra di conquista di disperati o di balordi a cacci di emozioni estreme.
Un’equipe di speleologi sardi sul proprio sito racconta di aver trovato nel cuore della città inequivocabili tracce di messe nere, riti orgiastici e droga party. Uno speleologo torinese, ha invece raccontato che il centro di Torino è interamente percorso da strade sotterranee che uniscono i punti focali della città. Gli accessi sono difficili da raggiungere a meno che…  non si faccia parte di determinati gruppi.

Insomma laggiù qualcosa si muove. E quel qualcosa fa paura. Molta paura. 

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Lo strano segreto del primo Giallo Mondadori

Quasi novant’anni di delitti di carta, oltre tremila titoli che sono la summa del mistery mondiale e milioni di lettori appassionati che hanno comprato e conservato  gli unici libri che sono stati capaci di dare il nome ad un genere letterario: il giallo. Ora la collana fondata da Arnoldo Mondadori ripubblica il numero uno della strafamosa raccolta. La Strana Morte del signor Benson di S.S. Van Dine.
In onore di un ritorno così atteso noi di Gialli.it abbiamo scelto di raccontarvi uno tra i mille episodi curiosi che hanno segnato la più antica e gloriosa pubblicazione poliziesca del nostro paese: il mistero dei quattro refusi.

La data è luglio 1929. Il libro è La Strana Morte del Signor Benson.  L’autore è un certo Willard Huntington Wright. Qualcuno lo conosce meglio con lo pseudonimo di S. S. Van Dine.
Da un po’ di anni lo scrittore di Charlottesville nella Contea di Albemarle nel Commonwealth della Virginia (Stati Uniti d’America) miete successi con il suo Philo Vance. E Gino Marchiori, incaricato da Arnoldo Mondadori di varare la nuova collana dedicata al poliziesco, lo sceglie per il gran debutto.
Il romanzo appare in libreria al prezzo iniziale di 5.50 lire. Ha la copertina cartonata di colore arancione e l’illustrazione è racchiusa in un esagono.
La sorpresa per i lettori che corrono in libreria ad assicurarsi la prima copia arriva aprendo il libro. Tra le pagine si nasconde un piccolo volantino pieghevole. Si tratta della pubblicità di un curioso “gioco”. Il Concorso degli Errori.
In pratica il lettore viene invitato a scovare quattro refusi tipografici disseminati nei quattro romanzi previsti per aprire la collana: La Strana Morte del Signor Benson di Van Dine; L’Uomo dai Due Corpi di Wallace; Il Club dei Suicidi di Stevenson e il Mistero delle Due Cugine di Anna Katherine Green, una delle pioniere della detective story.
Trovati gli errori bisogna annotarsi il numero di pagina e poi sommare i quattro numeri. Il totale corretto dovrebbe corrispondere alla data di una importante decisione della Chiesa Romana.
Termine ultime per la consegna del modulo con le risposte il 31 dicembre 1929. Alle ore 18.
Il 2 gennaio 1930 un notaio di Verona dovrebbe consegnare al vincitore una busta con dentro un assegno di 5000 lire. Una cifra non da poco.
Insomma un’idea divertente per spingere i lettori a comprare tutti e quattro i primi titoli della neonata collana. Ma… qualcosa non va per il verso giusto. Nonostante si trattasse della gloriosa e serissima  casa editrice Mondadori di quel concorso non si è mai saputo più nulla. Buio pesto. Giallo. Appunto.
Quanti lettori parteciparono? Chi vinse? E soprattutto quali erano i quattro refusi annunciati nel volantino?
Un giallo nel giallo che a distanza di 80 anni rimane inesorabilmente “aperto”.
Verrebbe da chiudere con un classico: la polizia brancola nei buio. Ma è meglio un doveroso e sentito “Lunga vita ai Gialli Mondadori”.

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Craco, il paese fantasma

Case che sembrano facce. Volti scavati, occhi senza orbite che guardano il sonno dei calanchi.
Qualcuno dice che un po’ di tempo fa  tra quelle mura ci vivevano più di duemila persone. Oggi è solo silenzio che puzza di paura. Benvenuti a Craco vecchia. Il paese fantasma.

Siamo a mezz’ora da Matera, nella zona collinare che precede l’Appennino Lucano, a metà strada tra il mare e i monti. Craco è un pugno in faccia nella monotona bellezza di queste maestose architetture naturali che chiamano calanchi.

Non ci vuole molto a capire che questo paese di pietra ha dietro di se una storia millenaria, tramandata di padre in figlio e appiccicata a mura medievali che penzolano oblique dalle rupi creando merletti che Madre Natura si deve essere divertita molto a tessere.
Chi ha visto The Passion, il film di Gibson, non ci metterà molto a riconoscere i vicoli, le piazze, gli androni di quel borgo silente. Girarono qui anche Cristo si è Fermato ad Eboli. Perché se c’è un posto dove tutto si è fermato questo posto è qui. A ridosso del fiume Cavone, il grande corso d’acqua della Basilicata centro-meridionale, tra colline verdi e argilla, e a soli 391 metri sul livello del mare.
Anticamente si chiamava Graculum, che significa piccolo campo arato. Nel 1276 divenne sede universitaria e durante il regno di Federico II fu un importante centro strategico militare. Il torrione, che ancora campeggia severo sul punto più alto del borgo, dominava la valle dei due fiumi che scorrono paralleli, il Cavone e l’Agri, via privilegiata per chi tentava di penetrare l’interno.
Ma era un po’ come ne Il Deserto dei Tartari. Nulla e nessuno sarebbe arrivato a rompere quella quieta predestinata.
Nel 1799 un piccolo guizzo. Innocenzo De Cesare, di ritorno da Napoli con gli occhi ancora pieni di voglia di libertà, si mette alla testa di un movimento rivoluzionario che si propone “con sommosse e tumulti in tutta la regione di rompere i rapporti feudatari che caratterizzavano l’agricoltura del tempo”. Dura qualche settimana. Forse poco più. Poi a Craco la rivolta viene sedata nel sangue. Partita chiusa. Si ritorna al silenzio. Magico, penetrante. Che si rompe per l’ultima volta nel 1963. Quando il fragore assordante di una frana rompe la monotonia e si porta via una parte del borgo.
E’ l’inizio della fine. Il paese viene evacuato. Ma le case vengono definitivamente abbandonate con dolore e tristezza solo nel 1981.
Craco ripiomba in un silenzio che sembra una maledizione. E in pochi anni si conquista la fama di paese fantasma. In testa a tutte le classifiche delle Ghost Town del mondo. “Nelle sue vie deserte – scrivono gli appassionati di misteri – ogni notte risuonano strani rumori, echi di voci, grida terribili”. Sono gli spettri della memoria che si sono ripresi la loro Graculum. E che si sono fatti beffa anche delle secolare lotta al “maligno” che gli abitanti di questo paese hanno condotto senza sosta.
“Mettevamo al collo o al polso dei neonati – spiega Gianluca Pizziferri, studioso locale – un amuleto contro l’affascinatura. Dopo il battesimo, per strada, si gettavano ai bambini confetti, mandorle, castagne. Per buon augurio. Durante l’infanzia, che è l’età in cui il fanciullo era più sensibile agli influssi malefici, si praticavano riti vari di protezione magica: si facevano portare i talismani, si vietavano certi atti, come il guardarsi nello specchio e si prescrivevano numerose altre interdizioni”.

Ci avevano provato i vecchi che volevano bene a questo borgo. Ma messer Destino non deve aver apprezzato più di tanto. “Craco – dice Michele Ascoli un altro studioso locale – è un fiore reciso allo stelo che china lentamente la sua corolla”. In silenzio.
Un consiglio? Bisogna andarci tra queste mura. Bisogna camminare tra questi vicoli ed entrare in queste case per capire fino in fondo cosa significa la parola mistero.

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I cinque segreti di Napoli

Ci sono dei posti. Posti che uno gli viene di andarci.  Almeno per una volta. Così. Per curiosità.
Sono posti che ti saltano in testa all’improvviso. E non ci perdi neanche il tempo di chiederti il perché. Erano nascosti nella mente. Da qualche parte. Acquattati dentro un ricordo.  In una sala polverosa dell’ippocampo, nel corridoio dei ventricoli laterali. Confusi in un database da quattro soldi, che probabilmente avevi chiamato “Varie”. 

Ci sono posti che ti viene da andarci. E ci vai. Sul serio. Ci vai. Magari solo per.
Ma non c’è niente. Non ci sono. Scomparsi, cancellati dal tempo, travestiti da qualcos’altro. Spariti. Sarebbe bello fare un piccolo viaggio virtuale, in quei posti. Tirare giù un percorso, un itinerario del cavolo. I luoghi che non ci sono più. Ma c’erano. Giuro. C’erano.

Comincio io. Poi, se vi va…

Via Depretis, 72
“Cara mamma, sono all’albergo Bologna, in via Depretis, 72, a Napoli. E’ abbastanza buono e molto pulito. Personale quasi tutto bolognese. Ho una stanza discreta. Oggi me ne daranno una migliore…”. Dorina Corso deve aver sorriso mentre leggeva questa lettera. La data è il 23 febbraio 1938. L’albergo Bologna. Bah! “Speriamo almeno che gli cambino stanza”.
Non c’è stato il tempo, signora.  Ettore Majorana è scomparso un mese dopo. Svanito. Nel nulla.
Insieme all’Albergo Bologna di cui non si hanno più tracce. Al 72 di via Depretis c’è una saracinesca sprangata. Il “Bologna è chiuso da prima del terremoto”. Dicono quelli del posto. Ora nelle stanze che ospitarono Maiorana c’è l’annona del Comune di Napoli.

Via Tasso, 484
Lucania possiede, senza figurarne proprietario, un edificio sito in via Tasso 484, Vomero, Napoli. Lucania pagò l’immobile cento milioni di lire. Occupa uno dei due appartamenti all’ultimo piano, lussuosamente arredato. Risulta proprietario certo Carlo Scarpaio, ma in realtà non lo è. Lucania abita qui dal giugno 1952”. Guardia di Finanza il 5 maggio 1953. Verbale a carico di tal Lucania Salvatore, detto Lucky Luciano.

Riviera di Chiaia, 250
“I, their eldest child, was born at Naples, and as an infant accompanied them in their rambles… “. A Napoli? Si. A Napoli. Che sarà mai. Victor Frankenstein nasce alla fine del Settecento a Napoli. Dove? Sulla Riviera di Chiaia. Lo dice Mary. E non mi sembra il caso di mettersi ad indagare.
“Era figlio di Alfonso – mi spiega la signora mentre le guardo nella scollatura – un influente uomo politico ginevrino, appartenente a una ricca e antica casata nobiliare, e di Caroline Beaufort, a sua volta figlia di un vecchio amico di Alfonso, un tempo ricco uomo d’affari poi caduto in disgrazia, e morto in solitudine”. Bene. E perché proprio a Napoli? “Perché – risponde paziente – c’era stato mio MARITO. Dormiva al 250 di Riviera di Chiaia”. Mi scusi. Non sapevo. Che fosse sposata.

Via Crispi, ***
“Inizialmente gli esterni li giravamo a Parigi. Poi la produzione si trasferì a Napoli. La vostra città assomigliava di più alla Parigi di Simenon che la stessa Parigi contemporanea”. Se lo dice lui chi si permette di obiettare. Udite, udite: Mario Landi, il regista della serie televisiva Le Inchieste del Commissario Maigret trasmessa in Italia dalla RAI dal 1964 al 1972 e interpretate da Gino Cervi, dice che Napoli è meglio di Parigi. Lui il suo Maigret preferiva farlo passeggiare su via Crispi. E sempre in quella strada il mitico Jules si fermava, faceva l’ultima boccata di pipa e poi si infilava in un cancelletto per rientrare a casa. Casa sua. A Napoli. Scoprite qual è quel cancelletto e vi vorremo bene per sempre.

Discesa Gaiola
“Se il nome Barelli è inventato, dobbiamo aspettarci che lo siano anche quelli di Emilia e Gennaro Lucca: Watson vuole proteggere la privacy di Barelli, ma a Posillipo certamente tutti sapevano che la figlia di Barelli era fuggita con un uomo”.
Ha ragione Enrico Solito a farsi queste domande. In fondo lui è uno dei maggiori esperti di Holmes in Italia. E se c’è uno che si deve fare certe domande è senz’altro lui. Per noi la cosa è più semplice e immediata. Se c’è un racconto di Doyle che parla di Napoli. Se la protagonista di questo racconto (Il Cerchio Rosso), dice di essere nata a Posillipo. Anzi. Di essere nata a Posilippo. Con due pi.  Noi andiamo lì e tentiamo di capire. Una risposta possibile? La signora Lucca deve essere nata nei terranei “Case dei Marinai”, che si trovano tutt’oggi sulla discesa a scalinata confinante con la proprietà ora Ambrosio. Oppure nella Casa Rossa, una villa un po’ più distante. Casa Rossa, Cerchio Rosso. Conan Doyle non aveva tanta fantasia. Sic!

Cinque posti. Abbiamo cominciato noi. Vediamo se siete più bravi.

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Quell’orologio che gira al contrario

Piobbico. Svelato il segreto dell’orologio che gira in senso antiorario e che incuriosisce da secoli turisti e amanti del mistero.

Girava al contrario. E alla gente faceva strano.
Il tempo che va all’indietro. Che ripercorre vite, ricordi, amori, dolori, risate.
All’indietro. Senza fermarsi mai. A segnare il tempo. Ma non quello che verrà. Quello che è già stato.
Stiamo parlando dell’Orologio di Piobbico. A pochi passi da Pesaro e Urbino. Nel cuore delle Marche. Senz’altro uno degli orologi più curiosi e inquietanti del mondo. Uno dei pochi orologi europei che segna il tempo in senso antiorario. Al contrario, insomma.
Per secoli è stato un mistero. La gente del posto, i turisti, si chiedevano perché, come mai, come potesse essere possibile.
E le ipotesi erano decine, centinaia. Le più stravaganti. Molte delle quali, ovviamente, sfociavano nel mistero, nell’esoterismo.
Poi, d’un colpo, la risposta. La verità. O almeno, una prima verità. Quella di Renzo Fiorani. Uno studioso del Centro di Cultura Popolare di Ostra Vetere. Che dopo tanti anni sembra essersi avvicinato in maniera seria alla risoluzione del misterioso caso dell’Orologio della torretta del Castello dei conti Brancaleoni.
“L’Orologio al contrario – dice secco Fiorani – fu una scelta ideologica dei conti”. Nessun errore, e meno che mai nessun mistero, insomma. Sul loro palazzo realizzato nel ‘500 alla confluenza dei fiumi Biscubio e Candigliano, i conti Brancaleoni hanno voluto proprio un orologio “straordinario / che cià le sfere piene de maggia / e ffa camminà ‘r tempo all’incontrario”.
Un orologio che spiazzasse il tempo, e le convenzioni comuni. Gli stereotipi, le gabbie mentali. Solo magia e ‘provocazione’. Lancette che vanno contro un’idea, quella del tempo, che secondo gli stravaganti aristocratici andava messa in discussione.
Si tratta di una ‘scoperta’ importante per Piobbico. Ma anche per un piccolo pezzo di storia italiana.
Realizzato alla fine del ‘500 per i conti Brancaleoni, infatti, l’orologio che ha due lancette che girano in senso opposto, era considerato un vero e proprio mistero. Che ora ha, finalmente, una spiegazione plausibile.
Quello di Piobbico non è l’unico ‘orologio al contrario’ d’Europa.
Ce n’è uno simile a  Praga. E’ quello della vecchia-nuova sinagoga e del vecchio municipio ebraico ‘zidovske radnice’. E ce n’è uno anche a Firenze. Si tratta dell’Orologio della Controfacciata, o Orologio di Santa Maria del Fiore. Opera di Paolo Uccello, segna il tempo muovendosi in senso antiorario e viene regolato con l’ultima ora del giorno sul Tramonto e non con la mezzanotte.
E poi ce n’è un altro ancora. Che non è rinascimentale. Ma appartiene ad uno dei Tempi della cultura punk londinese. Il 430 di King’s Road. A Londra. Il negozio di Vivienne Westwood, la strafamosa stilista inglese, che su quella strada trent’anni fa ha realizzato una vetrina sperimentale sulle tendenze e sulla moda dell’avanguardia britannica.
E per segnare il tempo, ha scelto un orologio… al contrario. Naturalmente.

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Chi ha rubato l’auto di 007?

Neanche il tempo di mandare in soffitta il discusso episodio numero 24 della serie 007, e l’Aston Martin presenta già l’erede  della DB10 che abbiamo visto in Spectre.
DB11, naturalmente. 608 cavalli, cambio automatico sequenziale a 8 marce, 322 chilometri orari, per un mostro da 200mila euro tondi tondi.
Eppure, nonostante il fascino portentoso delle ultime creazioni della casa automobilistica britannica c’è
 ancora chi si chiede che fine abbia fatto, invece, la vecchia cara DB5, sparita 18 anni fa e mai più ritrovata.
Ecco la storia più incredibile di James Bond. Il furto della sua auto più bella.

Se la portarono via in una notte di giugno del 1997. Meglio che lo diciamo subito, così uno non sta nervoso.
L’avevano parcheggiata in un hangar di un piccolo aeroporto della contea di Palm Beach. In Florida. Bocca di topo. Così lo chiamano, l’aeroporto di Boca Raton. E nessuno sa realmente perché.
Era lì. La DB5 di Golfinger. Con i suoi parabrezza e vetri anti-proiettile, la paratia posteriore blindata a scomparsa per proteggere meglio 007 dalle pallottole di eventuali inseguitori, il generatore di cortina fumogena, gli spargi-olio nascosti dietro ai gruppi ottici posteriori, il dispositivo in grado di spargere acuminati chiodi a 3 punte, le targhe (inglese, svizzera, francese) facilmente alternabili tra loro e, soprattutto, le comodissime mitragliatrici Browning calibro 30 piazzate dietro gli indicatori di direzione anteriori, a pochi centimetri dagli altrettanto comodi bracci telescopici dei mozzi delle ruote che trasformano i pallettoni in lame rotanti.
Auto da sogno. Funzionale, superaccessoriata. E coperta da un telo nero che lo capivano tutti quanti che quella era l’auto di 007.
Ecco. Era una mattina di giugno di 18 anni fa quando se la portarono via. E poche ore dopo, sulla scena del delitto, c’era solo una lunga catena con tanto di gancio, che partiva dall’angar e finiva sulla pista d’atterraggio. Lo strano indizio fece pensare, a qualcuno, che qualcun altro si era tirata la DB5 fino ad un aereo pronto per il decollo e se la fosse portata via per sempre.
Ardita ipotesi. Pensò la Polizia di Palm Beach. Che in quanto a indagini non è che fosse proprio preparatissima. Fatto sta che l’hanno cercata per 17 anni. E proprio l’anno scorso hanno chiuso il caso. Il furto della DB5 è stato archiviato come Cold Case. Giallo irrisolto. E ciao ciao.
A noi non resta che seguire le acrobazie di una delle sue nipotine, la DB10, appunto, e ricordarci di Lei, e di quanto cazzo era bella.
L’aveva guidata Sean Connery in Goldfinger e in Thunderball. Poi l’avevano messa all’asta e battuta per 3.328.000 di euro. A portarsela a casa  era stato l’americano Harry Yeaggy.
Ma neanche il tempo di farci un giro e… puff. Scomparsa nel nulla.
Queste auto meravigliose. Son come le donne. Se ne vanno. Punto.

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L’ultima verità su Jack the Ripper

Sull’orrore di Whitechapel, spunta l’ennesima ipotesi. Ma questa volta anche gli esperti vacillano. Dietro i cinque delitti più famosi della storia ci potrebbe essere un marito geloso. E un omicidio studiato a tavolino. Per mesi. Per anni.
Ecco il segreto di Francis Spurzheim Craig, l’uomo che potrebbe essere Jack the Ripper.

La storia la conosciamo tutti. Fin troppo bene. Cinque omicidi in tre mesi e oltre un secolo di misteri, di ipotesi fantasiose, di errori e di accuse impossibili.
L’orrore cominciò il 31 agosto del 1888. Alle 3.45 del mattino. Nel quartiere nero di Whitechapel. A Londra.
La prima vittima si chiamava Mary Ann Nichols, 44 anni, prostituta. La testa quasi completamente decapitata, l’intestino fuori dal ventre, i genitali devastati. L’Inghilterra rimase senza fiato di fronte a tanta ferocia. Ma l’incubo non si fermò. Otto giorni dopo fu la volta di Annie Chapman. Un’altra prostituta trovata uccisa al 29 di Hanbury Street. Sempre nell’East End della Capitale. Londra aveva il suo serial killer. E Scotland Yard non sapeva neanche da dove cominciare. Jack lo Squartatore si faceva beffe della polizia e continuava ad uccidere.
Il 30 settembre Elizabeth Stride e poche ore dopo Catherine Eddowes, meglio conosciuta, a Whitechapel, come Kate. Quattro prostitute in trenta giorni. Sembrava finita, ma 39 notti dopo, arriva l’omicidio più efferato. Mary Jane Kelly viene ritrovata nel suo letto, al 13 di Miller’s Court. La gola squarciata, il volto mutilato, il petto e l’addome aperti, gli organi interni sparsi per tutta la stanza. Un orrore senza fine. Ma anche la più grande sconfitta del corpo di polizia di sua maestà la Regina d’Inghilterra.
Per oltre un secolo poliziotti, criminologi, scrittori, storici hanno tentato di dare un nome all’uomo che si faceva chiamare Jack the Ripper, ma fino ad oggi il suo volto è rimasto uno dei pià grandi e incredibili enigmi della storia.
Ora, però, spunta un’ipotesi che sembra plausibile. E parte proprio dall’ultima vittima dello Squartatore. Mary Jane. La più bella di tutte. 25 anni, occhi azzurri e una voce meravigliosa che sembrava potesse cambiarle la vita. Poteva diventare una cantante Mary Jane. E invece finì nei meandri di Whitechapel a fare la prostituta.

Mary Jane e un marito geloso
La chiamavano ‘Fair Emma’, per via del colore chiarissimo della sua carnagione, o ‘Ginger’ per i capelli rossi. Ma di lei nessuno sapeva veramente niente.
Era irlandese, dicevano. Veniva da una famiglia di onesti lavoratori e aveva sette fratelli. Ma soprattutto aveva avuto un marito. Ecco. È sull’identità dell’uomo che la sposò quasi bambina che ora si appunta la nuova e incredibile ipotesi su Jack lo Squartatore.
A riportarla, in una serie di articoli apparsi in questi giorni sulla stampa internazionale, è Wynne Weston-Davies, un chirurgo inglese che sostiene di essere un parente della Kelly.
L’uomo avrebbe scoperto ‘tracce’ dell’esistenza di un marito della bella Mary Jane, e grazie ad alcuni disegni e lettere, di aver capito che quest’uomo è, in realtà, Jack lo Squartatore. Ma non è, non fu, un serial killer. Non uccise per follia. Uccise per seguire un piano studiato a tavolino. Colpire sua moglie, di cui era follemente geloso, e depistare le indagini con quattro omicidi che potessero far pensare ad un assassino seriale.
Si chiamava Francis Spurzheim Craig. Ed era un giornalista. Di cronaca nera.
Secondo Wynne Weston-Davies, questo è un particolare decisivo. Perché solo un esperto di crimini e di indagini poteva sapere bene come creare un ‘falso caso’. Come costruire una notizia che avrebbe eccitato la fantasia dei giornali, allontanandoli da una verita dolorosa e banale.
Craig si uccise che aveva 51 anni. Tagliandosi la gola nello stesso modo con il quale aveva fatto con le sue vittime. E ora il chirurgo che sostiene di essere un lontano parente della quinta vittima e di possedere un disegno che raffigura Jack the Ripper in tribunale, che segue tranquillamente il caso sul serial killer di Whiatechapel, ha deciso di chiedere la riesumazione del cadavere della bella Mary Jane, per dimostrare la sua parentela con la donna e far riaprire un caso chiuso da un secolo.

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