Gialli sui laghi

Il premio letterario Giallostresa cambia nome e da quest’anno diventa Gialli sui Laghi. Vi si concorre, fino al 25 agosto, con racconti inediti di genere giallo ambientati su un lago, in lingua italiana. Il racconto vincitore verrà pubblicato sulla collana Giallo Mondadori.

Stresa. Solo un cambio di nome per il premio ideato dalla giornalista Ambretta Sampietro. Giallostresa diventa Gialli sui Laghi, e si avvale delle prestigiose collaborazioni di EWWA (European Writing Women Association) dell’Associazione Turistica Pro Loco di Stresa e del Distretto Turistico dei Laghi.
Il racconto vincitore verrà pubblicato sul Giallo Mondadori. Si concorre con racconti inediti di genere giallo ambientati su un lago e redatti in lingua italiana tra le 15.000 e le 30.000 battute, spazi compresi. In palio numerosi premi, pernottamenti e cene offerti dalle strutture del Distretto Turistico dei Laghi, del comune di Avigliana, di Mendrisio, biglietti per un’anteprima al Cinestar di Lugano, alla serata di apertura del Festival del Film di Locarno 2016, gite e libri. Al vincitore anche un quadro di Carlo Conte, al miglior racconto ambientato nel Distretto del laghi andrà un’opera grafica dell’artista Lucio Alberto Maria Maggio e alla miglior scrittura femminile verrà conferito un premio speciale EWWA. L’annuncio dei finalisti verrà fatto a Stresa in settembre e la premiazione sarà in autunno a Varese in collaborazione con il Premio Chiara.
C’è tempo fino al 25 agosto per concorrere, i racconti dovranno pervenire via mail a giallisuilaghiewwa@gmail.com e alla Pro Loco di Stresa in sei copie cartacee corredate dal Certificato di Partecipazione (CdP), che si può trovare nelle ultime pagine di Il Giallo Mondadori (triangolino in basso a sinistra nella pagina con i redazionali della collana) e dai dati personali e una breve biografia. A valutarli sarà una pre-giuria composta da Alessandra Bazardi, agente letteraria, Lilli Luini, scrittrice e da Ambretta Sampietro ideatrice e organizzatrice del premio. I quindici finalisti verranno sottoposti a una super giuria composta dal presidente Franco Forte, direttore editoriale del Giallo Mondadori, scrittore e editore, dalla scrittrice Mariangela Camocardi e dalla traduttrice e consulente editoriale Carmen Giorgetti Cima.

 

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Napoli. Arriva l’Escape Room

A Napoli aprirà il primo settembre. Ma in mezza Italia le Escape Room sono diventate una vera e propria moda già da un anno. Ecco cosa sono le “stanze di fuga” che stanno facendo impazzire gli appassionati del giallo.

Intanto partiamo dalle origini. Le Room Escape nascono come una sorta di trasposizione dal vivo dei vecchi videogiochi in cui l’obiettivo finale era cercare di scappare da una stanza chiusa raccogliendo quanti più indizi possibili. A convincere gli ideatori che questo tipo di videogame potessero essere realizzati anche nella realtà è stato, comunque, il successo  di Crimson Room di Toshimitsu Takagi. Da questo momento le Escape Room sono diventate una “sogno realizzabile”.
I primi esperimenti consistevano nella presentazione di una stanza completamente ‘sigillata’ che si presentava come una vera e propria trappola.  I giocatori venivano chiusi all’interno e porta di uscita era bloccata da vari lucchetti. Per aprirli e uscire bisognava risolvere decine di enigmi. Ogni enigma sbloccava una serratura.
Oggi le Escape Room hanno introdotto una storia e un’ambientazione (ce ne sono di diverse anche legate alla storia delle città dove vengono aperte, per permettere agli appassionati di ritornare più volte).
Anche l’obiettivo non è più necessariamente la fuga ma vengono proposte sfide diverse o secondarie totalmente slegati dall’apertura della semplice apertura della porta d’ingresso. Trovare un tesoro, disinnescare una bomba, scoprire un assassinio.
A Torino la prima. Che si chiamava Intrappola.To. Ed è stata ideata da un pubblicitario e da un ingegnere gestionale. Ci si iscriveva via internet e veniva assegnata una password con la quale presentarsi, all’ora stabilita, davanti ad una porta chiusa nel quartiere di San Salvario. Digitato il codice si poteva finalmente entrare. Da quel momento sessanta minuti di tempo per risolvere una serie di quiz logici e potrer uscire dal locale.
Dopo Torino è arrivata Rimini. Poi Milano. Dove ce ne sono addirittura nove. A Roma due con tre stanze e un tema di grande sucesso come “I misteri del Vaticano” e CSI.
Il primo settembre si apre a Napoli. In via Diocleziano. Nel quartiere di Fuorigrotta. Si entra in dieci. E il biglietto dovrebbe costare intorno ai 15 euro a componente della squadra. Anche a Napoli un’ora esatta di gioco. Ancora nessuna notizia sulle ambientazioni scelte dagli organizzatori.

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Il Tesoro di Fort Beach

52 monete d’oro, 110 d’argento, 12 metri di catene d’oro e bottoni preziosi per un valore stimato di circa un milione di dollari. Ecco il tesoro della Flotta spagnola scomparsa nel nulla 300 anni fa e ritrovata in Florida dal più grande cacciatore di relitti di tutti i tempi: Eric Schmitt.

Affondarono trecento anni fa. Nella notte tra il 30 e il 31 luglio del 1715. Undici vascelli carichi d’oro partiti da Siviglia e diretti a Cartagena e Portobelo in Panama. Facevano parte di una flotta voluta dal governo spagnolo per trasportare preziosi dalle indie occidentali verso la spagna, navigando insieme per difendersi dagli attacchi dei corsari francesi. Scomparvero nel nulla durante un uragano sulla rotta che dalla Florida le avrebbe poi ricondotte in Spagna. E da quel momento nessuno le aveva più ritrovate. Poi la clamorosa sorpresa, firmata da Eric Schmitt, l’uomo che le aveva cercate per anni. La ‘Capitana’ della flotta era a soli 4,5 metri di profondità, a 305 metri al largo dalla spiaggia di Fort Beach, in Florida.
“Una giornata come tante altre – racconta Schmitt – ma verso le nove e mezza del mattino abbiamo visto spuntare una moneta d’oro sul fondale illuminato dal sole. I nostri sub hanno iniziato a spostare la sabbia, e si sono trovati davanti uno spettacolo da togliere il fiato”. Un milone di dollari in monete d’oro ad un passo dalla spiaggia. Come fosse una specie di scherzo del destino.
Tra i reperti rinvenuti anche una moneta rarissima d’oro chiamata Tricentenaria Reale, coniata per il sovrano di Spagna, Filippo V.
Secondo le dichiarazioni di Schmitt alla stampa americana, solo questa moneta varrebbe almeno 500.000 dollari.

Claudio Bonifacio, triestino che da una vita vive a Siviglia, e considerato uno dei massimi esperti di tesori sommersi, tra il XVI e il XIX secolo, dopo la notizia del ritrovamento in Florida ha dichiarato: “Sono 4000 i galeoni, vascelli e fregate che naufragarono nelle acque di Spagna, Portogallo, Messico, Cuba, Colombia e Filippine, trascinando con sé i loro carichi dal valore oggi inestimabile. Settecento di questi sarebbero carichi d’oro all’inverosimile. La caccia è appena cominciata e non finirà così presto. Anzi. Non finirà mai.”

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La tomba della strega bambina

Aveva tredici anni ed era alta poco meno di un metro e mezzo. L’hanno seppellita con la faccia all’ingiù. Come si fa con le persone ‘diverse’. Che fanno paura. Ora la sua tomba sarà visitabile. E tutti potranno vedere cosa hanno fatto settecento anni fa alla strega bambina.

Albenga. La portarono definitivamente alla luce nell’autunno dell’anno scorso, nell’area archeologica di San Calocero, alle pendici del monte San Martino, a pochi passi da Savona. Ma lo staff di archeologi diretti dal professor Philippe Pergola del Pontificio istituto di Archeologia cristiana e finanziato dalla Fondazione Nino Lamboglia, ci stava già lavorando da tempo.
Un sito archeologico, una strana tomba, e una scoperta clamorosa. Dentro, ad una profondità superiore alla media “perché non potesse mai e poi mai rivedere la luce” una ragazzina di appena tredici anni. Altezza stimata: un metro e 48. Caratteristica inedita e agghiacciante: la bambina era stata sepolta a faccia in giù. Come si faceva, un tempo, solo per le persone indegna. Inutile dire che neanche il tempo di annunciare la notizia ai giornali e già per tutti era la ‘strega bambina’. Uccisa, forse, in un periodo precedente al 1300 (saranno le indagini al carbonio 14 a stabilire l’esatta datazione di quella orribile morte) e sistemata in una fossa profondissima seguendo un rito che in quell’epoca era riservato solo alle streghe. Le donne destinate all’oblio eterno.
Ora quel sito sarà finalmente visitabile, ma lo staff di archeologi che ha lavorato allo scavo ha anche tentato di dare qualche chiarimento sulla misteriosa posizione della bambina.
“Abbiamo trovato – raccontano gli archeologi Stefano Roascio ed Elena Dellù – tracce di anemia nel cranio della piccola. Si deve essere trattato di una malnutrizione durante i primi anni di vita che le provocava continui svenimenti o crisi epilettiche.  Da qui a pensare che l’epilessia fosse la prova della possessione diabolica il passo deve essere stato veramente breve”. Ed ecco la reazione popolare. Feroce, inesorabile. La bambina potrebbe essere stata prima uccisa, poi sepolta con un rito che all’epoca veniva assegnato solo ai suicidi e agli assassini, ma anche agli assassinati, col timore che tornassero a vendicarsi.  O alle streghe, il cui spirito, nelle credenze popolari, fuoriusce dal sepolcro, dopo la morte, per partecipare ai sabba. La violenza e la dolorosa beffa, per un periodo che non potremo mai più camcellare dalla nostra storia.

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I cani ‘sentono’ i fantasmi

Arriva dall’America l’ultima novità in tema di fantasmi. Volete sapere se nella vostra casa ci sono spettri? Facile. Basta seguire con attenzione i vostri animali domestici. Cani e gatti sarebbero in grado di avvertire qualsiasi presenza paranormale. Parola di veterinario.

Lui si chiama Allan Soter. Vive in Alabama, in un piccolo paesino a pochi passi da Birmingham. 72 anni portati una favola e cinquanta dedicati solo ed esclusivamente agli animali. Faceva il veterinario mr. Soter. E già durante la sua attività un pezzettino del suo tempo se lo teneva per uno studio che era diventato anche una vera e propria ossessione. Allan Soter era convinto che gli animali domestici, in particolare i cani e i gatti, avvertissero la presenza di fantasmi meglio di qualsiasi macchinario da Ghost Hunter.
Per un po’ di anni lo avevano preso in giro un po’ tutti. Poi, dopo la pensione, Soter ha deciso di investire i suoi risparmi e il suo tempo per trovare conferme alle sue convinzioni. E ora, pare, che qualcuno stia cominciando a prenderlo sul serio.
“Sappiamo tutti – spiega Allan Soter – che i nostri amici a quattro zampe hanno sempre avuto capacità telepatiche e premonitorie. Negli anni novanta Rupert Sheldrake, autore del libro “Freeing the Spirit of Enquiry” filmò il comportamento dei cani quando il padrone era fuori casa, e dimostrò che quando questi si preparava a tornare, il comportamento dei cani cambiava. Ad una certa distanza gli animali sono consapevoli delle nostre azioni. Ci sentono”.
Partendo da questa premessa Soter ha approfondito i suoi studi e intensificato i suoi esperimenti e si è accorto che cani e gatti hanno anche facoltà extrasensoriali che gli permetterebbero di avvertire la presenza di spettri nelle nostre case.
“Quante volte – insiste Soter – vi è capitato di vedere il vostro cane guardare nel vuoto o ringhiare senza che in casa ci sia il benché minimo motivo di allertarsi? Ecco, io sono partito da questi strani comportamenti e mi sono accorto che c’è sempre un motivo per il quale i nostri fidati amici si innervosiscono”.
E allora, senza perdersi d’animo Allan Soter ha cominciato ha seguire tutte le notizie pubblicate in rete su presunte case infestate da spettri nel suo Stato. “Trovo una casa invasa da fantasmi – spiega – e ci porto il mio setter, o la mia gattina. E filmo tutto”.
L’ultima registrazione mostra chiaramente la piccola siamese di mr. Sotter che corre in un’antica casa di Birmingham, da una stanza ad un’altra, come impazzita. E ad un certo punto, al centro di un grande salone si blocca e comincia a ‘soffiare’ al nulla.
Il video ha incuriosito decine di agenzie di acchiappafantasmi che ora hanno deciso di utilizzare anche i cani nel loro spettrale mestiere.

 

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Amy Whinehouse. Il film

A settembre, nella sale italiane, il docu-film dedicato ad una delle più belle voci della musica mondiale: Amy Winehouse. La pellicola, firmata dal pluripremiato regista inglese Asif Kapadia, è stata già presentata a Cannes, ma in Italia è ancora inedita’. Conviene prenotarsi.

La trovarono che mancavano sette minuti alle quattro. Di pomeriggio. In un letto sudato al 30 di Camden Town. Due passi dalla prima casa di Charles Dickens.
Era il 23 luglio del 2011.
Stop and Go. Dissero. Ti fermi, ti rifai dopo un po’, e te ne vai. Al creatore.
Aveva 27 anni. Scassata fino all’inverosimile. Lei che era stata una delle donne più belle della musica rock, finì dritto dritto nel Clb della J27. In compagnia di Brian, Jimi, Janis, Jim. In compagnia di tutti quei musicisti ‘maledetti’ che si bruciarono la vita a 27 anni.
Un destino scritto in un’iniziale. E la beffa è che lei, Amy Whinehouse, la J l’aveva pure nascosta bene. Nel secondo nome. Nel nome che aveva voluto darle il padre. Jade.
Ora sulla sua vita, sulla sua ‘strana’ morte, e sulla parabola che la portò fino all’ultimo gradino dell’inferno, è pronto un film: Amy. The Girl Behind the Name. Una sorta di lungo documentario, firmato da regista inglese di origini indiane  Asif Kapadia, che aveva già direto il docu-film di Ayrton Senna. In Italia uscirà il 15, 16 e 17 settembre, ma l’opera è già stata presentata a Cannes, scatenando la rabbia della famiglia della cantante.
La Winehouse di Kapadia è un mix tra Kurt Cobain e Marilyn Monroe. Fragile, persa, predestinata al successo e alla conseguente rovina. Ma, secondo molti è anche un po’ Lady Diana, sempre inseguita dall’industria del gossip e vittima del grande circo dei paparazzi.
Kapadia la presenta con un occhio impietoso. I suoi uomini –il marito e il padre – ne escono come approfittatori o per lo meno come testimoni incoscienti della sua rovina. E al termine dei 128 minuti di documentario il paragone con giganti come Billie Holiday a Janis Joplin è inevitabile.
Hanno collaborato al documentario Mitch Winehouse, il padre di Amy e la Amy Winehouse Foundation, oltre a Raye Cosbert, il suo manager per la Metropolis Music. I suoi amici stretti, dopo il funerale avevano deciso di non parlare più della sua storia e non volevano essere coinvolti, ma a poco a poco, il team ha riconquistato la loro fiducia e Juliette Ashby e Lauren Gilbert le sue amiche di sempre e il suo primo manager Nick Shymansky hanno infine accettato di collaborare con testimonianze e video.
Finale assegnato ad una frase che sembra scritta da un destino beffardo e cattivo: “Non penso che diventerò mai famosa. Non lo potrei reggere. Diventerei pazza”.

 

 

 

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Festivaletteratura di Mantova

E’ stata presentata l’altra sera, nella tradizionale cornice di piazza Leon Battista Alberti, la XIX edizione del Festivaletteratura di Mantova. 360 eventi che animeranno  da mercoledì 9 a domenica 13 settembre 2015, le piazze del meraviglioso centro antico lombardo.

Chiusura affidata al Premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa. Ma si preannunciano interessanti alcuni approfondimenti, molto attuali. Come il focus letterario sulla Grecia, che al Festival verrà affrontato da tre scrittori appartenenti a tre generazioni diverse: Alki ZeiPetros MàrkarisChristos Ikonomou, e l’incontro tra il premio Nobel sudafricano Wole Soyinka e Romano Prodi, più volte negoziatore Onu in Africa.

Le atmosfere livide del grande Nord saranno protagoniste degli incontri del Festival dedicati al giallo. Jo Nesbø e Peter May i ritorni più attesi della prossima edizione, ma la curiosità degli appassionati del genere sarà catalizzata dalla presenza di David Lagercrantz, lo scrittore svedese che si è assunto l’onere di dare un seguito alla trilogia Millenium di Stieg Larsson.

Tanto giallo anche nel programma ragazzi: Carlo Lucarelli, Marco Malvaldi, Marilù Olivae Andrea Vitali saranno chiamati, con l’aiuto di Luca Crovi, a parlare dell’autore per loro più importante nella storia della letteratura noir e poliziesca.

Tra i giallisti italiani che prenderanno parte quest’anno al Festival segnaliamo – oltre a Lucarelli e a Marilù Oliva – Maurizio De Giovanni; Massimo Carlotto, che festeggerà in musica i vent’anni dell’Alligatore; Roberto Costantini e Marcello Fois, impegnati in una conversazione sulla fascinazione del male; Francesco Monaldi e Rita Sorti, i cui romanzi sono stati al centro di una delle più misteriose vicende editoriali degli ultimi anni.

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Viviamo in un videogioco creato dagli alieni

Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? Poco più di un secolo fa Paul Gauguin presentava al mondo un dipinto che sarebbe diventato il manifesto di intere generazioni. Domande che hanno tolto il sonno a decine di migliaia di studiosi, filosofi, scrittori, ‘esistenzialisti’. Oggi pare che una risposta ai tre ‘quesiti di sempre’ ci sia. Ed è da rimanere senza fiato. Siamo un videogame. Prodotto dagli alieni.

Lui si chiama Rich Terrile. E non è uno stupido. Tanto per essere chiari. Astronomo di fama mondiale, scopritore di una serie di satelliti di Saturno. Sul suo biglietto da visita c’è scritto Direttore del Centro di Computazione Evolutiva del Jet Propulsion Laboratory della Nasa. Che non è una roba tipo geom. Rich Terrile. Altroché. Ecco. E’ lui, dall’alto delle sue due lauree in Fisica e Astronomia, e un dottorato in Scienze Planetarie presso il Californian Institute of Technology, che, pochi giorni fa, ad una trasmissione televisiva su Science Channel ha spiazzato mezzo mondo dicendo senza indugi: “Una misteriosa civiltà aliena ci tiene intrappolati in una sorta una prigionia digitale. Ogn cosa che facciamo, la coscienza, i ricordi, i sentimenti, sono il prodotto di un codice di calcolo elaborato da una serie di computer sotto la supervisione degli extraterrestri”. Bum. Il pianeta terra è caduto in un imbarazzo vischioso che da settimane rimbalza indolente in tutto il web. Ma Terrile fa spallucce. E’ convinto di quello che dice. E i suoi argomenti fanno discutere e tengono banco, in questi giorni di caldo insopportabile. “Il mondo attorno a noi – ha raccontato il buon Rich – è finto. Viene creato a mano a mano che ne abbiamo bisogno. Un po’ come dire che l’America non esiste fino a quando non decidiamo di andare fisicamente a visitarla”. Si tratta, in pratica, di una realtà virtuale limitata. E la tesi non è neanche tanto astratta. “Le particelle di cui siamo fatti – insiste Rich – possono essere scomposte in particelle sempre più piccole, fino a quando a un certo punto arriviamo a una particella che non si può scomporre in alcun modo. E’ la particella base per formare tutta la materia che conosciamo. Non vi ricorda niente?”. Chiede divertito Terrile. “Non vi ricorda il pixel che compone la schermata di un videogioco?”. Eccoqua. Tra una risata e un’altra il direttore del Centro di Computazione Evolutiva della Nasa infila l’affondo. Siamo dentro un videogioco. Una sorta di playstation aliena che ricorda le teorie di Nick Bostrom, filosofo transumanista di Oxford, riportate più volte nel famoso film Matrix. Esseri umani incapaci di accettare una verità banale: si vive in una realtà virtuale. Schiavizzati dalle macchine, gli uomini e le donne sin da neonati vengono cresciuti connessi a dei cavi: il loro corpo si trova nel mondo reale, ma la loro mente è in un mondo virtuale, costruito appositamente per loro. “Sembra una follia – scherza Rich – eppure con una teoria del genere si spiegherebbero mille cose alle quali non siamo in grado di rispondere. Il Destino, i Dejà vu, ma anche le ‘presenze’ paranormali, i fantasmi, da cui siamo attratti in ogni nostra serata davanti al camino”. E allora perché non cominciare a pensarci sul serio? “I videogiochi di oggi – dice serio Terrile – riescono a ospitare universi quasi infiniti. Immaginate come potrebbero essere tra 10, 20 o 50 anni. Se unissimo abbastanza memoria virtuale ogni essere umano sarebbe un’intelligenza artificiale in un mondo che può essere considerato un’intelligenza artificiale più potente di noi. E chi ha giocato a The Sims ne sa qualcosa”. Insomma la teoria di Rich Terrile non è tanto balzana. E forse davvero quando facciamo delle cazzate da qualche parte dell’universo c’è un piccolo, brufoloso alieno che ci controlla e sbotta “Cazzo!”, nelle cuffiette della sua Play Stationo 6000 Gold Edition.

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