Fragneto Monforte, Ufo e Mongolfiere

Settembre e un mese caldo. In tutti i sensi. Anche per gli avvistamenti. Ma perché nel mese di settembre gli UFO si ricordano di far visita al nostro paese? Qualcuno dovrebbe studiare il fenomeno… Ma intanto se ne parla ad un convegno del Centro Ufologico Meridionale in occasione del raduno internazionale delle mongolfiere a Fragneto Monforte.

Il 2013 e’ stato l’anno degli avvistamenti ( ma non lo avevamo detto anche del 2010?). Segnalazioni sono arrivate da tutta Italia, Veneto, Sicilia, Toscana, Emilia Romagna, Campania e ogni volta i fenomeni raccontati sono differenti. Niente suggestione quindi. Forse qualche mitomane in cerca di un po’ di notorietà. O magari è tutto vero.

Pordenone. Xe UFO!
Francesco Bordini  abita a Pordenone. È una calda serata di fine  estate e con la moglie è fuori al balcone a prendere un po’ di fresco quando vede delle strane luci nel cielo.  A prima vista sembra il solito aereo ma poi Francesco prende il binocolo e… “Xe UFO!” grida. La moglie conferma. Hanno il tempo di chiamare il vicino e i testimoni diventano quattro. Ovviamente c’è anche il video, ripreso con il solito cellulare di ultima generazione, che arriva ai carabinieri di Pordenone. Quello che mostra sono tre piccole palle di fuoco che fluttuano nella notte.

 

Roma. L’avvistamento dei militari.
I tre militari del diciassettesimo reggimento di stanza a Sabaudia sono in servizio di piantonamento davanti alla residenza dell’ambasciatore americano presso la Santa Sede. Anche in questo caso è notte e anche in questo caso sono tre gli oggetti volanti avvistati. Ma qui parliamo di militari, di contraerea, di gente che sa distinguere un oggetto volante, le sue traiettorie. Sarà per questo che si allarmano e fermano una pattuglia dei carabinieri a cui spiegano di “un repentino allontamento verso il cielo”, di “formazioni a delta” e di “punti luminosi sospesi a circa cento metri da terra”. Secondo loro un velivolo normale queste cose non le può fare.

 

UFO e mongolfiere.
Fragneto Monforte. XXVII Raduno internazionale delle mongolfiere. Cosa c’entra con gli UFO? Tradizionalmente niente ma il 12 ottobre 2013 in occasione del raduno  si terra’ il convegno nazionale del Centro Ufologico Meridionale dal titolo “UFO contatto imminente?”.
Si parlerà dei numerosi avvistamenti del 2013, delle ricerche sulla vita intelligente nel sistema solare, delle scie chimiche e del cover up che da sempre i governi attuano per nascondere il fenomeno UFO alle popolazioni. Interventi di Esperti, ricercatori, scrittori ma anche del pubblico invitato a presenziare e a segnalare casi di avvistamenti.
Il 12 ottobre UFO e mongolfiere si incontreranno e chissà che nei cieli del beneventano oltre ai palloni non si possa vedere qualche oggetto volante non identificato. (cm)

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Il Re dei Bari

Due anni di carcere al Re dei bari. Stefano Ampollini, in arte Parmesan.
L’anno scorso, in una sola notte, a Cannes, si era portato a casa 70mila euro. Due mesi dopo ci aveva riprovato. Ma lo arrestarono mentre incassava una vincita di 21mila euro. Mercoledì la sentenza. 24 mesi senza tavoli verdi. E senza lenti a contatto ai raggi infrarossi.

Quando gli hanno stretto le manette ai polsi, ha detto senza pensarci un attimo: “Sono un giocatore e un baro di fama internazionale”. E poi ha aggiunto: “e sono orgoglioso del mio lavoro”. La stessa cosa, l’ha ripetuta al magistrato che ha firmato, nei suoi confronti, due anni di carcere.
Si chiama Stefano Ampollini, ma il mondo dei tavoli verdi di mezza europa lo conosce col nomignolo di Parmesan. Lo hanno arrestato l’anni scorso, e mercoledì è arrivata la sentenza che lo ‘blocca’ per un paio d’anni.
Le sue astuzie hanno incantato tutti. Anche lo stesso magistrato che non ha potuto fare a meno di dichiarare che i suoi trucchi sofisticati sono «un mix di tecniche antiche e moderne, di grande astuzia».
Per due anni, quindi, nessuno rivedrà più Parmesan ad un tavolo verde.
Il colpaccio lo mise a segno nel 2011. Quando, grazie a degli occhiali a raggi infrarossi e ad un po’ di croupier compiacenti, si portò a casa, in una sola notte, ben settantamila euro.
Parmesan si muoveva soprattutto al casinò Les Princes di Cannes.
Il gioco era semplice. Aveva un compagno di merende e un po’ di amici all’interno casinò. Agli inizi del 2011 aveva acquistato delle sofisticate lenti a contatto a raggi infrarossi. Con duemila euro, in Cina, gli avevano spianato la strada per il suo attacco al Princes di Cannes.
Il resto era stato facile e voloce. Qualcuno gli aveva permesso di introdurre al tavolo verde un mazzo di carte segante, ‘leggibile’ solo grazie alle sue particolari lentine. Tra l’estate e l’autunno del 2011 Parmesan si è portato a casa una fortuna. Poi dopo la note del colpo da 70mila euro era sparito per un po’.
Lo hanno arrestato due mesi dopo. Allo stesso tavolo verde. Mentre stava per incassare una vincita di 21mila euro.
Lo stavano aspettando. E’ evidente.
Marc Concas, avvocato del proprietario del casinò di Cannes, ha raccontato alla Corte che le vincite di Ampollini erano apparse subito poco chiare: «La sicurezza del casinò ha trovato il suo comportamento oltremdo curioso e le sue vincite troppo facili. Alla fine ci siamo convinti che conoscesse le carte del croupier».
Il resto è storia nota. Ora bisognerà aspettare un paio d’anni per sentir riparlare del grande Parmesan. Speriamo passino in fretta.

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Mosca, l’aereo con venti miliardi

Un aereo pieno di euro è fermo all’aeroporto di Mosca. Dentro c’è un ‘tesoro’ di 20 miliardi di euro. In contanti. Le banconote si troverebbero nell’aereoporto da sei anni e nessuno le ha mai reclamate.

Era arrivato il 7 agosto. Un martedì. Qualsiasi. Il 7 agosto del 2007, all’aeroporto Sheremetyevo di Mosca.
Un aereo senza passeggeri. Un pilota. E una bolla di consegna.
Provenienza Francoforte. Si leggeva nel documento. E poi poche altre righe. Che dicevano, più o meno, così: a bordo ci sono 200 pallet di banconote.
Ora uno non lo sa. Ma le ‘pallet’ sono delle pedane. Dei bancali. Di legno. Quelli che si utilizzano per caricarci su le coca cole. O le birre. O l’acqua minerale. Solo che le ‘pallet’ di quell’aereo sostenevano banconote. Danaro.
E a sentire gli esperti, di solito, ogni ‘pallet’ che proviene da una banca può ospitare circa cento milioni di banconote. Quindi, quel martedì sette agosto 2007, all’aeroporto Sheremetyevo di Mosca, era atterrato un aereo con venti miliardi di euro.
Questo c’era scritto sulla bolla. E fin qui tutto abbastanza tranquillo. I problemi sono cominciati quando il personale aereoportuale ha capito che sulla bolla non c’era segnalato nessun destinatario.

Il misterioso Farzin
La notizia ha, dunque, sei anni. Eppure ha fatto il giro del mndo solo in queste ore. Quando, cioè, un cronista di Moskovsky Komsomolets ha ricevuto una soffiata e ha pubblicato la clamorosa news.
Dalle prime informazioni il proprietario del carico sarebbe un certo Farzin Koroorian Motlagh. L’uomo avrebbe fatto la spedizione sei anni fa, ma si sarebbe ‘dimenticato’ di indicare il destinatario del tesoro.
Per anni a Mosca hanno tentato di capire cosa fare di quel denaro (si tenga presente che venti milardi di euro sono circa il 6% di tutto il bilancio della Russia), poi, da un po’ di tempo, ha cominciato a circolare la notizia che lo stravagante mecenate avrebbe avuto intenzione di donare i venti miliardi ad una fantomatica associazione benefica. La World of Good People All-Ukrainian Charitable Foundation.
Inutile dire che è scattata la caccia a questa fondazione e si è scoperto che a Mosca esiste per davvero un’associazione con questo nome e che Alexander Shipilov, il suo presidente, ora sta facendo di tutto per recuperare il carico.
Ma come è possibile che qualcuno invii a qualcun altro venti miliardi di euro ‘dimenticando’ di segnalare il destinatario del delicato cadeau?
In queste ore mezzo mondo sta tentando di rispondere a questa domanda.

Il tesoro di Saddam
Due le ipotesi. O la World of Good People All-Ukrainian Charitable Foundation è spuntata fuori solo per permettere a mister Farzin di rientrare in possesso delle 200 pallet e quindi mister Farzin ha solo e semplicemente tentato di spostare denaro sporco da una nazione ad un’altra, o quei soldi sono una parte del tanto favoleggiato tesoro di Saddam.
Farzin Motlagh esiste sul serio. E’ un iraniano residente a Teheran. Il suo nome è collegato ad investimenti in diverse parti del mondo, anche se di lui si sa poco altro. Secondo gli inquirenti il denaro «potrebbero essere i soldi di Saddam Hussein. In fondo è noto che nel mondo stanno girando tra i 60 e 100 miliardi di dollari del presidente iracheno».
Saddam Hussein era notoriamente considerato uno degli uomini più facoltosi del mondo. E non ha mai rivelato dove nascondesse le sue fortune. Quel denaro potrebbe essere suo. E sarebbe veramente un problema gestire una situazione così.

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Quelle perle piovute dal cielo

Clamorosa scoperta in Egitto. Una collana realizzata con un meteorite nel 3300 a.C.

Le trovarono novant’anni fa, circa. Nel 1911. In un cimitero poggiato sulla riva del Nilo. Perle. Anzi. Perline. Di una collana risalente al 3300 a.C.
Erano grani di ferro. Realizzati per un diadema. Forse. Sicuramente per una collana di una donna ricca e potente. Perline fossili che incantarono il mondo. Poi si sa come vanno certe cose. I reperti finirono in un museo e il ritrovamento rimase una faccenda per schienziati, studiosi, archeologi.  Molti anni dopo qualcuno si ricordò di quella ‘collanina’. Beh? Che fine ha fatto? E venne fuori una storia stupefacente.
Altro che polvere da museo. Quelle perline stavano facendo impazzire mezzo mondo accademico. Nessuno era in grado di stabilire con certezza di che materiale erano.
Poi la scoperta clamorosa. Ad opera di una donna. Diane Johnson. Della Open University di Milton Keynes.
Le dovevano essere piaciute davvero tanto. Per passarci anni a farsele girare tra le mani. A perderci il sonno. A trovare una risposta incredibile: quelle perle erano state realizzate con un meteorite. “Come queste rocce spaziali – disse Diane – le perle presentano bassi livelli di nickel all’esterno ed alti all’interno. Inoltre, i gioielli presentano una struttura dei cristalli molto riconoscibile, intricati disegni di lamelle che appaiono scaldando la roccia, noti come “figure di Widmanstätten”, e tipici dei meteoriti”.
Bingo, insomma.
Le perle del Nilo non erano di semplice ferro. Erano di origine celeste. Come si addice solo ad una regina.

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Tutta la verità sul sequel di Shining

Dopo quattro anni di lavoro esce negli Usa “Doctor Sleep”, il sequel di Shining di Stephen King. Strana e non casuale l’ambientazione. Ma lo scrittore glissa sul vero motivo che lo ha portato a Boulder, nel Colorado.

Lui la racconta così: “No, è che mia moglie dice che la gente è stufa del Maine, che non posso ambientare tutte le mie storie lì, e allora mi sono stufato io, ho aperto l’atlante, ho chiuso gli occhi e ci ho infilato il dito. Sulla mappa, intendo. Ed è venuto fuori ‘sto Boulder…”.

Dice così. Ma scherza, ovviamente. Perché Stephen King è uno che scherza. Gli piace assai. E figurarsi se non ‘pazziava’ pure sulla scelta della location del suo nuovo romanzo. Soprattutto se il romanzo in questione non è neanche una cosa così. E’ il seguito di Doctor Sleep. Capito? Il seguito di Shining. Tanto per intenderci.
E allora ci sta che mister Stephen Edwin King, classe ’47, originario di Portland, scherzi un po’. In fondo quello che esce oggi in America è un libro evento e ci si può pure ridere un pochino su. E ci sta pure che giochi coi sui lettori facendo finta di non sapere cos’è realmente Boulder. La cittadina che ha scelto per far muovere Danny Torrance (il ‘piccolino col triciclo’) ormai adulto e a caccia di un po’ di tranquillità.
Boulder non è una città qualsiasi. Questa è la verità. Boulder è l’ennesima stramaledetta città. Un posto dove l’orrore lo tagli col coltello. E’ nell’aria, sulle cose. Come una nebbia cattiva. Boulcder è il teatro di uno degli omicidi più efferati della cronaca nera degli ultimi anni. Bolder è la città nella quale ‘qualcuno’ ha ucciso JonBennet Ramsey. La bambina modella strangolata a sei anni da mani misteriose. Boulder è il palcoscenico di un caso insoluto che puzza di maledizione e orrore da diciassette lunghi anni.
Quindi preparatevi. Nessun Overlook Hotel. Solo le stradine di questo paesotto del Colorado dove troneggia uno dei quattro orologi nucleari esistenti al mondo.
Danny Torrance è cresciuto. Lavora in un ospizio e pare abbia una particolare capacità di aiutare i pazienti ad affrontare la morte. Insomma, conserva ancora le abilità psichiche che conosciamo, pur se attenuate dall’età. Ad un certo punto della storia, però, salta fuori una ragazzina. Una certa Abra Stone. La giovinetta ha capacità estremamente potenti e ancora non pienamente sfruttate. E, come da copione, cominciano i problemi.
Il romanzo, che scivola via tra congreghe maligne e uomini che si nutrono di coloro che hanno poteri psichici, è uscito in america il 24 settembre. Tiratura record, ovviamente. Ed è atteso in Italia a marzo. (cs)

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Il tesoro del Monte Bianco

Un escursionista savoiardo scopre sul Monte Bianco una cassetta metallica. All’interno pietre preziose per un valore stimato di circa 240mila euro. Sulla cassetta una scritta. Che porta dritto dritto ad un antico mistero. Quello del Malabar Princess. Un monoplano schiantato sul versante francese del Monte Bianco nel 1950.
di Ciro Sabatino

Elegante. Così dicevano, quando provavano a descriverlo. Uno degli aerei di linea più eleganti mai realizzati. Un monoplano tutto in metallo, con quattro motori e un’apertura alare di quasi quaranta metri. Un giocattolino prezioso, insomma. Che non riesci mai ad immaginare distrutto. Accortacciato. Schiantato, sul costone di una montagna.
Lo chiamavano Malabar Princess. Si alzava in volo, regolarmente, a Bombay, e dopo un po’ di ore era a Londra. Ogni giorno. Tranne il 3 novembre 1950. Tranne il giorno in cui il gioiellino della Lockheed si schiantò contro il Rocher de la Tournette. Una spalla rocciosa del versante francese del Monte Bianco. E cominciò la leggenda.
Già. Perché oltre al dramma delle 48 vittime, oltre al fatto che ci vollero settimane per ritrovare le varie parti dell’aereo, Il Malabar Princess sul Monte Bianco seppellì anche una sfilza di segreti da togliere il fiato.
Chissà. Forse è per questo che quando hanno trovato il misterioso scrigno, hanno pensato subito a quel gigante d’argento che ha segnato una delle più terribili tragedie francesi del dopoguerra.

Il tesoro di Chamonix
Nove settembre. Ghiacciaio di Bossons. Sotto la vetta del Monte Bianco.
Un ragazzo sale tranquillo. Non si tratta di una scalata vera e propria. Una passeggiata. Un’escursione. Piuttosto. Di lunedì. Forse tanto per godersi gli ultimi giorni di vacanza.
Poi la sorpresa. Sul percorso che conduce al ghiacciaio c’è una cassettina di metallo. Un piccolo scrigno probabilmente riemerso per il caldo.
Il ragazzo si avvicina, si china su quello strano oggetto e in pochi attimi si accorge che ha tra le mani il più classico dei tesori. Smeraldi, zaffiri, rubini. Roba da Jules Verne, da Stevenson. Roba da diventare ricchi. Ma lui, no. Però. Lui dà un’occhiata alle pietre preziose, poi chiude lo scrigno e riscende a valle. Con una destinazione precisa. La gendarmeria di Bourg Saint Meurice. Il suo paese d’origine.  Un paio d’ore e il tesoro viene consegnato, per intero, a chi di dovere. «Avrebbe potuto tenersela, ma sapeva che queste pietre appartenevano a qualcuno che è morto lassù. È stato onesto» ha commentato Sylvan Merly, comandante dei gendarmi del paese. Il tesoro è ora in mano alla procura di Albertville, che ha già contatto le autorità indiane per cercare di risalire a possibili eredi. Già. Le autorità indiane. Perché almeno in quel senso non ci sono troppi dubbi. Quella cassetta di preziosi non può che appartenere al Malabar Princess. E ora bisogna solo trovare il legittimo proprietario.

Made in India
La notizia ha cominciato a circolare stamattina.  Per settimane, nella valle di Chamonix si è favoleggiato su quell’incredibile ritrovamento. Nella cassetta preziosi per un valore che oscilla tra i 130 e i 240 mila euro. Ma soprattutto una scritta. Che ha mosso immediatamente le autorità francesi: “Made in India”. Nessun dubbio. Lo scrigno appartiene al Malabar ed è uno dei tanti segreti di quell’aereo schiantato sul Monte Bianco una sessantina di anni fa.
Per anni gli alpinisti hanno scoperto e recuperato rottami di carlinga, valigie, resti umani di quel magnifico aeroplano. Nel 1975, la guida alpina Christian Mollier individuò il carrello del Malabar Princess. Nell’agosto del 2012, due giovani scalatori di Chamonix riportarono alla luce una valigia appartenente a un membro del corpo diplomatico indiano, restituita con il suo contenuto a Nuova Delhi.
Ora lo scrigno con il tesoro. E un’altra piccola storia da raccontare, quest’inverno, vicino al fuoco.

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