Risolto il mistero del pianoforte abbandonato nella Biscayne Bay

Risolto il mistero del pianoforte abbandonato sulla lingua di sabbia della baia di Biscayne. A lasciarlo lì due cineasti indipendenti che considerano il gesto una denuncia con la superficialità di Miami.

Per quarantotto ore hanno sognato. Hanno detto, scritto e pensato le cose più romantiche e affascinanti. Chi può lasciare un pianoforte a coda su una lingua di sabbia che finisce nel cuore di una delle più belle baie della Florida? Un uomo innamorato, una pianista disperata, un musicista folle d’amore.
Lui, quel magnifico e misterioso cassone nero, era spuntato per caso, in una mattina come le altre, mentre Miami si svegliava torpida e distratta. Qualcuno lo aveva lasciato a settanta metri dalla costa nella Biscayne Bay, alle porte dell’Oceano Atlantico.
E da quel momento era cominciato il mistero. Come hanno fatto a portarlo lì? Pesa trecento chili. Possibile che nessuno si sia accorto di niente? All’inizio, proprio martedì scorso, era circolata la storiellina che quel piano a coda abbandonato non era altro che il dispetto di un marito tradito ad una moglie pianista e “distratta”. Poi le chiacchiere si erano perse nella leggenda. Nessuno riusciva a dare uno straccio di spiegazione e il pianoforte era diventato la postazione preferita dei gabbiani della Biscayne. Il resto erano sogni e spunti per scrittori a caccia di emozioni.
Poche ore fa la verità. A lasciare il misterioso piano sulla lingua di sabbia sarebbero stati due cineasti indipendenti non nuovi a queste “installazioni”. Anais Billoy e Yeager hanno svelato al New Times che ci hanno messo sei ore per trascinare il curioso relitto in mezzo alla baia. La loro è una “provocazione contro la vanità di Miami” troppo distratta e superficiale, dicono.
Naturalmente hanno raccontato anche che la trovata non è originale. Altri pianoforti, negli anni scorsi, erano stati lasciati a Malibu, in Costa Rica e in Guatemala.
Mistero risolto, dunque. Ora le autorità stanno valutando di lasciare il pianoforte lì, come installazione permanente. I gabbiani sorridono, felici. (bg)

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Robbie William: c’è uno spettro in casa mia!

“C’è. Non ci sono dubbi”. Robbie questa volta l’ha sparata grossa.  In casa avrebbe uno spettro e la cosa non gli dispiace neanche piu’ di tanto. Uno potrebbe riderci su. Il problema è che a sostenere la storiellina del musicista è anche la sua splendida moglie. “C’è. Non ci sono dubbi. E lo vede anche il cane”.  Forse conviene parlarne.

La notizia, come da copione, l’ha gridata il Sun. E già questa cosa non depone bene. Ma poi, almeno in Italia, l’ha battuta anche l’ADNKronos, e qualcuno ha cominciato a crederci.
Robert Peter Williams, meglio noto come Robbie William, componente dei Take That (il ritorno con il suo gruppo storico è avvenuto qualche mese fa), giura che nella sua casa di Mulholland Drive a Los Angeles ci sarebbe un fantasma.
Ma non uno spettro qualsiasi. Secondo Ayda Field, la bella moglie del ragazzaccio del quintetto di Manchester, si tratterebbe di un uomo vissuto all’inizio del ‘900. Elegante, raffinato. Al quale, il buon Robbie ha anche dato un nome: Bertie. Che denuncia almeno un po’ di incertezza sulla precisa identità sessuale dell’ospite di casa William.
Il nobiluomo si aggirerebbe per la casa abbigliato di tutto punto e con un bicchiere di Martini in mano! Nessuna dichiarazione su un eventuale dialogo con lo spettro. Ma i coniugi William non disperano. Il cane lo vede. Loro riusciranno a parlargli. Un po’ come tentarono di fare un paio di anni fa con i piloti di una navicella aliena che il buon Robbie giurò di aver visto dalla sua casa  nel Wiltshire.
Tra Ufo ai fantasmi il ritrovato Take That sembra proprio non annoiarsi.

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Ritorna il mitico Frankenstein Junior, ma in digitale

Rivive al cinema Frankenstein Junior in contemporanea in tutte le sale italiane esclusivamente il 2 ed il 3 febbraio 2011. Grazie alla tecnologia digitale ed ad un curioso appuntamento interattivo organizzato dalla Nexo Digital. Per un divertimento da paura.

di ADRIANA D’AGOSTINO

La creatura ritorna. E questa volta anche in alta definizione.
Stiamo parlando del mitico Frankenstein Junior e della tecnologia 2k che permetterà a tutti gli appassionati della famosissima pellicola, di rivederla al cinema completamente digitalizzata. Date stabilite: il 2 ed il 3 febbraio 2011 in contemporanea per tutte le sale italiane.
Ma non è tutto: l’idea è quella di andare oltre la semplice proiezione. Infatti, le sale cinematografiche che aderiranno al progetto, saranno addobbate per una vera e propria festa a tema ispirata alle atmosfere del film. Chi vorrà, potrà truccarsi e travestirsi seguendo il dress-code dei personaggi. In più le iniziative personali saranno vivacizzate dalla presenza di truccatori ed attori che animeranno la platea.

Davvero un’iniziativa interessante quella curata dalla nuova piattaforma editoriale Nexo Digital, che si occupa di diffondere capillarmente, su tutto il territorio nazionale, prodotti di vario genere come eventi musicali live o film classici particolarmente amati dal pubblico.
Ed il cult comico di Mel Brooks è sicuramente uno di questi. Uscito nel 1974, Young Frankenstein è un’enorme parodia delle molte trasposizioni cinematografiche del romanzo gotico di Mary Shelley. Il film prende in giro un classico dell’orrore e ne approfitta per parlare degli uomini e della società, delle loro bassezze e delle situazioni grottesche che riescono a creare. Per fare questo, Mel Brooks estremizza tutti i luoghi comuni del brivido e si affida ad interpreti geniali come Gene Wilder nella parte del Dr “Fraideraick” Frankenstein, Peter Boyle nel ruolo del mostro riportato in vita ed infine Marty Feldman nei panni dell’indimenticabile guardiano ingobbito Igor, con il naso pronunciato e gli occhi sporgenti. Un film dalle tante risate. Risate spesso amare e talvolta demenziali, ma pur sempre tante. Un film che ha sfornato gran parte delle battute storiche che ormai fanno parte del nostro bagaglio culturale e del linguaggio quotidiano.

Oggi, quel mito rivivrà al cinema in occasione dell’evento organizzato dalla Nexo Digital . Per la città di Napoli pare si siano prenotati i cinema Eliseo a Poggiomarino, l’Happy Maxicinema ad Afragola, il Modernissimo, il The Space ed il Martos Metropolitan a Napoli, l’Uci Cinemas a Casoria ed il Sofia a Pozzuoli. Gialli.it sarà lì per raccontarvi l’evento. In fondo “Si può fare!”…No?

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In memoria dei caduti… alieni

Uno scienziato ucraino propone alle autorità locali una raccolta fondi per la costruzione di un monumento ai caduti…alieni.

Aleksandr Nalisman ne è più che certo. Le vittime ci sono. E sono tante. Tante da meritare un monumento che ne onori la memoria. Allora perché le autorità ucraine ancora non si sono pronunciate?
Perché il Dr. Nalisman, nella sua richiesta, fa riferimento a vittime extraterrestri. Ad alieni. Morti, per la maggior parte, a causa di sfortunati tentativi di atterraggio sulla Terra.

Aleksandr Nalisman è uno scienziato e vive nell’antica città di Berdichev in Ucraina.
Lì, collabora, studia e lavora con un gruppo di giovani ricercatori affiatati ed appassionati.
La loro ultima iniziativa, però, ha destato parecchie polemiche e curiosità, tanto da attirare l’attenzione del Delovoy Berdichev, il giornale locale, e della RT News che ha diffuso capillarmente la notizia.
Nalisman e colleghi, hanno infatti proposto una raccolta fondi finalizzata alla costruzione di un’opera architettonica per i caduti alieni.
Assurdo, potrebbe obiettare qualcuno, ma lo scienziato è convinto che si tratti di un gesto quasi dovuto, poiché, per citare le sue parole, “L’umanità non ha veramente prestato attenzione alla vita degli alieni”, sottolineando come, spesso, i loro mancati sbarchi sul nostro pianeta, siano purtroppo stati causati da errori tutti umani.
Come nel 1997. Quando un oggetto non identificato si scontrò con un jet di linea dell’esercito ucraino precipitando su Berdichev.
Nalisman racconta come anche in quella occasione l’esercito si sia subito mobilitato per raccogliere ciò che rimaneva dell’ufo senza specificare se a bordo fossero stati ritrovati o meno resti del pilota o dei piloti.
Pare, inoltre, che i militari siano intervenuti con la stessa procedura seguita in ben sei episodi simili, sempre in seguito ad avvistamenti di precipitazioni dal cielo di oggetti volanti.
Si è addirittura ipotizzato che con tutto il materiale raccolto, l’esercito sovietico sia arrivato a ricostruire un prototipo di ufo vero e proprio. Ma nonostante le testimonianze, ancora nessun via libera ufficiale è, ad oggi, arrivato dal governo locale.

E mentre Nalisman afferma di volersi occupare personalmente dei lavori del monumento funerario, le domande e gli scambi di opinione cominciano a circolare sul web: si tratterebbe di una sorta di messaggio di pace? Del tipo: chiediamo scusa ed alziamo bandiera bianca? Oppure si tratta di una provocazione?
A ronzare per le teste ci sono anche altri tipi di domande. Per esempio: quale sarebbe il soggetto giusto da porre come simbolo di queste perdite? Cosa costruire per essere adeguati? Quale bandiera bisognerebbe issare alla sua presentazione ufficiale? Quale inno dovrebbe sollevarsi nel silenzio della commemorazione?
Domande poco epiche. Ma sicuramente più terrestri.
 (adriana d’agostino)

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Alfadena. Un poliziotto fotografa un Ufo

Alfadena (L’Aquila). Un Ufo avvistato dalla Villa Comunale. Tra i testimoni oculari un ex poliziotto in congedo. Sul luogo anche il sindaco del paese che ha ricordato ai giornali che non è il primo avvistamento strano, da quelle parti. L’oggetto non identificato sarebbe stato anche fotografato. La notizia è stata battuta dall’Agenzia Giornalistica Italia.

Erano al bar, quando l’hanno visto. Ovale, ammantato da una luce azzurrognola, si muoveva a scatti e ad una velocità impressionante. Neanche il tempo di chiamare qualcuno e il misterioso oggetto volante è scomparso nel cielo. Ma… qualcuno è riuscito a scattare una foto.

Alfadena, alle porte del parco nazionale d’Abruzzo, nel cuore della Villa Comunale, poco dopo le 19, di ieri, domenica 23 gennaio 2011. Il luogo dell’avvistamento è un tranquillo caffè del centro. Il Bar del Chiosco. Sulla soglia ci sono il titolare e un ex poliziotto. Chiacchierano del piu’ e del meno quando, all’improvviso, notano il veicolo. L’oggetto fluttuava alzandosi e allontanandosi  sulla destra ad una velocità impressionante per poi  sparire  all’orizzonte  in pochissimi istanti“. I due rimangono senza fiato. Il poliziotto (un ex ispettore capo ora in concedo) riesce anche a scattare una foto. Poi è sconcerto. Qualcuno telefona al sindaco del paese. Al bar arrivano un po’ di persone. Altri hanno visto. Il sindaco sopraggiunge trafelato. Ma ormai è tardi. L’Ufo tiene banco per un po’ di ore. E sono in molti a ricordarsi che non è la prima volta che in quella zona si registrino strani avvistamenti. Se n’erano visto nel 2009, nel 2007, e nel ’78 c’era stata una vera e propria “invasione”. Insomma, da quelle parti gli oggetti volanti non identificati sembrano all’ordine del giorno. Ora rimaniamo in attesa di poter vedere la foto scattata dal supertestimone. E, c’è da giurarci, sarà l’ennesimo polverone.

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A Mendoza si è abbattuto un Ufo Sul sito della Faa la denuncia di un hacker

Si firma con una T maiuscola, forse come omaggio al più famigerato hacker degli anni ’80, Robert T. Morris.
I suoi obiettivi preferiti sono i siti militari. La sua ossessione gli Ufo.
Qualche giorno fa ha colpito ancora. Per tre ore il suo j’accuse contro la Fuerza Aérea Argentina ha tenuto in scacco i sistemi informatici delle forze armate sudamericane.  Una foto, e una manciata di righe, taglienti come lame, per svelare, sul portale della FAA, un segreto impossibile: agli inizi di gennaio del 1985 la divisione militare di Buenos Aires avrebbe nascosto al mondo un “Ufo Crash”. Ecco la storia del misterioso hacker che sta imbarazzando l’Argentina.

di SONIA T. CAROBI

Il Còndor è un palazzone spigoloso di vetro e cemento a pochi passi del Puerto Nuevo di Buenos Aires. Centinaia di uffici e sale riunioni per ospitare la sede della FAA, il cuore pulsante dell’Aviazione Argentina.
E’ in quella sede che si giocò a tavolino la guerra delle Falkland, è in quegli uffici che ogni giorni militari e civili seguono il traffico aereo sui cieli di Buenos Aires. E’ negli scaffali polverosi dei depositi sotterranei che probabilmente si nascondono segreti inconfessabili e storia incredibili.
Almeno è quello che deve aver pensato T. Un misterioso hacker che da qualche giorno ha preso di mira proprio il sito della Fuerza Aérea Argentina per raccontare una storia che ha dell’inverosimile.

Il 26 di gennaio del 1985 un’astronavealienasarebbe caduta tra le montagne che circondano Mendoza. Il luogo indicato dovrebbe essere localizzato intorno alla grande diga del Pappagalli (Dique Papagayos).
Secondo alcune testimonianze l’oggetto, a forma di sigaro e con “degli esseri a bordo”, si sarebbe schiantato durante la notte del 26 gennaio 1985. Lo stesso giorno in cui si Mendoza si abbatté un terribile terremoto con magnitudo 6,3 nella scala Ritcher e con intensità VII della scala Mercalli.

T. non ha dubbi. Quella notte i militari della FAA si accorsero di quanto stava accadendo in quell’area e riuscirono in poche ore ad occultare ogni indizio dell’Ufo Crash.  Esisterebbero anche documenti filmati con gente del posto che racconta nei minimi particolari l’impatto. E qui la storia diventa più interessante. Perché, almeno in alcune dichiarazioni , si collega all’incidente un forte boato e delle luminescenze tra il verde e l’azzurro che sarebbero presenti anche nelle testimonianze di chi ricorda gli attimi prima del terremoto che uccise sei persone e fece registrare oltre duecento feriti.

Il misterioso hacker ha scelto proprio la home page della FAA per raccontare la sua storia e accusare i militari di aver occultato tutte le prove dell’incidente.
Per tre ore sul portale del sito è apparsa una schermata con la T. e una beffarda frase: “Il vostro sistema è vulnerabile”. Poi la denuncia. Sapete cosa accadde il 26 gennaio 1985? Certo che lo sapete, e avete occultato tutto. Sull’accaduto, secondo T., ci sarebbe anche un video che sarebbe stato fatto sparire.

Inutile dire che i portavoce della Fuerza Aérea non hanno dato seguito all’accaduto. Nessuna risposta ufficiale. Solo l’imbarazzo di chi per tre lunghe ore è rimasto in balia di un pirata informatico che li accusava di aver insabbiato un episodio clamoroso. E proprio nei giorni in cui, i massimi vertici della FAA, avevano annunciato la creazione di un sito (Cefora – Comision de estudios fenomeno Ovni republica argentina) e la costituzione di un Comitato per lo studio dei fenomeni extraterrestri. Beffe. Si chiamano beffe.

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Esclusivo: uccelli morti e scie chimiche, spuntano 13 interrogazioni parlamentari

Uccelli morti, moria di pesci: sul misterioso fenomeno ora spuntano tredici interrogazioni parlamentari. E’ dal 2003 che alcuni nostri parlamentari (tra i quali anche Antonio Di Pietro) tentano di sapere la verità sul mistero delle scie chimiche. Le risposte del Governo sono esaurienti e articolate. Eppure per  sette anni molti deputati hanno continuato a fare sempre la stessa domanda. Perché? C’è veramente un collegamento tra queste scie e la moria degli uccelli?

E’ difficile capire quello che sta accadendo. E’ antipatico non poter avere spiegazioni plausibili. E’ imbarazzante non riuscire a dare risposte utili. La moria di uccelli che sta coinvolgendo il mondo intero, dalla Luisiana alla Svezia, dal Maryland alla Nuova Zelanda, passando per il Cile, il Canada e la Romania è una domanda senza risposta che risveglia paure antiche, che scomoda presagi dimenticati e profezie troppo frettolosamente archiviate come leggende.
Ma quando un sensazione diventa un soffio leggero che ti senti sul collo, quando l’idea della paura ti passa vicino alla pelle e avverti un brivido che ti sfiora la schiena, allora, forse ti viene voglia di fermarti un attimo e provare a capire.
A rileggerli tutti, gli articoli apparsi in questi giorni, su questo curioso fenomeno degli uccelli e dei pesci morti, la sensazione è che manchi qualcosa. Un pezzo, un frammento, un brandello di verità che qualcuno, forse solo per pigrizia, sta tentando di nascondere. A rileggerle tutte, ma con attenzione,  le storie che i giornali provano a raccontare hai come la sensazione che forse bisognerebbe provare a mettere a fuoco ricordi, notizie apparentemente slacciate, lontane, dimenticate.

E’ forse per questo che a noi di Gialli.it è venuta voglia di fare un viaggio a ritroso, di scavare in cassetti ormai chiusi da tempo. E’ forse per questo che ci siamo ricordati di una storia che seguimmo già un po’ di anni fa. Avete mai sentito parlare delle scie chimiche? Bene, se appartenete alla categoria di quelli che hanno ancora un po’ di tempo per riflettere, mettetevi comodi. Dobbiamo raccontarvi una storia.

Alcuni anni fa, credo a metà degli anni Novanta (informazioni più precise potete trovarle tranquillamente su Wikipedia), l’aeronautica militare statunitense fu accusata di “irrorare” le popolazioni con ipotetiche e misteriose sostanze, che producevano delle curiose scie che vennero ribattezzate chemtrails.
Il governo americano si difese con prontezza bollando tutte le ipotesi intorno a questi fenomeni come delle bufale belle e buone. Non era in atto nessun tentativo di modificare il clima, meno che mai di svolgere imbarazzanti esperimenti segreti.
La storia andò avanti per un po’. Quindi arrivò in Italia dove trovò terreno fertile non solo tra gli appassionati di Ufo, ma anche tra coloro che, più semplicemente, si preoccupavano per le sorti del nostro pianeta o per la sacrosanta salute pubblica.
Quelle scie che rimanevano nel cielo al passaggio di alcuni, particolari, aerei facevano paura. La gente voleva delle risposte.
Siamo partiti dal ricordo di quei giorni, dalle telefonate e dalle lettere preoccupate di comuni cittadini alle autorità preposte, per cominciare il nostro viaggio a caccia di verità mai raccontate. E proprio in questi giorni abbiamo fatto una scoperta abbastanza inquietante.
Sul fenomeno delle scie chimiche, sulla preoccupazione relativa agli effetti di queste “irrorazioni”, esistono ben tredici interrogazioni parlamentari.
Non ci sarebbe niente di male, in fondo, se una serie di deputati abbiamo sentito l’esigenza di chiedere spiegazioni al Governo e ai diversi dicasteri competenti. Sono, però, due le cose che ci hanno lasciato perplessi.
La prima è legata al lasso di tempo che intercorre tra la prima e l’ultima interrogazione parlamentare.
Il primo documento ufficiale, con la richiesta di avere risposte soddisfacenti sul fenomeno, è datato 2 aprile 2003. A firmare l’interrogazione è il deputato bellunese Italo Sandi, componente della XIII commissione Agricoltura, e in quota Udc.  L’ultima 5 novembre 2009 ed è stata presenta da un esponente del Südtiroler Volkspartei, Oscar Peterlini, 60 anni, laureato in economia e membro della Commissione permanente del Territorio e l’ambiente. In mezzo ce ne sono altre undici e una porta anche la firma di Antonio Di Pietro.
La domanda è: visto che le risposte, fin dal 2003, sono state pronte ed esaurienti (“dall’esame della letteratura scientifica internazionale e dal contenuto dei siti web specialistici, non è possibile confermare l’esistenza delle scie chimiche”), perché i nostri parlamentari hanno continuato ad insistere sull’argomento?

Il secondo aspetto di questa storia che ci ha dato da pensare è invece relativo ad un’area geografica precisa dalla quale sarebbero partite le maggiori richieste di chiarimenti: la zona circoscritta tra le province di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini.
Quest’area è presente nella maggior parte delle interrogazioni parlamentari. Ma anche in questo caso le risposte ufficiali non offrono risposte soddisfacenti.

E’ di questo che abbiamo parlato noi di Gialli.it. Ed è proprio leggendo queste interrogazioni che ci siamo ricordati di un inquietante collegamento tra le preoccupazioni dei nostri parlamentari e la moria degli uccelli che tiene il mondo in un curioso stato d’ansia.
Avete capito, immagino, a cosa mi riferisco… Faenza (dove sono morte migliaia di tortore) è in provincia di Ravenna. Bisogna aggiungere altro per prendere sul serio tutto quelli che, col sopracciglio alzato, continuano a parlare di tesi complottiste o bufale tutte da ridere? Se vi va possiamo parlarne. (sonia t. carobi)

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Gesù Nuovo. In Ungheria la chiave dell’enigma

Questa storia racconta di quanto Napoli possa essere viva di fascino e misteri. Questa è una storia che tocca Napoli, l’Italia e l’Ungheria. Questa è la storia di come lo studioso Vincenzo De Pasquale sia arrivato alla soluzione dell’enigma dei simboli sulla facciata della Chiesa del Gesù Nuovo capendo che si trattava delle sette note musicali. La scoperta di una melodia che da secoli aleggia sulle nostre strade in religioso silenzio.

di ADRIANA D’AGOSTINO

Città di Eger. Nord Ungheria. Due uomini sono seduti in un ristorante. Uno dei due scrive con impeto e precisione. L’altro osserva il primo con l’espressione di chi non sta più nella pelle perché vuole e deve sapere. L’uomo che scrive, ha una gran fretta di fermare pensieri ed appunti. Infatti, come supporto, sta utilizzando il retro del menù. Sulla tavola, lasciati a metà, due piatti di gulasch e due bicchieri di tokai. L’uomo che aspetta impaziente, si chiama Vincenzo De Pasquale, italiano, 55 anni. E’ uno storico dell’arte, grande studioso di simbologia. Di fronte a lui è seduto il suo amico e collega di ricerche Lòrànt Réz, ungherese, musicologo, docente all’Università Eszerhàzy. Se quello che verrà fuori dai calcoli di Réz sarà positivo, Vincenzo De Pasquale avrà finalmente raggiunto la svolta. Per lui, napoletano, la meravigliosa chiesa barocca del Gesù Nuovo nel pieno centro storico partenopeo, rappresenta il fulcro di continue ricerche da circa sei anni. In particolare la sua misteriosa facciata di bugnato, sulle cui singolari pietre a rombo sono incisi degli strani simboli di circa dieci centimetri.

Quei simboli, stimolano da tempo l’interesse di addetti ai lavori e di appassionati, tanto da essere annoverati nei tanti misteri della Napoli esoterica. Allo stesso modo, Vincenzo De Pasquale comincia la sua personale ricerca nel 2005 con vari sopralluoghi insieme a Salvatore Onorato. La prima ipotesi formulata dallo studioso è che le pietre siano state contrassegnate per indicare le diverse cave di piperno dalle quali provenivano. Si arriva a pensare che i maestri pipernai avessero fatto una grande scoperta legata all’alchimia e che poi l’avessero tramandata solo oralmente. Forse la scoperta riguardava una commistione di simboli capace di attirare le energie positive. Ecco spiegato il motivo di quelle decorazioni su di un palazzo così importante. Una teoria affascinante. Ma allora perché la confusa ed inspiegabile collocazione e successione delle bugne? Che si sia trattato di una semplice imperizia degli operai costruttori ai quali era oscuro il piano degli alchimisti? A De Pasquale una bella leggenda non basta.
Lo studioso napoletano comincia  a seguire un’altra linea, questa volta con l’aiuto di un  padre gesuita ungherese: Csar Dors, della lontana Eger, esperto di aramaico. La coincidenza appare particolarmente interessante. Infatti la Chiesa, nata come edificio civile, dopo essere stata confiscata ai proprietari nel 1547 fu donata proprio ai padri gesuiti che decisero di non modificarne la struttura originaria.
Da questa nuova collaborazione, le ricerche di De Pasquale prendono una piega completamente diversa: se non si trattasse di simboli esoterici ma di lettere? Se fossero lettere dell’alfabeto aramaico? In questo caso, essendo solo sette i simboli ripetuti, si tratterebbe di solo sette lettere. Come, sette, sono le note musicali. Il ragionamento non fa una piega e De Pasquale non può crederci: possibile che sotto gli occhi di tutti, sulla facciata di una delle chiese più amate di Napoli sia stata incisa una melodia antica? Possibile che quell’enigmatico mistero possa essere finalmente risolto? Non è poi così assurdo. Infatti come ha dichiarato lo stesso De Pasquale «I Sanseverino,» dai quali fu commissionata la costruzione dell’edificio nel 1470 «fecero incidere dei simboli musicali anche nel loro palazzo a Lauro di Nola. In più un codice armonico misterioso è presente sulla facciata di palazzo Farnese a Roma».
Vincenzo De Pasquale organizza subito un viaggio in Ungheria. Solo Lòrànt Réz, grande esperto di musica rinascimentale, potrà dargli una risposta.

Città di Eger. Nord Ungheria. Due uomini sono seduti in un ristorante. Dalle mani del musicologo  Lòrànt Réz sta nascendo uno partitura. Ogni lettera dell’alfabeto aramaico viene fatta concordare con una nota. Si abbozza, sul retro di un menù, uno spartito risalente al 1500. Un concerto per strumenti a plettro. Solo per essere precisi.

Oggi un film e un concerto per il pubblico
Oggi, la scoperta legata alla Chiesa del Gesù potrebbe diventare un documentario. Se non addirittura un film. Lo ha annunciato il regista Sandro Dionisio che, pare, abbia insistito molto per incontrare Vincenzo De Pasquale e l’ungherese Réz. Il regista ha dichiarato, infatti, di essersi appassionato realmente a tutti i personaggi coinvolti in questo affascinante giallo storico. Nel frattempo, alla neoscoperta melodia è stato dato un nome: Enigma. Con la speranza che possa essere presto suonata al pubblico con strumenti moderni. In fondo quei suoni armoniosi sono stati lì in silenzio a guardare per più di 500 anni. E’ ora che qualcuno li ascolti.

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Misteri, storia e leggende del Gesù Nuovo Quella misteriosa chiesa di Napoli Nera

Napoli: città dell’arte, della cultura, dell’amore, della risata e si potrebbe continuare all’infinito. Ma soprattutto Napoli è la città del mistero, degli enigmi nascosti in ogni angolo della sua storia. Nel sottosuolo, nel mare, nelle strade, negli antichi palazzi. Dovunque si cerchi con un po’ più di attenzione si trova qualcosa. L’assurdo arriva quando non bisogna neanche più cercare, perché il mistero è in agguato in questa città che il mondo continua a volere identificare solo come una grande discarica.

di LAURA CIOTOLA

Ma lei, Napoli, non si scompone. Incassa, aspetta e poi risponde.
E succede che una persona ogni mattina passi davanti a una chiesa, la guardi, la ammiri e nonostante ciò non arrivi mai a vederla veramente. E’ lo scoop di questi giorni.
La chiesa del Gesù Nuovo, capolavoro dell’arte barocca che prepotentemente si affaccia tra i vicoli del Centro Storico di Napoli con la sua facciata in pietra nera vulcanica, non è solo un esempio di grande architettura, ma è anche uno spartito, un pentagramma su cui delle note aramaiche fanno bella mostra di sé da sempre.
La scoperta viene da uno storico dell’arte, Vincenzo De Pasquale, che dal 2005 conduce una ricerca che sa di straordinario e che ha interpretato i segni presenti sulla facciata della chiesa come la partitura di un concerto per strumenti a plettro.
Tali segni che erano sempre stati identificati come simboli delle diverse cave di piperno usati dai maestri pipernai per trasmettersi messaggi, sono invece delle lettere aramaiche, la stessa lingua parlata da Gesù.
I segni musicali sarebbero di sette tipi, che letti da destra verso sinistra e dal basso verso l’alto, comporrebbero una musica della durata di quasi tre quarti d’ora.
Non più quindi segni esoterici legati all’alchimia, come era stato ipotizzato in passato, ma note, sette note musicali.

Il Gesù Nuovo
La chiesa del Gesù Nuovo, era inizialmente un palazzo privato, progettato da Novello da San Lucano per volere di Roberto Sanseverino e vide il suo culmine nel 1470.
Passando di Sanseverino in Sanseverino, il palazzo arrivò a Ferrante, che fece incidere quei segni sul piperno del suo palazzo.
L’edificio divenne presto il punto di riferimento per la cultura napoletana rinascimentale e barocca ospitando persone di grande prestigio come l’Aretino, Scipione Capece, Antonio Mariconda e Bernardo Tasso.
Confiscato poi da Pedro di Toledo, nel 1547, perché la nobile famiglia appoggiò la rivolta popolare contro l’Inquisizione, venne  acquistato dai gesuiti che ristrutturarono completamente l’interno dell’edificio creando un’unica basilica, ma conservarono, con poche variazioni, la facciata a bugne adattandola alla struttura della nuova chiesa.
Furono ancora i Sanseverino, come spiega lo stesso De Pasquale a far  incidere dei simboli musicali nel loro palazzo a Lauro di Nola.

La leggenda
Ma tornando a quello che in questo momento attira l’attenzione degli amanti del mistero, i segni incisi nella pietra, non può non ricordarsi della leggenda che per tanti anni si è  tramandata.
Si diceva che Roberto Sanseverino, avesse voluto servirsi, in fase di costruzione, di maestri pipernieri che avevano anche conoscenza di segreti esoterici capaci di caricare la pietra di energia positiva. Questi segni avrebbero dovuto convogliare tutte le forze positive e benevole dall’esterno verso l’interno del palazzo. Per imperizia o malizia dei costruttori, queste pietre segnate non furono piazzate correttamente, e si ottenne l’effetto indesiderato ovvero che l’energia positiva andasse dall’interno verso l’esterno dell’edificio, attirando così ogni genere di sciagure sul luogo.

Questa leggenda, che fino a qualche mese fa è servita per giustificare le tante sciagure di cui è stata vittima, nel tempo, la chiesa, come la distruzione del palazzo, l’incendio della chiesa, i ripetuti crolli della cupola è ora stata spazzata via da una certezza meno suggestiva, ma forse ancora più romantica.

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Gioconda. Misteriosi segni nascosti negli occhi. L’ultimo mistero di Leonardo

In tutti i campi esistono misteri e cose mai spiegate. L’enigma per eccellenza nel campo della pittura è la Gioconda. Nei suoi occhi Leonardo avrebbe lasciato l’ultimo inquietante messaggio. Lo svela Silvano Vinceti. Lo stesso studioso che qualche mese fa tentò di ritrovare il corpo di Michelangelo Merisi. Caravaggio.

di LAURA CIOTOLA

Il quadro, opera del più noto Leonardo Da Vinci, rappresenterebbe, ma neanche questo è mai stato dato per certo, Lisa Gherardini, cioè “Monna” Lisa, diminutivo di Madonna, moglie di Francesco di Giocondo.
La celebre “Signora”, che vide la luce tra il 1503 e il 1514 circa e che subì diverse modifiche da parte dello stesso Leonardo, non ha mai smesso di far parlare di sé.
E’ la prima volta infatti che in un ritratto non viene riprodotta semplicemente una forma esteriore bensì un’anima, un messaggio, un enigma appunto.
Non si contano le citazioni del cinema, della televisione e della musica che hanno avuto come oggetto l’immagine della Gioconda così come non si contano i libri che hanno tratto ispirazione dal suo mistero, come il noto “Codice da Vinci”, romanzo thriller dello scrittore Dan Brown, nel quale la Monna Lisa conteneva indizi nascosti sul nascondiglio del Sacro Graal, il calice usato da Gesù durante l’Ultima Cena.
Da sempre negli occhi della Gioconda, tra le sue labbra, nei lineamenti del suo viso, tra le sue mani mestamente appoggiate sul grembo e tra i suoi capelli si cerca un codice, un messaggio segreto lasciato per noi dal genio del Rinascimento Italiano ed è da sempre che critici d’arte, storici e appassionati di tutto il mondo cercano di interpretare il mistero che emana dal suo sguardo imperturbabile.

L’ultima rivelazione ci viene dal Presidente del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici, Culturali e Ambientali, Silvano Vinceti, che ha reso noto, in questi giorni, la presenza delle lettere L e V nell’occhio destro della Gioconda; delle lettere, forse ’CE’ o forse una ’B’ all’interno dell’occhio sinistro e del numero 72 in uno degli archi del piccolo ponte situato sollo sfondo destro della stessa.
Secondo il Vinceti le due lettere L e V, potrebbero essere proprio le iniziali di Leonardo mentre il numero 72 rappresenterebbe il suo pensiero filosofico, esoterico e religioso.
Secondo la studiosa savonese Carla Glori invece, nelle pupille della modella comparirebbero le lettere S e G, che identificherebbero nella Gioconda, Bianca Giovanna Sforza, la giovane figlia di Federico il Moro, mentre il paesaggio sullo sfondo del ritratto rappresenterebbe il borgo piacentino di Bobbio e il numero 72 potrebbe  riferirsi proprio alla distruzione del Ponte Gobbo di Bobbio (Piacenza) avvenuta nel 1472 a causa dell’onda di piena del Trebbia.
In base alle ipotesi avenzate dalla stessa Glori, Leonardo pose il numero 72 sotto l’arcata del ponte Gobbo per ricordare quella devastante piena del Trebbia e probabilmente per far sì che qualcuno identificasse il misterioso sfondo del dibattutto dipinto.

L’identità della Monna Lisa
Ma i misteri che ruotano intorno alla Gioconda sono molti, come molte sono state, nel tempo, le teorie che hanno cercato di fare chiarezza sulle ombre che, da sempre, accompagnano il ritratto.

Ad essere messa in dubbio è stata, molte volte, proprio la donna protagonista del dipinto.
Secondo uno studioso fiorentino, Giuseppe Pallanti, conformemente alle testimonianze del Vasari, primo biografo del celebre pittore e che per primo, nelle ”Vite” del 1550, chiamò ”Monna Lisa” l’enigmatico quadro, la Gioconda era Lisa Gherardini, seconda moglie del ricco setaiolo fiorentino Francesco Del Giocondo.
Sarebbe stato il padre di Leonardo, notaio più importante di Firenze,  e che annoverava tra i suoi clienti proprio i Del Giocondo a procurare il committente al figlio. Inoltre risulta che Leonardo visse in Santissima Annunziata, proprio dove i Del Giocondo avevano la cappella di famiglia e dove la donna presumibilmente si recava spesso a pregare.

Molti  storici condividono la tesi, anche se alcuni contrastano l’identità del committente che sarebbe stato non il marito di Lisa, Francesco del Giocondo ma  Giuliano dei Medici, il suo amante.
Alcuni storici, invece, vedono nella Gioconda un ritratto di Isabella Gualandi, gentildonna napoletana favorita di Giuliano dei Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico.
Altre interpretazioni, basate sulla sovrapposizione a computer di un autoritratto di Leonardo e della Gioconda,  vedono nel volto della donna lo stesso pittore che avrebbe semplicemente azzardato un burlesco autoritratto.
Anche Freud diede la sua interpretazione sull’identità della Monna Lisa ipotizzando che potesse essere un ritratto postumo della madre di Leonardo, Caterina.
Nel 2004, in seguito ad una radiografia tridimensionale eseguita sul dipinto dai ricercatori del Centro nazionale delle ricerche canadese (Cnrc), si rilevò che Monna Lisa era rivestita da un fine velo di mussolina, che all’epoca era portato dalle donne incinte o da quelle che avevano partorito da poco.
Questo particolare che era stato, fino ad allora, nascosto dalla vernice, rinvigorì la tesi secondo la quale la Gioconda era proprio Lisa Gherardini,  raffigurata dopo aver messo al mondo il secondo dei suoi cinque figli.

Gli altri misteri
Ma se l’identità della Gioconda è stato, ed è tuttora uno dei misteri su cui più ci si accanisce, diversi altri sono gli enigmi che ancora lasciano perplessi.
Tanti dubbi vengono dal  paesaggio che fa da sfondo al dipinto e che se per alcuni storici rappresenterebbe un luogo reale, per altri è il frutto della fantasia di Leonardo.
Ignoti restano anche i motivi per cui il ritratto prese vita. Se infatti le ipotesi più condivise restano quelle per cui il capolavoro venne commissionato, ci si chiede, da più parti, perché Leonardo non se ne separò mai fino alla sua morte. Tale attaccamento dell’autore alla sua opera poteva derivare dal fatto che la donna rappresentasse una persona amata, o che Leonardo, non ancora soddisfatto del risultato, si prodigasse in continui ritocchi.
Forse studi più approfonditi e interpretazioni successive sveleranno finalmente il segreto che cela il dipinto, ma più probabilmente siamo semplicemente di fronte a un giallo inspiegabile e l’anima immortale della Gioconda, trascinando con sé il suo mistero, continuerà a vagare per i corridoi del Louvre mentre lo sguardo vagamente burlesco della Monna Lisa continuerà a farsi beffa di noi distratti osservatori.

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