"Alice in Wonderland nasconde un segreto" Tim Burton lancia la sfida e i fan impazziscono

Dopo Alice nel Paese delle Meraviglie Tim Burton dirigerà un film sulla Bella Addormentata? E perché la Walt Disney ha inviato qualche tempo fa ad alcuni giornalisti un libro misterioso come testimoniano alcuni video sul web? Fan e curiosi cercano risposte. E mentre il regista viene nominato Presidente di Giuria per il prossimo Festival di Cannes, è cominciato il conto alla rovescia in attesa del 3 marzo, data di uscita nelle sale di Alice in Wonderland.

di ADRIANA D’AGOSTINO

Un libro misterioso inviato ad alcuni siti di critica cinematografica ed a vari giornalisti. O meglio: una versione gigante del libro di Alice Nel Paese delle Meraviglie, contenente, al suo interno, tanti libri uguali sempre più piccoli, incastrati uno dentro l’altro tipo matriosca. Nel libricino più piccolo, una chiave USB e un biglietto con l’invito “Leggimi”. Di seguito il testo: “Questa chiave USB vi porterà oltre i cancelli di Wonderland e svelerà molti dei segreti che vi aspettano”. E ancora: “Il cognome corretto di Alice è Kings-L-E-I-G-H, non KingsLEY. Grazie sinceramente, Walt Disney Motion Pictures Publicity”.

La Walt Disney ha cominciato così la sua campagna di distribuzione di Alice in Wonderland, ultimo attesissimo lavoro del maestro Tim Burton. Con un indovinello ed alcune foto inviate alla stampa. Poi la promessa di una piccola anticipazione in rete ogni mercoledì. Il che, ha scatenato affannosi giri sul web da parte dei fan ogni settimana, alla ricerca di nuove foto dal set, di dichiarazioni degli attori, ma soprattutto dei concept art e dei character still, ovvero i disegni originali e le schede dei personaggi del film, vere e proprie chicche per i cultori burtoniani. Proprio così. Perché è in quell’immaginario straniante e fantastico, inquietante ed affascinante insieme che risiedono la maestrìa della creatività di Tim Burton e la forza di una storia come quella inventata da Lewis Carroll. Il binomio, infatti, è talmente calzante che in molti si sono chiesti come abbia fatto Burton a non pensarci prima. Forse il regista stava semplicemente aspettando che i tempi maturassero a tal punto da permettergli di realizzare tutto quello che aveva in mente. Ed oggi i tempi sono maturi davvero. Oggi è tempo del 3-D, della spettacolare ambientazione in digitale, delle più sofisticate tecniche di animazione. Oggi è il tempo in cui il poster di Johnny Depp nei panni del Cappellaio Matto è già mito. Pare addirittura che l’attore, molto tempo prima che cominciassero le riprese, avesse realizzato vari acquarelli del suo personaggio, immaginandolo in diversi modi. Solo alla fine Depp ha scoperto che la sua versione preferita coincideva con quella del regista Tim Burton. D’altronde c’era da aspettarselo. Arrivati ormai al settimo film insieme, la coppia Burton-Depp è diventata una garanzia. Così come la scelta di Helena Bonham Carter, moglie del regista e sua attrice feticcio, perfetta nel ruolo della delirante Regina di Cuori. La Bonham Carter, poi, sarà di certo al fianco del consorte, nei giorni che dal 12 al 23 maggio lo vedranno in primo piano a Cannes come Presidente di Giuria del famoso Festival del Cinema: “Dopo aver passato la mia gioventù a guardare tre programmi insieme e a fare maratone di 48 ore di film horror, mi sento pronto per Cannes” ha aggiunto il regista.

Almost Alice
La prima novità del film Alice in Wonderland rispetto al testo di Carroll ed alla intramontabile versione animata della Disney, risiede prima di tutto nella trama: Alice non è più una bambina ma una piccola donna di 19 anni. Sono quindi trascorsi 10 anni dalla sua prima avventura nel Sottomondo ed in lei i ricordi di quell’esperienza sono quasi del tutto svaniti. Il giorno della sua festa di fidanzamento, però, Alice riceve la visita del Bianconiglio. Il Paese delle Meraviglie ha bisogno del suo aiuto: da quando la perfida Regina di Cuori ha conquistato il potere, tutto il regno ha perso il suo antico splendore. Alice decide di seguire il Bianconiglio per la seconda volta, pur non essendo sicura di essere davvero lei la bambina che dieci anni prima era rotolata giù in un buco fino ad un mondo sotterraneo. Non ne sono convinti neanche le creature di Wonderland, che, infatti, ribattezzano la fanciulla con il nomignolo di Almost Alice, Quasi Alice.

Mia Wasikowska la ventenne attrice esordiente e protagonista del film, interpreterà, quindi, una Alice moderna, meno esuberante e sicura di sé ma pronta ad indossare l’armatura nella guerra contro la Regina. Per la realizzazione della pellicola, Tim Burton si è rivolto al guru degli effetti speciali Ken Ralston (Star Wars, Forrest Gump e The Polar Express) e alla Sony Imageworks, il cui team ha portato a termine circa 2.500 riprese utilizzando tecniche di Live Action e di pura animazione in post-produzione. Gli occhi di Jonnhy Depp sono stati ingranditi del 10-15% in più del normale e la testa di Helena Bonham Carter raddoppiata rispetto la sua misura. Nel cast anche Anne Hathaway, una Regina Bianca da lei stessa definita una pacifista vegetariana punk rock. Per la colonna sonora, pezzi di Avril Lavigne, Franz Ferdinand, Tokio Hotel, Kerli, All time Low, Robert Smith dei The Cure, i Wolfmother e The All-American Rejects.

La Bella Addormentata
Sapevate che l’ufficio di Londra del regista Tim Burton apparteneva una volta ad Arthur Rackham,  famoso illustratore inglese di libri che ha realizzato le illustrazioni per l’edizione del 1907 di Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie? Si potrebbe parlare di un destino segnato. Ma anche di un uomo la cui vita sembra inevitabilmente legata alle favole. E non per forza favole buone, ma anche nere ed oscure come Nightmare Before Christmas, la Sposa Cadavere, Edward Mani di Forbice. In più il regista non ha mai negato di ammirare i film disneyani. Quale intenzione migliore, quindi, se non quella di volerli rivedere attraverso i suoi occhi. In questo progetto, potrebbe rientrare la notizia non ancora confermata secondo la quale Burton starebbe per cominciare le riprese di La Bella Addormentata nel bosco. Una storia antica ma che sarebbe sicuramente vista da Tim Burton in chiave moderna e con un punto di vista originale. Magari non più quello dei buoni ma quello dei cattivi. Secondo le indiscrezioni, infatti, la protagonista del film non dovrebbe essere di nuovo la dolce Aurora ma la perfida Malefica, la strega invidiosa che lancia sulla principessa la maledizione di pungersi con un fuso e di addormentarsi per sempre. I fan di Burton sperano davvero che l’idea si realizzi. Intanto ci si potrebbe divertire a scommettere su chi interpreterà Malefica. Chissà se la Bonham Carter sarà impegnata in quel periodo…

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Svelato il mistero sulla morte di Tutankhamon

Un team di ricercatori dell’università di Tubinga e dell’EURAC di Bolzano, insieme al gruppo di ricerca dell’egittologo Zahi Hawass, hanno condotto tra settembre 2007 e ottobre 2009 vari esami del DNA su alcune mummie egizie. Con la speranza di ricostruire l’albero genealogico di Tutankhamon, il re della XVIII dinastia egizia morto a soli 19 anni, è stata svolta al Cairo una ricerca multidisciplinare dai risvolti storici interessanti. I risultati degli studi sono stati pubblicati il 17 febbraio 2010 su The Journal of the American Medical Association, e includono speculazioni sulle possibili cause di morte del giovane faraone. Ad uccidere il sovrano nel 1323 a.C. sarebbe stata una combinazione di malaria tropica, necrosi ossea, e frattura al femore. La vecchia tesi dell’omicidio sembrerebbe ormai archiviabile. 

di DIEGO ROMANO

George Herbert , il quinto conte di Carnarvon, era appassionato di egittologia. Nel 1907, determinato ad accrescere la propria collezione, andò al Cairo per cercare qualcuno che facesse nuovi scavi per lui. Howard Carter, un ottimo archeologo senza finanziamenti a seguito di un incidente diplomatico, era esattamente l’uomo che cercava.

Ottenuta la concessione dalle autorità, nel 1917 Carnarvon mise mano alle ricchezze di famiglia, e Carter poté iniziare i suoi scavi nella Valle dei Re. La speranza era di trovare le tombe di Akhenaton, il faraone eretico, e Tutankhamon, il faraone bambino.

La scoperta della tomba
Dopo 5 anni di insuccessi ed ormai deciso ad interrompere le ricerche, Carnarvon fece iniziare i lavori nell’ultimo fazzoletto di terra. Ma proprio quando ormai le speranze erano perdute, ecco uscire qualcosa dalla sabbia del deserto: un gradino. E poi scavando ancora una scala, un corridoio, e l’ingresso di una tomba ancora sigillata.

In quel novembre del 1922 si stava scrivendo la storia dell’egittologia. Mai prima di allora era stato possibile studiare una tomba inviolata di un re dell’antico Egitto. Di chiunque si trattasse, era diventata la più grande scoperta archeologica del XX secolo.

Quando fu chiaro che ci si trovava di fronte alla tomba di Tutankhamon, il clamore travolse la Valle dei Re. Venne data l’esclusiva della notizia a The Times , che centellinava i dettagli ai suoi lettori con la stessa lentezza con cui gli archeologi erano costretti a procedere negli scavi. I giornali di tutto il mondo impazzirono cercando di scoprire qualche notizia in più, costruendo spesso storie senza alcun fondamento.

La maledizione di Tutankhamon
Il 5 aprile del 1923 improvvisamente il conte di Carnarvon morì. Quel giorno stesso si alzò un ondata di elucubrazioni fantasiose. Una tomba era stata violata, ed una terribile maledizione stava colpendo i responsabili. Venne pubblicata la traduzione di una iscrizione geroglifica, completamente inventata, che riportava addirittura l’esatto testo della maledizione.

Addirittura Sir Conan Doyle si sbilanciò a dire che Carnarvon era morto perché i sacerdoti di Tutankhamon, per proteggere la mummia del faraone dai tombaroli, avevano trovato alcuni ingegnosi stratagemmi. Tra l’altro Doyle condivideva l’elucubrazione secondo cui nella tomba fossero state messe delle spore di un fungo tossico a protezione del sarcofago.
In realtà nessun’altro del gruppo di scavo subì alcuna maledizione negli anni a seguire, ed addirittura alcuni si dimostrarono particolarmente longevi.

Lo studio della mummia
Fu solo nel 1925 che finalmente si poté vedere la mummia vera e propria. L’operazione di apertura dei vari strati del sarcofago fu lunghissima, ed il corpo del faraone ne risultò visibilmente danneggiato.

Tutti speravano di capire perché Tutankhamon fosse morto così giovane. Le ossa erano fratturate, il cranio era forato. Per decenni sono emerse le più incredibili ipotesi: una caduta da cavallo, un efferato omicidio. Tutte verità plausibili.

Poi un archeologo egiziano, determinato a passare alla storia per le sue imprese, decise di fare chiarezza sui misteri del faraone bambino.

Zahi Hawass, segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie, era intenzionato ad utilizzare tutti i moderni strumenti di indagine medica sulla mummia di Tutankhamon, e quindi svelare i misteri che circondavano questo re.

Dopo le analisi TAC eseguite nel 2005 , Hawass ha scoperto che il foro cranico era post-mortem, probabilmente utilizzato per le operazioni di mummificazione. Molte fratture erano state provocate durante l’apertura del sarcofago, ma quella al femore sinistro sembrava invece originale, risalente a qualche giorno prima della morte.

Non contento dei risultati, ed impaziente di ottenere maggiori evidenze, negli anni successivi l’egittologo è riuscito a far autorizzare l’analisi genetica dell’intera famiglia reale, organizzando una ricerca multidisciplinare su più di dieci mummie.

Oggi il risultato di quella ricerca ci dice che nella famiglia di Tutankhamon erano presenti diverse patologie genetiche ossee, anche se nessuna di queste letale. Inoltre in quattro mummie, inclusa quella del faraone bambino, sono stati ritrovati geni della zanzara potatrice della malaria tropica.
Tutankhamon sarebbe quindi morto perché tarato geneticamente e, in seguito alla frattura al femore, si sarebbe rapidamente aggravato cadendo in un letale stato degenerativo.

Il nuovo mistero: la famiglia di Tutankhamon
Comprese le cause della morte del faraone, ci sono ormai buoni indizi per svelare anche il mistero sulla sua nascita. L’ultima ricerca genetica ha infatti identificato l’albero genealogico di Tutankhamon fino a due generazioni precedenti: il padre sarebbe Akhenaton, il grande faraone eretico, ed il nonno Amenhotep III, confermando in questo modo alcune indagini storiche degli ultimi 80 anni.

Ma la madre? Secondo antichi resoconti Akhenaton era sposato con Nefertiti, la celebre regina dall’affascinante busto, con cui avrebbe generato solo figlie femmine. Ma le analisi genetiche mostrano che Tutankhamon era figlio di una donna avente la stessa genetica genitoriale di Akhenaton, ovvero sua madre e suo padre erano fratelli.

Sebbene possa sembrare sconvolgente per la nostra cultura, era abitudine dei regnanti dell’antico Egitto fare molti figli con diverse donne, e a volte anche con le sorelle.

Questo spiegherebbe il perché della gracilità di Tutankhamon, nato da un rapporto incestuoso e tarato alla nascita da malattie debilitanti.

Resta indubbio che la scoperta più clamorosa di queste ultime indagini è che gli imbalsamatori reali della XVIII dinastia erano estremamente bravi nel conservare il DNA, essendoci riusciti ottimamente per ben tre millenni. Grazie alla loro scienza, oggi l’uomo ha la possibilità di creare una nuova branca di ricerca: l’egittologia genetica.

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Galles senza fiato. Al castello di Gwrych ritorna il fantasma

Galles. Una misteriosa donna appare dietro ad una finestra di un castello abbandonato. E mezza Inghilterra grida al fantasma. La notizia, riportata dal Sun, ha fatto il giro del mondo. E, come accade raramente, molti sono convinti che non si tratti del solito fotomontaggio. Ecco la storia del fantasma di Gwrych Castle.

di SONIA T. CAROBI

Si chiamava Winifred. Come la leggendaria e misteriosa patrona del Galles. Se ne andò una notte d’inverno. Dopo aver visto morire, una ad una, tutte le persone che amava.
Il 16 gennaio 1924, il giorno in cui la trovarono cadavere nel suo immenso letto col baldacchino, le era rimasto solo il Castello. E la sua solitudine.
Eppure, Winifred Bamford-Hesketh, contessa di Dundonald, è tornata. L’hanno vista aggirarsi silenziosa nelle stanze di Gwrych Castle. Una magione abbandonata da cinque lustri che i Gallesi hanno fatto di tutto per dimenticare.

Winifred è tornata nel castello maledetto. E la severa fortezza di mille leggende e apparizioni ha ripreso a far parlare di sé. Nel solito modo. A colpi di paura.

La storia è stata raccontata a più colonne dal solito Sun. Ed è una storia sentita mille volte.
Un fotografo col pallino per i luoghi “incantati”, un castello gotico, e uno splendido fantasma di donna, che appare da una delle finestre sprangata da decenni.
Il fotografo si chiama Kevin Horkin. 48 anni, un hobby che sfiora il professionismo, e una passione di sempre e da sempre: il lugubre castello di Gwrych, nel nord del Galles, a un po’ di chilometri da Liverpool.
Kevin,  alla magione dei Dundonald, c’è stato molte volte. Quella fortezza l’ha fotografata da tutte le prospettive. Poi, proprio il giorno in cui ha deciso di fare una serie di scatti sui dettagli della facciata, è arrivata la sorpresa.

Kevin scatta, torna a casa, scarica le immagini sul pc e si accorge che in una delle foto appare una donna. L’immagine non lascia spazio al dubbio. E’ una signora vestita di bianco che guarda verso l’orizzonte. Silenziosa.
Non ci sarebbe nulla di male, se Kevin non sapesse perfettamente che Gwrych Castle è “chiuso” da esattamente 25 anni. Il castello, costruito all’inizio dell’Ottocento, infatti, fu abbandonato nel 1985 a seguito del crollo del pavimento.
Kevin rimane senza fiato. Poi, si fa due conti in tasca, e “vende” la foto al Sun. Poche ore, e del fantasma di Gwrych tutti sanno tutto. Anzi, la seria e compassata “Wales Paranormal Research Group”, fa sapere che non è la prima volta che Winifred ritorna nella residenza che aveva ereditato dopo la morte del marito. Douglas Cochrane, dodicesimo conte di Dundonald.
Solo che ora ha veramente esagerato.
Farsi fotografare così. Contessa. Non è da lei!

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Norvegia, Bill Gates scava nelle viscere della terra

In Norvegia stanno costruendo il più grande e inquietante bunker di tutti i tempi. Si tratta di un gigantesco deposito sotterraneo che dovrebbe ospitare quella che è stata ribattezzata come la Banca Genetica dell’Apocalisse. Scavata nel granito, chiusa da due portelloni a prova di bomba, e difesa da una muraglia di cemento armato spessa un metro, secondo alcuni, la “Grotta” sarebbe il “luogo privilegiato” dove i grandi della terra avrebbero organizzando la loro sopravvivenza in caso di catastrofi naturali.
“E’ una sciocchezza”, la pronta risposta di Bill Gates (tra i finanziatori del progetto insieme ai
Rockefeller). Quella che vi presenteremo presto è solo una banca per tutti i semi del mondo.

di SONIA T. CAROBI

Il luogo lo avrebbe scelto anche Crichton per ambientarci uno dei suoi romanzi. L’arcipelago delle Svalbard, nel mare di Barents, vicino all’Oceano Artico. A circa un migliaio di chilometri dal Polo Nord. Un’isola dimenticata da Dio a largo della Norvegia. Si chiama Spitsbergen. Fu scoperta per caso da Willem Barents alla fine del ‘500. Ma divenne famosa durante la seconda guerra mondiale  a seguito di uno dei più leggendari e controversi ufo-crash di tutti i tempi. Su quell’isola, il 9 luglio del 1946, il Colonnello Arneson , ufficialmente addetto ai recuperi top secret della Norwegian Air Force, si portò via un “oggetto del diametro di 47 metri, realizzato con materiale sconosciuto e segnato da misteriose iscrizioni”.

Da allora Spitsbergen è stata sempre considerata territorio di caccia per gli appassionati del genere. Oggi però è tecnicamente impossibile perlustrarla da cima a fondo. Perché intere zone dell’isola sono improvvisamente diventate “off limits”.

E’ vietato, ad esempio, inoltrarsi sulle montagne che circondano il piccolo villaggio di Longyearbyen. Da quelle parti, è un po’ di tempo, che eserciti di operai stanno scavando nelle viscere dell’isola. Obiettivo? Realizzare un bunker. Ma non un bunker qualsiasi. Il più grande e sicuro rifugio di tutti i tempi. E fino a che l’opera non verrà ultimata i committenti del progetto preferiscono evitare occhi indiscreti.

Secondo i bene informati il bunker ospiterà una sorta di Banca Genetica Mondiale. In quella immensa grotta verranno conservati circa tre milioni di diverse varietà di semi, che arriveranno da tutte le parti della terra.

Tra i “mecenati” del Progetto “Svalbard Seed Bank” ci sono nomi da brivido: Bill & Melinda Gates Foundation, la DuPont/Pioneer Hi-Bred, il gigante statunitense dell’agroalimentare, la Syngenta, la più importante azienda svizzera di agrochimica, e la fondazione Rockefeller, il gruppo privato che già negli anni ’70 aveva dato vita alla “rivoluzione genetica” con un giro d’affari di oltre 100 milioni di dollari in sementi.
Tutti insieme per salvare il mondo e assicurare all’umanità una continuità genetica in caso di calamità naturali definitive.

Fin qui niente di male. Anzi.
I problemi sono cominciati quando sul sito del Progetto Camelot è apparsa una lettera di un sedicente “politico norvegese” che collega, tra le righe, il bunker di Spitsbergen ad una lunga e complessa rete di rifugi sotterranei che a partire dagli inizi del 2000 si starebbero realizzando in Norvegia.

Vorrei parlare delle cose difficili che accadranno dal 2008 al 2012. Il governo norvegese sta costruendo basi sotterranee e bunker in numero sempre maggiore.
Israele e molti altri paesi stanno facendo la stessa cosa. Quando ho chiesto spiegazioni, hanno semplicemente risposto: per proteggere il popolo norvegese. Ho chiesto anche quando avrebbero pensato di terminare il lavoro e la risposta è stata: prima del 2011”.

Apriti cielo. Le parole di questo misterioso “uomo politico” hanno fatto il giro del web creando scompiglio e ansia. E c’è anche chi collega la notizia alla tanto paventata distruzione totale del 2012.

Il pianeta X sta arrivando – scrive il nostro – e la Norvegia ha cominciato con l’approvvigionamento di cibo e sementi nella zona di Svalbard e nel Nord artico con l’aiuto degli US e UE e di tutto il paese. Salveranno solamente chi fa parte dell’elite di potere e coloro che potranno ancora creare o costruire: dottori, scienziati e così via”.

La lettera è datata febbraio 2008. E per due anni, intorno a quelle parole, si è detto e scritto di tutto. E deve essere stata proprio l’impressionante tam tam mediatico che ha convinto i fondatori del Progetto ad uscire allo scoperto e dichiarare che entro l’estate del 2010 la Svalbard Seed Bank verrà illustrata in tutte le sue potenzialità.

Per Bill Gates e soci non c’è più niente da nascondere. Si tratta solo di una enorme banca di semi.  Ma le mura di cinta del bunker, i sistemi di sicurezza, e il carattere di assoluta segretezza del progetto non tranquillizzano di certo. E il Popolo della Rete ha deciso di stare con le antenne drizzate. Ci stanno nascondendo qualcosa? Gates e Rockefeller sanno più di quanto dicono? Perché questa corsa a concludere i lavori entro il 2011?

Nessun dubbio: bisogna fare chiarezza. E in fretta.

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La Polvere negli Occhi dell’Ispettore scrittore

Un ragazzo in divisa è testimone diretto della storia italiana con la s maiuscola e dei suoi misteri nel nuovo libro di Carmelo Pecora “Polvere negli occhi”(Zona Editrice). Il romanzo dello scrittore- ispettore di polizia non è altro che il continuo di “9 maggio ’78. Il giorno che assassinarono Aldo Moro e Peppino Impastato” vincitore del  premio speciale della giuria Com&Te Costa d’Amalfi 2008.

di NAZARENO GIUSTI

Il protagonista, del nuovo romanzo è sempre lui Carmelo, 19 anni, siciliano che da poco fa il poliziotto. E’ un ragazzo di sani principi e di famiglia onesta Carmelo, c’è scritto anche nel suo profilo. Ci crede in quella divisa che  indossa.  C’era lui a bordo della Volante accorsa in via Caetani quando fu ritrovato il corpo di Aldo Moro. É stato tra i primi a vedere lo statista così barbaramente ucciso avvolto in quel cappotto che gli ricordava quello del padre. Un mese dopo quella visione scioccante  è a Bologna, al 7° Reparto Celere. Sono anni difficili per tutti, ma in particolare per chi indossa una divisa. Subito si trova in prima fila in uno scontro di piazza. Per la prima volta “assaggia” i fumogeni che lo fanno piangere come una fontana e per la prima volta impugna un manganello.

Dall’altra parte ci sono ragazze e ragazzi di cui ammira la spinta ideale, non quella alla guerriglia “anche se certe cose è meglio non dirle ai colleghi”.  Si invaghisce di quella città “medievale” dove incontra una bella rossa marchigiana di cui quasi quasi si innamora e che qualche giorno dopo sarà, fatalmente, il primo manifestante al quale sta per sferrare un colpo in testa. Entrambi con il volto coperto. Lui dall’ubot e dal fazzoletto azzurro del reparto, lei da una sciarpa che, nella concitazione, cade liberando la chioma rossa. Si riconoscono e entrambi sanno che è finita e non si rivedranno più. Intanto la tensione e lo scontro continuano a rimanere alti e Carmelo avrà il suo primo faccia a faccia con un pazzo armato che ha sequestrato degli studenti all’università. Di avventura in avventura, mentre è arrivata una convincente fidanzata bolognese, arriviamo al 28 giugno 1980.  Sull’aereo Bologna-Palermo caduto a Ustica c’era Tonino, ventitré anni, collega della Scientifica, siciliano pure lui, “asso del biliardino”.

Poi il 2 agosto, la strage alla stazione. Lui è lì, scava, si prodiga, è in servizio alla manifestazione sindacale di due giorni dopo e ai funerali di Stato. Le ottantacinque vittime della strage sono ricordate una a una, con le loro vite e le loro storie, per quel che ne è dato conoscere, inquadrate al momento dell’esplosione. E il giovane poliziotto urla a Dio la sua domanda. Bestemmia e preghiera allo stesso tempo.

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Svolta nelle indagini sulla morte di Michael Jackson Conrad Murray ha deciso di collaborare

Forse ad una svolta le indagini sulla morte di Michael Jackson.
Conrad Murray, il medico che aveva in cura il cantante e che, la notte tra il 24 e il 25 giugno scorso, gli somministrò una dose letale di Propofol, avrebbe deciso di consegnarsi alle autorità qualora nei suoi confronti venisse avanzata l’accusa di omicidio colposo.

La decisione di Murray accelererebbe le indagini permettendo agli inquirenti di fare finalmente luce sulle ultime ore del Re del Pop.

La notizia è stata resa nota dalla portavoce di Murray, Miranda Sevcik, che ha anche comunicato alla stampa l’attuale residenza del cardiologo. Murray sarebbe a Los Angeles in attesa di collaborare con chi sta lavorando al “caso Jackson”.

Inutile dire che qualora l’accusa venisse confermata, con questa mossa il medico di Michael verrebbe ritenuto “solo” colpevole di gravi negligenze nell’esercizio della professione medica, ma cadrebbero le accuse di volontarietà e premeditazione in quello che ormai viene considerato, a tutti gli effetti, un omicidio.

Si chiude così un altro doloroso capitolo relativo alla morte di uno dei musicisti più amati del secolo scorso. E per certi versi la decisione di Murray può essere considerata un piccola vittoria del comitato “This Is Not It” che nelle settimane scorse aveva organizzato una petizione mondiale per far luce sulle responsabilità che hanno portato alla morte di Jackson.

La raccolta di firma, partita proprio dalla Rete, aveva visto coinvolti milioni di fan che ora possono finalmente vedere chiariti i tanti dubbi e misteri su quanto accadde il 25 giugno nella villa di Los Angeles dove la popstar viveva con il suo entourage.

La stessa villa che, secondo molti, Murray usava come “clinica casalinga”. Il cardiologo, infatti, aveva deciso di esercitare la sua professione solo per Michael. Aveva scritto una lettera ai suoi pazienti e aveva troncato ogni altro rapporto di lavoro. Il suo incarico di “medico personale” di Jackson gli fruttava una cifra che oscilla intorno ai 150 mila dollari al mese. E sempre secondo i bene informati con questa cifra Murray contava di estinguere i ben 435 mila dollari di debiti accumulati dopo alcune cause legali perse.

Prima di lavorare per il cantante, Murray operava in alcune cliniche, nel Nevada e nel Texas. Il medico si era laureato nel 1989 al Meharry Medical College. Nel Tennessee.

Per assicurargli la massima privacy a lui era riservata una residenza nel piccolo centro balneare di Santa Monica, dove aveva organizzato in vero e proprio nido d’amore per accogliere la spogliarellista Nicole Alvarez.

Murray si recava da Jackson solo quando il cantante lo chiamava. Come quella maledetta notte di sette mesi fa. (stc)

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La Scomparsa di Patò sarà un film

Neri Marcorè sarà al cinema il ragioniere Antonio Patò scomparso il 21 marzo 1890 durante il “mortorio” e protagonista del romanzo di Andrea Camilleri “La scomparsa di Patò”. Il film è al secondo giorno di riprese nella città di Canicattì. Nella trepidante attesa di poter andare al cinema ci facciamo un giro nel film e nel romanzo.

di LAURA CIOTOLA

“Cinquant’anni prima, durante le recite del Mortorio, cioè della Passione di Cristo secondo il Cavalier D’Orioles, Antonio Patò, che faceva Giuda, era scomparso, come la parte voleva, nella botola che puntualmente, come già un centinaio di volte tra prove e rappresentazioni, si aprì: solo che (e questo non era nella parte) da quel momento nessuno ne aveva saputo più niente; e il fatto era passato in proverbio, a indicare misteriose comparizioni di persone o di oggetti”.

Inizia così, con un omaggio a Sciascia e al suo “A ciascuno il suo”, uno tra i più belli, geniali e divertenti romanzi di Andrea Camilleri. La scomparsa di Patò. Oggi il romanzo scritto dall’autore siciliano nel 2000, diventa un film e tutti gli appassionati già si chiedono se sarà all’altezza.

Le premesse sembrano buone. Neri Marcorè è una stampa e una figura, per dirla alla Montalbano, con la foto del ragioniere che campeggia all’interno del libro sul manifesto di richiesta di notizie. “L’avete visto? Rag. Antonio Patò. Mancia a chi fornirà notizie alla signora Patò Elisabetta Via C. Colombo, 22 Vigata”. E’ a Vigata, la città del più famoso commissario siciliano, la città immaginaria creata da Camilleri, che è ambientata la storia e che nel film nascerà tra Agrigento, la Valle dei Templi e la Scala dei Turchi di Porto Empedocle.

Il film è scritto da Maurizio Nichetti, Andrea Camilleri che ogni tanto torna alla sceneggiatura e Rocco Mortellitti che ne è anche regista. Neri Marcorè è affiancato da Nino Frassica, Maurizio Casagrande che immaginiamo nei panni del Maresciallo dei Regi Carabinieri Paolo Giummaro e nel Delegato di Pubblica Sicurezza Ernesto Bellavia, da Alessandra Mortelliti, Flavio Bucci, Simona Marchini e Roberto Herlitzka.

La città di Naro, il cui sindaco, Pippo Morello, ha accolto con favore tutta l’operazione, ospiterà proprio la scena della Passione di Cristo, il “mortorio” di Giuda avvenuto in quel venerdì Santo del 1890.

Che fine ha fatto Patò? “Murì Patò o s’ammucciò (si nascose)?”. La Pubblica Sicurezza e i Reali Carabinieri gareggiano e si ostacolano nelle indagini. Il giornale governativo “L’Araldo di Montelusa” e quello dell’opposizione “Gazzetta dell’Isola” s’insultano e si lanciano reciproche accuse di voler nascondere la verità a fini politici.

Il libro è un esilarante repertorio di tradizioni sicule, di costumi e malcostumi ottocenteschi ricreati attraverso una fitta documentazione in linguaggio burocratese e popolare allo stesso tempo. Il libro non è altro. Non si racconta una storia, non è un vero e proprio romanzo. Ma quei documenti, quegli articoli di giornale, quei carteggi, quelle lettere che vanno e che vengono da un organo di governo ad un altro, dai vertici della pubblica sicurezza a quelli dei carabinieri, hanno un potere narrativo enorme che incolla il lettore fino alla fine, fino all’ultimo “pizzino”. “Pressante!! Dispaccio a mano. Al delegato di P.S. di Vigata. Le ordino di non far parola alcuna con nessuno, ripeto nessuno, circa il contenuto dei rapporti inviatici. In caso contrario proporrò sua immediata radiazione. ..”.

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