Ecco la bufala della "faccia che entra nei sogni"

Per settimane un faccione curioso ha circolato su Internet. Secondo gli amanti del mistero e delle leggende è un volto che entra nei sogni della gente. L’hanno visto in tanti. Sono migliaia le persone che giurano di averlo sognato. Di aver ascoltato i suoi consigli. Chi è? Dio? No. Una fantastica bufala creata ad arte da un gruppo di ragazzacci impenitenti. Vi sveliamo chi sono.

di Ciro Sabatino

Bentornato Capitano Gert. Che saranno? Dodici, tredici anni? Forse qualcosa in più. Già. Perché da quando avevi gli occhi tristi del calciatore più sfigato del mondo, a quando il tuo volto si è lentamente sbiadito per scomparire nell’ovale bianco di Wu Ming sono trascorsi quasi tre lustri.

Era il 1995. I tempi di Radio Blissett. E’ da allora, dai tempi delle prime bombe, dei primi attentati mediatici, delle prime grasse risate alla faccia dei giornalisti da “culo sulla sedia” che non ti si vedeva così in forma.
Bentornato Luther Blissett. Bentornato stramaledetto collettivo dalle mille identità. Bentornati ragazzi. Ci siete mancati.

Ci scuseranno il lettori per questo “attacco” un po’ personale. Ma rivedere in gioco i ragazzacci del collettivo di terrorismo mediatico  che nel ’95 si formò intorno al nome multiplo Luther Blissett è stata una bella sorpresa. Sono loro che in questi giorni hanno fregato per l’ennesima volta la stampa di mezzo mondo tirando fuori, da una soffitta per troppo tempo chiusa, l’ennesima bufala tutta da ridere. E già. Perché questa volta la trovata è stata veramente fantastica e non ci sono andati neanche piano. Hanno puntato dritto in alto. Più in alto che si poteva. Hanno provato ad inventarsi Gesù Cristo.uomodeisogni

Ma andiamo per ordine.

E partiamo da un faccione. Un bell’ovale un po’ insignificante, un po’ deficiente, graffiato velocemente a carboncino su un foglio bianco che sembra un identikit. Il bozzetto lo disegna uno psichiatra, mentre un’agitata signora gli racconta un sogno strano. “Vede, dottore…”, inizia la donna. E poi giù un racconto impossibile che ha per protagonista un curioso personaggio che le popola i sogni e le dà notizie e consigli sulla sua vita e sull’universo.

Siamo a New York. Probabilmente ai piani alti di qualche grattacielo di Manhattan. La donna parla, racconta, mette insieme ricordi. E lui, lo psichiatra, disegna veloce. Viene fuori il faccione di cui sopra. Un bell’ovale un po’ insignificante, un po’ deficiente, graffiato velocemente a carboncino su un foglio bianco che sembra un identikit. E in un attimo comincia la leggenda. Metropolitana.

Perché nello studio arriva altra gente, passano altri pazienti, e il dottore si è “dimenticato” il disegno sulla scrivania. E loro, i pazienti, sbirciano, guardano… e… saltano dalla sedia. “Vede, dottore…”. Lo conoscono! Lo hanno visto anche loro. Il tizio, il proprietario del faccione, è entrato anche nei loro sogni. E scoppia il caso. In tutto il mondo. Quante saranno, mille? Diecimila? Di più. Molte di più le persone che quel tizio lo hanno incontrato in sogno. Ci hanno parlato, hanno ascoltato i suoi “consigli”. Grandezza di una leggenda metropolitana, capace di correre veloce, penetrare, sfondare il fragile muro di una Rete ansiogena e figlia di questi tempi agitati e impauriti. Capace di bruciare distanze e trasformare un buffo disegno nell’altra faccia di Dio.
Eccola, è questa l’ultima trovata degli ex Blissett che ora si muovono in maniera autonoma e si sono creati ognuno la propria cellula di terrorismo mediatico.

Quella del faccione si chiama Guerriglia Marketing. Il suo fondatore è un ex del collettivo. Probabilmente amico anche del gruppetto che poi scrisse Q., fece il funerale ai Luther Blissett e rinacque col nome di Wu Ming. “Nessuno”.
Si chiama Andrea Natella e se andate sul sito dell’Università di san Marino scoprite che è ideatore e direttore creativo di guerrigliamarketing.it. Sociologo e autore televisivo specializzato in programmi di magia e prestigiazione. Come giornalista si è occupato di fenomeni giovanili e comunicazione. E’ stato curatore del primo libro italiano sul fenomeno dei rave illegali “Rave Off” e con pseudonimi diversi ha pubblicato saggi di ufologia, sesso estremo e arte del sabotaggio. Attualmente è Creative Head Guerrilla in K-Events.
Insomma uno stramaledetto terrorista mediatico che questa volta l’ha fatta veramente grossa. Si è inventato un sito americano, lo psichiatra e la donna agitata. Poi si è inventato anche migliaia di persone che quella “faccia” l’hanno vista sul serio. Un blog. Con migliaia di dichiarazioni tra il preoccupato e il sorpreso.
Perfetto. Il suo faccione ha tolto i sonni a mezzo mondo e c’era qualcuno che aveva cominciato anche a dire che forse… che forse era arrivata finalmente Pasqua. La Resurrezione.

Bentornato Capitano Gert. Gran bel lavoro.
Il faccione che entra nei sogni è un bufala. E voi siete geniali. Come sempre.

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Dopo la Russia, un secondo occhio compare nei cieli della Romania

Un attacco dalle nuvole. E’ questo quello che sembra di vedere nel cielo della Romania. Come se non bastasse tanto allarme sugli Ufo ci si mettono anche i fenomeni atmosferici. Quelli rari. Che tanto rari in questo periodo non sembrano se dopo nemmeno un mese da quanto accaduto nei cieli di Mosca ci ritroviamo esterrefatti di fronte ad un “nuovo occhio”. Questa volta in Romania. Si chiama “Buco fallstreak” e a crearlo, quasi per gioco, ci si mettono le nuvole, l’acqua e il sole. Accade che l’umidità dell’aria si raffreddi ma non abbastanza per trasformarsi in ghiaccio. L’acqua come condensata resta imprigionata nel cielo lasciando la forma di ciambella con il buco nello strato di nuvole. Il sole poi dà l’effetto luminoso. E il gioco è fatto.

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Milano. Il mistero di Via Larga Orrore e sangue nel palazzo dell’Anagrafe

L’avevano deciso un paio di anni fa. Ed era sembrata una buona idea. Gli uffici della sede centrale dell’anagrafe di Milano, sarebbero rimasti aperti fino a sera. Ogni mercoledì.
La gente lavora e deve pur avere il tempo di sbrigare faccende personali in orari alternativi.
Era sembrata un buona idea. E forse lo era. Almeno fino ad una quarantina di giorni fa. Almeno fino a mercoledì 16 settembre. Poi, è cominciato l’orrore.

di SONIA T. CAROBI

Sembra l’inizio di un romanzo di Stephen King, eppure quello che è accaduto un mese fa nel capoluogo meneghino è una storia vera che ancora si porta dietro l’imbarazzo e la paura di tutti quelli che l’hanno vissuta da protagonisti. Una donna rimane imprigionata nei sotterranei del palazzo dell’Anagrafe. Quando la ritrovano è in stato confusionale. Intorno a lei c’è sangue a fiumi. Ma la ragazza ha solo una ferita alla mano. Che cosa è accaduto in uno degli edifici più frequentati della città? Che cosa è accaduto nei sotterranei del Palazzo dell’Anagrafe, in via Larga, 12?

Urla. Nella notte
Cominciamola da qui la nostra storia. Cominciamo da quel labirinto di corridoi e scale che scendono nelle viscere di un antico palazzo a pochi passi dal Duomo, ma anche a poche centinaia di metri da piazza Fontana.
Cominciamo dalla sera di un mercoledì qualsiasi. Dalle urla di una donna, dalla sua camicetta insanguinata, dal terrore che aveva dipinto negli occhi.
E’ il 16 settembre 2009. A Milano fa ancora caldo. Un caldo che fa rabbia. Asfissiante. Che si aggrappa ai vestiti, che sembra non voler finire mai.
Elena R., 27 anni, dipendente dell’Ufficio Anagrafe, sezione Demanio, sta per andare via quando si rende conto che per chiudere l’ennesima giornata di lavoro, l’ennesimo, infinito mercoledì di pratiche, marche da bollo, noiosa burocrazia, deve scendere un’ultima volta negli archivi. Deve scendere nei locali vicini alla caldaia.
La donna non si perde d’animo. Affronta il labirinto senza pensarci più di tanto. Quel percorso deve averlo fatto mille volte. In quei locali c’è la storia della città, la storia di milioni di persone da quando sono nate a quando sono morte. Quando si sono sposate, quando hanno divorziato, quando hanno deciso di andare via o di ritornare. Milioni di persone, milioni di storie affidate a documenti spicci, freddi, definitivi.
Elena R. non ci pensa a queste cose. Si alza dalla sua scrivania e affronta le scale. Scende. Decisa. Fino a quando non sente un rumore, qualcosa di strano, che non rientra nella sua routine.

Sangue. Nei sotterranei
C’è qualcuno fra quei muri scrostati, tra quegli archivi che puzzano di polvere. Ma quello che accade intorno alle 21 nelle viscere dell’antico palazzo rimane un mistero.
Un addetto delle pulizie se la ricorda Elena che scende verso le caldaie. Ha una sciarpa sulla testa. Dice. Poi scompare nel buio.
Trenta minuti dopo le urla rompono il silenzio dell’edificio. E tocca a Raffaele F., il portiere del palazzo, lanciare l’allarme.
La ragazza è in stato confusionale. Non ricorda quello che è accaduto. Ha una mano che le sanguina, e anche i vestiti sono sporchi di sangue. Elena grida. Ha già chiesto aiuto aggrappandosi alla grata di una delle finestre che danno su Via Larga. Oltre al portiere, e a Fabio, il piantone, anche un altro passante l’ha sentita ed è intervenuto.
Quando le vanno incontro è impossibile capire cosa sta succedendo. Poi arriva la macabra sorpresa.
Gli addetti delle pulizie corrono nei sotterranei e si ritrovano di fronte ad una scena da film dell’orrore.  C’è sangue dovunque. Su uno specchio, negli spogliatoi, sui vetri della guardiola, sulla scale che conducono alle caldaie. Sangue, non “macchie di sangue”. Sangue a litri, sangue che non può appartenere ad una sola persona. E che non può essere uscito sola dalla mano di Elena.

Orme. Nel cortile
Sul luogo arriva la Polizia. Ma è veramente difficile mettere insieme i tasselli del mistero. Nessuno parla, Elena non ricorda nulla. Dice solo che qualcuno la stava inseguendo.
Qualche giorno dopo nel cortile vengono rinvenute altre tracce di sangue, l’orma di una scarpa e una vecchia coppola da uomo.
Poca roba per tirar su un’indagine.
Eppure c’è chi giura che sotto quel palazzo è da tempo che accadono cose strane. I settecento dipendenti hanno paura. Ma non si sbilanciano, evitano i giornalisti e hanno deciso di parlare di quella storia il meno possibile. Cosa è accaduto nei sotterranei del Palazzo? Perché Elena non ricorda niente? Chi si nasconde nei locali della caldaia? E perché i dipendenti hanno tanta paura?
A distanza di quaranta giorni sul mistero di Via Larga nessuno spiraglio. Per tutti, ora, l’Ufficio Anagrafe è il Palazzo dell’Orrore.

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Quella "palla di fuoco" sul cielo di Lolland

UFO. Oggetti misteriosi. Lanterne cinesi. Starne formazioni nuvolose. In questo 2009 nei cieli del mondo si è visto di tutto. In questi giorni è toccato ad un meteorite.
E’ il 13 ottobre e nei cieli della Germania e in quelli dei Paesi Bassi testimoni dicono di aver visto una “palla di fuoco”. In pieno giorno. Un oggetto luminoso nel cielo accompagnato da un suono come di un tuono.
Si è subito gridato all’ennesimo Ufo. Migliaia di chiamate sono arrivate alla polizia e ai vigili del fuoco.
Ma si trattava di una meteora. Di circa un metro di larghezza. Si sarebbe sbriciolata in sassolini minuscoli forse caduti nel Mare del Nord.

L’evento non sembra essere isolato. A marzo, sull’isola danese di Lolland, sono stati ritrovati i resti di un meteorite caduto nel mese di gennaio. E dall’osservatorio di Bochum in Germania informa che per il 21 Ottobre, a partire dalla mezzanotte fino all’alba, è prevista una pioggia di meteoriti. Circa 45 meteore.
Sarà una lunga notte da quelle parti. Vi terremo aggiornati. (cm)

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Incendi, anomalie elettromagnetiche, Ovni, paura A sorpresa ricominciano le indagini su Caronia

Canneto di Caronia. Incendi, flussi anomali di energia elettromagnetica, Ufo. A sorpresa riprendono i monitoraggi di tutta l’area del basso Tirreno, tra il paesino in provincia di Messina e le Isole Eolie. Nella case verranno riallestiti sensori e telecamere, e il fenomeno che aveva lasciato stordito mezzo mondo ritorna sotto i raggi X.  Entro la primavera conosceremo la verità sul “paese dei fuochi”? C’è chi dice di si, c’è chi giura, invece, che quello che sta accadendo in Sicilia è solo un modo per cancellare dalla vicenda l’imbarazzante marchio del “segreto di Stato”.

di SONIA T. CAROBI

Cinque anni. Hanno fatto trascorrere cinque anni nella speranza che la febbre calasse. Che l’ansia di risposte trovasse i luoghi tranquillizzanti del tempo che passa.
Ci hanno messo un lustro per avere il coraggio di tornare in quei luoghi e riattivare sensori, telecamere, centraline che troppo frettolosamente erano state stipate in soffitta.
Tanto loro lo sapevano che la storia sarebbe ricominciata. Tanto lo sapevano che sarebbe bastato ricollegare le sonde per vederle immediatamente in azione, per vederle registrare quel “qualcosa di anomalo” che cinque anni fa turbò mezzo mondo.
C’è poco da fare. Il mistero non si poteva liquidare dietro le frasi e le ipotesi di circostanza. Canneto di Caronia è un segreto ingombrante, e allora meglio togliere, almeno, quell’imbarazzante crosta che si chiama “Segreto di Stato”.

Deve essere andata così. Cinque anni a pensarci e poi d’un solo colpo la soluzione finale. Si ritorna lì. Ma una volta per tutte. L’ultima.
Tempo qualche mese e in quel paesino di cinquanta abitanti schiacciato tra la costa e la linea ferroviaria Palermo-Messina ritorneranno scienziati, studiosi, esperti di vulcanologia e di fenomeni elettromagnetici, ma anche ispettori del ministero e militari in borghese. Tutti lì a tentare di dare una risposta finale ad uno dei misteri più impenetrabili degli ultimi tempi: Canneto di Caronia. Il Paese dei fuochi. Il borgo “elettrico”. Il quartier generale degli Ovni.
Un pugno di case dove bruciano campi, le Tv e gli elettrodomestici si accendono da soli, i cellulari si ricaricano autonomamente, e una serie di oggetti volanti non identificati si spostano indisturbati sul pallido cielo del basso Tirreno.

X-Files
La storia comincia a metà febbraio del 2004. Ed è scritta nell’ultima riga di in un goffo documento della Polizia locale. “Non c’è dolo dietro i ripetuti fenomeni incendiari che da circa un mese si verificano nel piccolo centro siciliano”.
Bruciano materassi, divani, impianti elettrici. E nessuno riesce a dare una spiegazione sensata.
Intervengono le forze dell’ordine e si rendono conto che quello che sta accadendo a Canneto dovrebbe essere assegnato agli agenti Mulder e Scully della sezione X-Files.
Peccato che siamo in Italia e a determinate cose nessuno ci crede. Sulle spiaggia di Canneto pesci e cozze si arenano come alghe putrefatte. A largo basta un telefonino per fotografare bolle marine dal diametro di un chilometro. Nei campi le melanzane hanno i colori dell’arcobaleno.
Non ci saranno Mulder e Scully, ma almeno c’è bisogno di far intervenire la Protezione Civile.
E lì cominciano i pasticci. Già, perché senza pensarci due volte, gli uomini di Francesco Venerando decidono di far evacuare il paesino. Una quarantina di persone si caricano in macchina l’essenziale e si lasciano alle spalle quel pugno di case sul quale stanno piombando giornalisti di tutto il mondo.

Ognuna di quelle 40 persone ha una storia da raccontare.

Testimonianze e prime spiegazioni
C’è chi si è visto il pc prendere fuoco all’improvviso e chi ha il parabrezza dell’auto“colpito dalla punta di un trapano invisibile”. E c’è anche chi fa vedere ad una televisione cinese le scarpe da ginnastica letteralmente “squagliate”.
Non è proprio una bella storia. Alla Protezione Civile provano a dare subito una spiegazione. Almeno per far calmare le acque. “Canneto di Caronia – dice Venerando – e’ stata colpitada fenomeni elettromagnetici di origine artificiale, capaci di generare una grande potenza concentrata. Fasci di microonde a ‘ultra high frequency’ compresi nella banda tra 300 megahertz e alcuni gigahertz”.
Plausibile. Ma intanto al paese arriva il Prefetto, e la cartella con le denunce e le segnalazioni segna la punta di ben 309 casi cui bisognerà dare risposte circostanziate.
C’è poco da fare. Non basta neanche più la Protezione Civile.

La task force
Il Caso Canneto arriva in Parlamento. Viene istituito unGruppo Interistituzionale per l’Osservazione dei Fenomeni (di cui fanno parte molte Università, il CNR, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, il Ministero delle Comunicazioni, la Marina e l’Aeronautica Militare), e in ogni appartamento viene piazzata una centralina di rilevamento.
L’indagine va avanti a tutto spiano sotto gli occhi vigili di cronisti e reporter.
Fenomeni elettrici di origine sotterranea; principio della super-rotazione del nucleo e emissione a riccio di mare dei flussi che dal centro della Terra si riversano nella superficie terrestre; alti impulsi in ampiezza dei protoni solari del vento… Mille ipotesi, ma nessuna viene data per definitiva.
E proprio mentre sul paesino sembra alzarsi una imbarazzante bandiera bianca l’Espresso pubblica un servizio che è una bomba. Siamo nel 2005. Sul caso Caronia esisterebbe un “rapporto riservato” nel quale si dice senza mezzi termini che tecnologie militari evolute anche di origine non terrestre potrebbero esporre in futuro intere popolazioni a conseguenze indesiderate. E che “Gli incidenti di Canneto di Caronia potrebbero essere stati tentativi di ingaggio militare tra forze non convenzionali oppure un test non aggressivo mirato allo studio dei comportamenti e delle azioni in un indeterminato campione territoriale scarsamente antropizzato”.

Uno stop improvviso
L’articolo è talmente esplosivo che in Sicilia finiscono per dover ammettere una serie di cose impensabili fino ad allora. La Protezione Civile, ad esempio, riconosce che un elicottero ha rischiato l’avaria proprio mentre il cielo di Canneto veniva tagliato da due oggetti volanti non identificati.
Parte un’interrogazione parlamentare. Le indagini si fanno ancora più serrate, ma sul più bello la vicenda di Canneto di Caronia subisce uno stop.
“Non possiamo più controllare l’area – dice duro Venerando –  Non ci sono soldi, e ogni componente del Gruppo opera senza rimborsi e senza budget”.
Insomma, di fronte al problema di sempre, su Canneto cala il silenzio. Ma qualcuno pensa che forse lo smantellamento e la dismissione di sensori e telecamere è un ordine che arriva dall’alto.
Fatto sta che il Gruppo si scioglie e a combattere per la verità rimangono solo gli abitanti del paesino che hanno ragioni più concrete per gridare la loro rabbia.

Ora però pare che sulla vicenda si apra un nuovo spiraglio. Di sicuro i sensori verranno ricollegati e ricominceranno i monitoraggi.  Sapremo la verità?

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Tiro Rapido, un Giallo in 550 minuti

Scrivere un racconto giallo in 550 minuti. Per trovare i 14 aspiranti giallisti da portare in finale a Milano, il concorso itinerante Tiro Rapido ha dato il via alle selezioni l’8 aprile partendo dalla città  di Treviso e spostandosi, successivamente, in sette città italiane. Ad ogni eliminatoria sono stati selezionati due racconti vincitori. L’ultima gara si è tenuta lunedì 12 ottobre proprio a Napoli.

di ADRIANA D’AGOSTINO

I nomi dei due primi classificati della tappa napoletana sono stati resi noti solo ieri, tramite una mail inviata a tutti i 23 partecipanti. La giuria ha così premiato “Quoque tu” di Fabio De Gano e “Lo scroscio di applausi” di Michelina Monzo. La sfida proposta da Tiro Rapido è quella di scrivere un racconto di genere giallo o noir in un locale pubblico, seguendo una traccia data al momento dagli organizzatori, entro un tempo massimo di 550 minuti, ovvero 9 ore e 10 minuti. I partecipanti devono presentarsi alla location stabilita entro le ore 10.00 per iscriversi. Dopo la registrazione devono prendere posto nella sala addetta. Lì ricevono dalla giuria due tracce da seguire nell’elaborazione del racconto. Da quel momento inizia la fase di scrittura, che termina alle ore 19.46. Lunedì, le due tracce proposte agli aspiranti scrittori napoletani sono state Il Caso Grimaldi ed Il Caso Siani.

Ad ispirare gli organizzatori nella creazione di questa interessante iniziativa, è stata l’intramontabile figura dell’intellettuale che scrive e che crea seduto in un Caffè, espressione della pura libertà creativa. Non a caso, a Napoli, è stato lo storico bar Gambrinus il teatro di questa sfida letteraria.

Tiro Rapido, giunto ormai alla sua sesta edizione, è promosso come ogni anno da Porsche Italia in collaborazione con il complesso editoriale RCS e vanta in totale ben 1.800 partecipanti negli ultimi 6 anni. A comporre la giuria, quest’anno sono stati invitati Andrea Rossi, direttore del mensile Max, Andrea Monti, direttore del settimanale Oggi, Giuseppe di Piazza, direttore di Magazine (settimanale del Corriere della Sera) , Fiorenza Vallino, direttore del settimanale Io Donna, del Corriere della Sera ed il direttore Daniele Protti, che premierà il racconto vincitore dell’intero concorso con una pubblicazione sull’Europeo.

Ai 14 vincitori selezionati nelle 7 città italiane verrà, infatti, data la possibilità di partecipare alla finalissima di Tiro Rapido che si terrà il 16 novembre a Milano presso la sala Montanelli, all’interno dell’edificio del Corriere della Sera. Fino al 2009, come ci conferma Mauro Gentile dell’ufficio stampa Porsche Italia, un terzo dei vincitori è stato partenopeo. Ricordiamo solo Maurizio di Giovanni, ospite d’onore quest’anno al Gambrinus in occasione della eliminatoria. Vincitore napoletano della prima edizione del concorso nel 2005, oggi di Giovanni è l’affermato autore dei romanzi che hanno come protagonista il Commissario Ricciardi.

Prossimo appuntamento, quindi, il 16 novembre con qualche difficoltà in più: alla finale i minuti del tempo massimo di consegna saranno 356. Non si tratta di numeri a caso: il 551 ed il 356 sono due numeri di riferimento di altrettanti motori Porsche.

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Napoli. Ritorna la leggenda del Sebeto il "fiume fantasma"

Un fiume che è una leggenda. Un corso d’acqua fantasma che si muove nelle viscere di Napoli. Sono mille i misteri del Sebeto, un mito magico e inossidabile di Neapolis che ancora oggi fa parlare di sé. Nel cuore del city. Il Centro Direzionale.

di LAURA CIOTOLA

Non solo antiche mura di città esistite in altre epoche si nascondono nell’entroterra di Napoli. Non solo cadaveri di celebri personaggi del passato sono stati misteriosamente inghiottiti dal sottosuolo partenopeo. Nel XIV secolo c’era un fiume a Napoli, che scendeva dal Monte Somma per attraversare Casalnuovo, Volla e Ponticelli fino a Napoli dove si diradava in due direzioni, per sfociare l’una al Ponte della Maddalena, l’altra alla collina di Pizzofalcone. Questo fiume non c’è più. Sparito. Scomparso. E’ il caso di dirlo: inghiottito dalla stessa terra sulla quale, un tempo, faceva bella mostra Leucopetra_cdi sé. Viene il dubbio che il Sebeto sia esistito solo nelle leggende popolari che lo vedono in eterna lotta con il Vesevo, il fuoco, per ottenere il predominio del territorio. E forse basterebbe una leggenda a ricordarlo se non fosse che la stessa Napoli, che lo ha nascosto tra le sue tenebre, quasi a volerlo anche beffeggiare, porta ancora i segni della sua esistenza.
L’epigrafe in marmo di età imperiale, rinvenuta scavando nei pressi di Porta del Mercato ne è una prova. Tale epigrafe, infatti, rappresenta un tempietto in onore al Sebeto che porta la scritta “P. Mevius Eufychus aedicolam restituit Sebetho” a testimonianza del fatto che P. Mevio Eutico consacrò un secello al leggendario fiume.
Altra prova dell’esistenza del Sebeto si trova a Largo Sermoneta, dove una fontana che venne costruita nel 1635 dall’architetto Cosimo Fanzago per volere del Vicerè Fonseca, ancora oggi, ricorda il fiume scomparso.
E tuttavia, nonostante i segni che lo vogliono come realmente esistito, potremmo ancora continuare a considerare il Sebeto come frutto dell’immaginazione umana se non fosse per il fatto che penne troppo illustri hanno parlato del fiume scomparso.
L. Giunio Columella e Papinio Stazio furono forse i primi.
Virgilio, nel VII libro dell’Eneide lo chiamò “Sebthide Ninpha” e, nell’età umanistica, Boccaccio, Pontano e Sannazzaro battezzarono il fiume che in origine era chiamato Rubeolo, con il nome di “Sebeto”.
Se questo fantomatico fiume sia realmente esistito rimane un mistero, ma c’è chi giura che, negli anni ’70, nei pressi di Gianturco, ci fosse una specie di torrente che sarebbe potuto essere un affluente del Sebeto, e che, per via del colera, all’epoca incombente su Napoli, venne sotterrato.
Altre voci vogliono che il Sebeto ancora scorresse sulla terra dove oggi sorgono le “isole” del Centro Direzionale, per costruire il quale si decise di deviare sottoterra il corso del fiume. Ma l’acqua, come si sa, per passare non chiede il permesso e sembrerebbe essere proprio l’acqua del Sebeto quella sulla quale, da qualche anno, galleggia la Parrocchia Sacra Famiglia – Giuseppini del Murialdo.
Molti infatti raccontano che un improvviso allagamento di case che si trovano a ridosso dello stesso Centro Direzionale avvenne proprio per lo scoppio del Sebeto, che si è probabilmente ribellato al percorso sotterraneo a cui l’uomo ha tentato di costringerlo.
E probabilmente, il Sebeto ancora scorre nell’entroterra partenopeo reclamando la luce del giorno, in cerca di una crepa che gli permetta di riprendere il suo corso di vita misteriosamente interrotto. Chissà che quel giorno non riporti in superficie anche cadaveri e tesori scomparsi, facendo finalmente luce su altri misteri inabissati tra le tenebre della città del sole.

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Un "occhio" sul cielo di Mosca. E’ panico. E non convincono le dichiarazioni ufficiali.

Ultim’ora. Strano fenomeno alle porte di Mosca. Un “occhio” enorme è apparso all’alba sull’autostrada. Auto ferme, panico, poi un prima dichiarazione ufficiale. “Niente paura, si tratta solo di un curioso fenomeno metereologico”. Ma l’occhio rimane. E’ ancora lassù. Da ore.

Da brivido. Sarà pure un’illusione ottica, ma c’è da rimanere senza fiato.
Stamani i moscoviti si sono svegliati con un grande occhio che li guardava dall’alto. In un cielo plumbeo, grigio, Lui era lì. Imponente, severo. Un occhio! Un grande cerchio che ricorda anche una navicella aliena, di quelle che abbiamo visto mille volte nei film di fantascienza.
E la particolarità sta nel fatto che il fenomeno persiste, è lì, fermo, immoto, visibile a tutti.

Il primo video dell’Occhio di Mosca lo sta mandando in queste ore Repubblica.it. E dalla capitale della Federazione Russa arrivano solo messaggi tranquillizzanti.
Nessun attacco extraterrestre, solo un’anomalia celeste, o magari un fenomeno meteorologico strano.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=wa27g0couRE[/youtube]

Già. Strano. Ma strano davvero. Tanto che sono in molti a temere che le prime dichiarazioni nascondano risposte più inquietanti. Grave inquinamento atmosferico? O misterioso esperimento?

Difficile dire. Per ora rimane la strana sensazione di qualcosa che sfugge, e il bisogno forte di avere una risposta. Subito.

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E ora chi giocherà la partita con la morte?

Venduta per 98 mila euro la famosa scacchiera utilizzata da Ingmar Bergman nel film  “Il settimo sigillo” Faceva parte di un lotto di 133 oggetti appartenuti al regista svedese, morto nel 2007 all’età di 89 anni. Il ricavato complessivo e’ stato di 1 milione e 760.000 euro, circa 10 volte il prezzo di partenza.

di CLAUDIO MONTI

“…E adesso ti lascio. Quando ci reincontreremo, sarà giunta l’ultima ora: per te e i tuoi compagni di viaggio. E tu ci svelerai i tuoi segreti? Io non ho alcun segreto da svelare. Allora non sai niente? Non mi serve sapere”.

Si chiude così la partita a scacchi tra il cavaliere Antonius Block e la Morte ne “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman.
In una Danimarca dove imperversano peste e disperazione il nobile cavaliere torna dalla Terra Santa ormai stanco e privo di qualsiasi valore e di fede. Sulla spiaggia trova ad attenderlo la Morte, che ha deciso di portarlo via. Antonius Block non accetta di morire. O meglio non accetta di morire in quel momento e decide di sfidare la Morte a scacchi. La partita caratterizza tutto il film e si svolge nel corso di vari incontri. Block sa perfettamente che il momento è solo ritardato. Che lui quella partita non potrà vincerla. Ma quella partita, insieme agli incontri che farà attraversando la Danimarca, lo cambieranno e lo aiuteranno a ritrovare la fede e Dio.
Antonius si sacrificherà per una famiglia di saltimbanchi, moglie, marito e due figli, che incontrerà nei suoi viaggi e dai quali imparerà l’amore e il rispetto. Antonius colpirà intenzionalmente la scacchiera facendo cadere alcuni pezzi e lasciando che la morte li disponga a proprio vantaggio. Lasciandole vincere la partita e salvando la coppia di innamorati.

Ingmar Bergman diresse “Il settimo sigillo” nel 1957 e vinse il premio speciale della giuria al 10° Festival di Cannes. Da allora il film è divenuto un cult e l’immagine della partita a scacchi sul mare rimarrà nella storia. Quella partita ritornerà citata in molti film e influenzerà molti registri. Diventerà un simbolo.
Un simbolo che oggi ha il valore di 98 mila euro che un appassionato ha pagato all’asta per avere per sé la scacchiera originale di quella partita.
Una curiosità: al gioco mancava il re bianco, danneggiato durante le riprese.

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