Smentita di Travolta E' ancora membro di Scientology”

Arriva la smentita alla notizia della volontà da parte di John Travolta di abbandonare Scientology. Il portavoce dell’attore Paul Bloch sarebbe intervenuto sul sito  People.com dichiarando la falsità della notizia diffusa nei giorni scorsi dal quotidiano britannico Daily Mail, ripreso dal sito di gossip Usa Gawker.com. Bloch afferma che la notizia  “è totalmente falsa” e precisa “non c’è nessun cambiamento nelle relazioni tra la Chiesa di Scientology e John, egli ne è ancora membro e lo sarà sempre”.
Il portavoce avrebbe inoltre negato le indiscrezioni circolate su uno stato depressivo di Travolta a seguito della morte del figlio Jett avvenuta lo scorso gennaio.

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Quella cyber solitudine che puzza di morte

Quando mi passano negli occhi le notti davanti a un monitor acceso mi viene sempre in mente Almost Blue. L’attacco di Almost Blue.
Il suono del disco che cade sul piatto è un sospiro veloce, che sa appena un po’ di polvere. Quello del braccio che si stacca dalla forcella è un singhiozzo trattenuto, come uno schioccare di lingua, ma non umido, secco. Una lingua di plastica. La puntina, strisciando nel solco, sibila pianissimo e scricchiola, una o due volte. Poi arriva il piano e sembrano le gocce di un rubinetto chiuso male e il contrabbasso, come il ronzio di un moscone contro il vetro chiuso di una finestra, e dopo la voce velata di Chet Baker, che inizia a cantare Almost Blue”.
C’è tutto quello che penso di internet in queste splendide righe di Carlo Lucarelli. C’è la notte, c’è un monitor acceso e c’è una musica che passa lenta. Triste. Una colonna sonora. Quella che potrebbe essere la colonna sonora del web.
Perché se internet ha smantellato distanze, ha anche scavato voragini. E il buco nero sotto i piedi di questi strani anni in molti casi si chiama solitudine. Almost blue. Quasi triste.

La solitudine di Vladimir Savanovic è solo un piccolo avamposto dei luoghi abbandonati nei quali da anni migliaia di ragazzi si perdono senza speranza. A caccia di universi impossibili, di ritrovi virtuali che sembrano le piazze, le strade di uno dei dolorosi personaggi di Poe. “Questo vecchio, dissi allora a me stesso, è il genio caratteristico del delitto più efferato. Egli non vuole rimanere solo. È l’uomo della folla”.
Già. L’uomo della folla nel 2009 è quello che si muove su Facebook, trascinandosi dietro illusioni e speranza inutili. Ma è anche quello che invece si sposta veloce nei gangli della rete. Che sa scivolare negli anfratti, e scappare via nel dedalo di viuzze sconosciute che si chiamano sistemi.
Uomini soli in mondi che non esistono. In piazze e strade virtuali. A caccia di gente senza occhi, né sguardi. Senza mani per toccare. Senza labbra per baciare.
Forse è lì, in quei luoghi dove non ci si guarda, dove non ci si tocca, che si può anche decidere di morire.
Almost blue. Quasi triste.

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A.A.A. Cercasi Agenti Segreti

Potrete guadagnare dai 60 ai 100 mila euro. E quando gira bene potreste addirittura arrivare a portarvene a casa 160 mila, di euro.  Con questi soldini potreste comprarvi a rate una Aston Martin modello Goldfinger e la domenica fermarvi sotto casa della vostra bella e attendere sereni che lei vi dica “Mr. Bond, I suppose!”.
Già potreste fare tutto questo se durante quest’estate dovesse decidere di rispondere ad un appello lanciato su Radio Bloomberg e firmato da un incredibile committente: il Central Intelligence Agency . La Cia!
E’ da non credere, ma nel quartiere generale di Langley fanno sul serio. Cercano 007 perché sono a corto di personale.

Già alla fine di giugno lanciarono un primo appello. Quella volta il dito di zio Sam puntava sui 36 mila dipendenti di banche e società finanziarie che nel 2009 hanno perso il lavoro a Wall Street.
Fecero le cose per bene. E dalle frequenze di Radio Bloomberg diedero anche un appuntamento. “Ci vediamo lunedì per i colloqui”. Dove? In una località segreta che veniva comunicata solo all’ultimo momento. Sembra che l’appello abbia funzionato e ora da Langley, il quartier generale della Cia in Virginia, ci riprovano.
E che sarà mai! Diventare un agente segreto è il sogno di tutti.

Pensate che alcuni anni fa da Mosca arrivò una proposta ancora più stravagante. Il sito ufficiale del Fsb, i servizi segreti sovietici, offriva di diventare agenti doppi ogiochisti. L’offerta era rivolta a tutti quei russi che avevano accettato di spiare il proprio Paese per i “servizi” stranieri.
L’annuncio, pubblicato dagli eredi del Kgb, recitava: “Se siete cittadini russi che hanno ricevuto e accettato proposte di servizi segreti stranieri per spiare nel paese, ditecelo: vi offriamo la possibilità di diventare agenti doppi, mantenendo lo stipendio che vi hanno offerto, l’anonimato e la discrezione”.
Cacchio. Sono occasioni che non bisognerebbe perdere, nella vita!  Questa è la verità.

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Poirot, Nintendo e i delitti "senza filo"

Agatha Christie lo scrisse nel 1947. E solo quarant’anni dopo il romanzo divenne uno dei più riusciti film che vedevano il grande Peter Ustinov interpretare il bizzarro investigatore belga creato dalla Regina del Delitto.

Ora, per gli amanti dell’ormai celebre console, la Nintendo Wii ha ripreso le trame di madame Agatha e le ha trasformate in un avvincente gioco “senza fili”.

Ispirato al celebre giallo della Christie “Delitto sotto il sole”, il terzo adventure della serie dedicata alla nota scrittrice britannica tenta di risolvere il mistero dell’omicidio di Arlena Marshall, una famosa attrice, avvenuto mentre  la donna era in vacanza con il marito e la figliastra sull’isola del Contrabbandiere.

Oltre allo spettacolare sfondo cinematografico, il gioco colpisce per la caratterizzazione degli oltre 20 personaggi che interagiscono con Poirot, per il taccuino virtuale che serve ad annotare le indagini e per l’inedito finale a sorpresa.

Prima de “Il Delitto sotto il Sole” la The Adventure Company aveva presentato anche quello che è considerato il giallo più venduto di tutti i tempi, “Dieci Piccoli Indiani”. O meglio: E poi non rimase nessuno.

Il capolavoro della Christie racconta le avventure di dieci strani personaggi invitati da un ospite misterioso in una casa situata su una sinistra isola. Il loro anfitrione accusa ogni invitato di omicidio e infligge loro la condanna che si merita. Finali multipli, enigmi originali e un emozionante atmosfera in grado di coinvolgere chiunque, solo il “valore aggiunto” introdotto da quelli della Nintendo.

Nel gioco viene anche inserito un personaggio che nel romanzo ha un ruolo marginale, il traghettatore Patrick Narracott. In modo che anche se si sa cosa accade nel libro, non è possibile capire come finirà il gioco!

Entusiasmante la realizzazione grafica in 3D e tranquillizzanti le 20 ore di gioco che terranno inchiodati alla sedia tutti gli appassionati di giallo e mistero. (LC)

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Uno strano suicidio e su Mosca cala l’ombra delle cyber-sette

Russia. Dodici strane morti, 50 segnalazioni e denunce, e poi la drammatica lettera di Vladimir Savanovic: “Sono nelle loro mani”. Era il 15 giugno scorso quando Mosca si svegliò registrando l’ennesimo suicidio di uno studente della gloriosa università di  Lomonosov . A quasi due mesi di distanza da quel giorno sul caso Svanovic cala l’ombra lunga delle cyber-sette. Il nuovo incubo delle famiglie moscovite e dei servizi segreti russi di Medvedev e Putin.

di SONIA T. CAROBI

A starci dentro, in questa storia, sembra di muoversi in un romanzo.  In un vecchio libro di Robert Harris. Nella sua Mosca che puzza di benzina , tabacco, fuliggine e sudore.
Non c’è “tecnologia” in queste stanze scure che non riescono a cambiare da decenni. Non c’è modernità tra questi palazzoni che sembrano manifesti sbiaditi, strappati da utopie dimenticate che qualcuno chiamava “socialismo”.  O “perestroijka”.
Sono le case degli studenti . Le torri grigie volute da Stalin, gli unici luoghi dove ancora è possibile vivere e studiare con pochi soldi.
240 metri di altezza, 36 piani, 5000 stanze scavate su 33 chilometri di corridoi. E solitudine.
A guardarci dentro, in questi monolocali, l’unica cosa che ha che fare con la luce sono i monitor dei pc. Uno, cento, mille pc. Lanterne magiche di un notte qualsiasi sulla Vorobëvye Gory. La collina dei passeri. Il cuore universitario della vecchia cara Russia.  Quella di Putin. Quella dei misteri.

Noi cominciamo da una di queste torri. Da una piccola stanza che si affaccia sulla via Mokhovaya e guarda verso le cupole d’oro del monastero di Novodevičij.
La stanza di Vladimir. La stanza di un genio.
Chi lo conosce dice che è magro come un chiodo è ha le orecchie a sventola. Noi sappiamo solo che frequenta il terzo anno della facoltà di matematica e cibernetica, e ha un nickname inequivocabile. Kernel 386. Come il cuore di un sistema operativo.

Vladimir è di Klin, il buen ritiro di Ciaikovskij. E ci deve aver pensato almeno un attimo al Lago dei Cigni prima di arrotolarsi il cavo di un computer intorno al collo. E tirare.
Quando lo hanno ritrovato il cavo del pc era agganciato alla spalliera della sedia. All’altra estremità c’era la sua testa. Che penzolava senza vita. Come un pupazzo a molla che balla davanti ad un monitor acceso.
Che balla davanti ad un post it giallo con sopra scritto: “non posso sopportare questo tormento. Loro mi hanno costretto, e io sono responsabile della sparizione di almeno cinquanta studenti…”.
Poche parole. E qualcos’altro.
E’ cominciato così il giallo di Lomonosov. Il giallo della più antica università di Mosca.
Ma per capirci qualcosa bisogna fare un passo indietro. Bisogna tornare agli inizi di settembre. Una decina di mesi fa.

Cyber sette. Tenetevi alla larga.
Alla Lomonosov si aprono ufficialmente i corsi. L’atmosfera è rilassata. C’è voglia di ricominciare.
Gli studenti sono un botto. Migliaia, distribuiti nelle numerose aule dell’ateneo fondato di Elisabetta di Russia a metà del ‘700.
Nell’aula magna di matematica e cibernetica, Berezin, il vicepreside, va veloce mentre presenta i nuovi corsi. Poi si ferma per un attimo, scruta la platea distratta e spara una frase curiosa. “A proposito, tenetevi lontani dalle cyber-sette. Non fatevi fregare”.
Poche parole che fanno il giro dei banchi e volano via verso i giardini della collina. Quella dei passeri.
Chi doveva capire ha capito. Meglio far finta di niente.
Perché da queste parti quando si parla di cyber-sette è sempre meglio far finta di non aver sentito.
E Vladimir non deve essere stato da meno. Lui sicuramente c’era quella mattina nell’aula magna della facoltà. Lui sicuramente ha registrato il messaggio di Berenzin . E ha fatto finta di niente.

I mesi passano veloci. I giorni si susseguono monotoni, le notti viaggiano veloci sulle strade forsennate di internet.  Vladimir si muove alla grande tra i sentieri virtuali della grande rete. Lui è considerato un mago del computer. Qualcuno dice che è un hacker. Lui sorride e continua a battere sulla tastiera.

Chissà quando deve averli incontrati. Chissà quando deve aver deciso di accettare il “Patto”.
Silenzio assoluto e fedeltà eterna e sei dentro la Confraternita. La Setta dei Cibernetici Evangelisti. La cyber-setta che il buon Berezin aveva tentato di tenere fuori dalla sua Università.
Chissà quando Vladimir ci deve essere cascato.

“Mi hanno trasformato la vita in un inferno”.
L’unica cosa certa è che dopo il “patto” per Kernel 386 è cominciato l’incubo.
“Mi hanno trasformato la vita in un inferno, quando ho voluto prendere le distanze dalla setta, loro hanno incominciato a perseguitarmi”.
Perché Vladimir non lo sapeva, ma quella tribù che si muove sul web come uno spettro, che non ha un sito o un webmagazine, che non lascia tracce e non si riesce a trovare neanche su Google, quando firma un patto punta direttamente all’anima.
Nella confraternita, a detta degli esperti della procura moscovita, ci sono i maggiori talenti di internet. Ragazzi che con un pc sono capaci di arrivare dovunque. Vladimir è arrivato dritto dritto davanti alle porte dell’inferno.

La morte di Savanovic apre una finestra su un universo inesplorato.  Per gli 007 sovietici l’incubo è l’ultima frase di Vladimir. Che significa? E chi sono quei cinquanta studenti “scomparsi”?

L’indagine viene aperta a metà giugno. Qualche giorno dopo lo strano suicidio dello studente.
Basta poco è gli investigatori si accorgono che la Rete è piena di gruppi, confraternite, tribù e sette che giocano con la religione e il fanatismo.
Confessioni connettive, techno-buddisti, new ager neopagani, cyber satanisti, Hare Krishna high-tech.
Ma la Setta dei Cibernetici Evangelisti (gli Evangelisti sono una sorta di Guru della rete) non ha nulla a che fare con le cyber religioni. Loro sono hacker probabilmente con un progetto preciso. Con un obiettivo. E preferiscono non farsi notare.

Potrebbe essere nella norma. Un po’ di fanatismo, che finisce per suggestionare i soggetti  più deboli. Quello che scuote, però, in questi ultimi giorni di luglio è la notizia che negli ultimi cinque anni ben 12 studenti della facoltà di cibernetica si sono tolti la vita.
Su Livejournal.com, si può accedere al forum della Community dei compagni di studi di Savanovic. Uno che si sigla WK_fun scrive: “Mi ricordo che il vicepreside, alla riunione generale di inizio anno ha messo in guardia tutti noi contro l’adesione alle numerose sette. E quindi nessuno può negare la presenza delle sette”. Un altro aggiunge che “è il secondo suicidio di quest’anno”.
Insomma, un bel da fare per la Procura di Mosca.
E da metà giugno ad oggi sul giallo di Lomonosov è buio pesto.

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Dispute accademiche e misteri del passato

Le dispute accademiche sono la cosa più gustosa che si possa seguire quando fa caldo e uno non tiene niente da fare. Oggi ne presentiamo una molto curiosa per il nostro Gialli.it. Una paio di scienziati che si fronteggiano su quello che è stato pomposamente definito il “primo omicidio documentato della storia”. Disputa colta e particolare. Molto particolare. Perché? Semplicemente perché ce la siamo inventata noi. Nel senso che i due personaggi in questione, Steven Churchill, docente della Duke University, in North Carolina eGuido Barbujani,genetista dell’Università di Ferrara, non si conoscono neanche. Probabilmente non si sono mai parlati, o magari non si parlano più da tempo. Però hanno scritto in momenti e in “luoghi” diversi la stessa storia. Sostenendo due cose diverse.
E allora noi li abbiamo messi uno contro l’altro in attesa di vedere “l’effetto che fa”.
Lo abbiamo fatto per gioco. Ma anche perché la vicenda sulla quale ruota questa disputa “virtuale” non è da poco. Si parla niente meno che del “primo omicidio della storia”. E noi non potevamo farla passare inosservata.  

I misteri del passato sono uno dei filoni più amati del giallo. Meglio ancora se poi la detection si può sviluppare su cose reali, concrete. Pensate a tutte le speculazioni sulla morte di Giulio Cesare, o sui misteri che ruotano intorno agli strani decessi di Pico della Mirandola e di Poliziano. C’è da passarci una vita.

Gialli.it proverà a seguire questo filone con una rubrica ad hoc. Per ora, se siete interessati, sotto l’ombrellone portatevi “Delitti e i Misteri del Passato, Sei casi del Ris”. E il divertimento è assicurato. È un libro scritto a “tre mani” dal comandante del Ris di Parma Luciano Garofano, dallo storico e antropologo Giorgio Gruppioni e dal regista Silvano Vinceti.
Noi ne riparleremo molto presto.

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Shanidar, il primo delitto della storia è un "caso aperto"

Ieri il quotidiano La Stampa di Torino raccontò il primo omicidio dell’Età della pietra. Un Homo Sapiens uccise un Neandertal. Circa 50mila anni fa. L’ammazzatina, come direbbe Camilleri, si consumò in una caverna del nord-est iracheno. L’arma del delitto fu una freccia scoccata a distanza, che si conficcò inesorabilmente nel petto della vittima.
La notizia ha entusiasmato e incuriosito gli appassionati di misteri del passato. Ma come in ogni giallo che si rispetti i dubbi e le perplessità sulla teoria di Steven Churchill, docente della Duke University, in North Carolina, affollano il web in queste ore.
Shanidar-3, come è stata battezzata la vittima dell’età della pietra, non sarebbe stato ucciso con un dardo, come sostiene Churchill, ma con un pugnale. Una coltellata all’altezza dei polmoni per il primo delitto della storia.

di CIRO SABATINO

La scena è inusuale per quelli abituati a Csi. Non ci sono nastri banchi e rossi, o foglietti con i numeri che puntellano la scena del crimine. Non c’è sangue, e neanche lenzuola bianche a coprire cadaveri sfigurati. Non c’è caos, o sirene impazzite che tagliano la notte.
C’è solo silenzio in questa grotta sulle montagne di Zagros, nell’ex Kurdistan.
E c’è lui. Shanidar-3. Lo scheletro di un Neanderthal adulto che nel Paleolitico Medio doveva essere stato un capo, o l’uomo più anziano di una piccola tribù.

Chi c’è stato in Iraq giura che in quella grotta, cinquantamila anni fa, si deve essere consumata un’esecuzione in piena regola. E che quell’uomo, Shanidar-3, era lì per vegliare qualcuno. Forse il padre. Forse un vecchio storpio a guardia di una fiamma. A guardia di un antico rito sciamano.

Non lo sapremo mai. L’unica cosa certa, secondo Steven Churchill, è che ad ucciderlo fu una freccia scagliata da una distanza relativamente breve. “La prova – dice il professore della Duke University – è racchiusa nella lesione ancora evidente della nona costola sinistra. L’uomo doveva avere circa cinquant’anni, era tormentato dall’artrite e nonostante la violenza del colpo non morì subito. Qualcuno lo portò nella caverna e tentò di aiutarlo”.  L’infezione al polmone perforato fu comunque letale e gli divorò progressivamente l’organismo.

Questo quanto scrive Gabrielle Beccaria su La Stampa del 23 luglio. Ma proprio in queste ore un’altra teoria sembra mettere in crisi l’ipotesi di Churchill.

In un documento di Guido Barbujani,genetista dell’Università di Ferrara, che Gialli.it ha scovato su internet il primo omicidio documentato della storia avrebbe avuto una dinamica completamente diversa.

“Il repertorio delle lesioni sugli scheletri neandertaliani – scrive Barbujani – è impressionante: fratture e traumi dappertutto, specie alle costole, al femore, all’omero, e naturalmente al cranio. Molte si possono interpretare come conseguenze di incidenti di caccia o di infortuni domestici, ma alcune no.
Un neandertaliano di 50 mila anni fa proveniente dalla grotta di Shanidar in Iraq (noto come Shanidar-3) è stato pugnalato al petto, e ne restano i segni fra due costole. Non c’è dubbio che la pugnalata abbia leso il polmone; potrebbe essere il primo omicidio documentato nella storia dell’umanità. La ferita sull’osso ha iniziato a rimarginarsi, per cui sappiamo che Shanidar-3 è sopravvissuto per qualche tempo. Poi, quando uno è scalognato è scalognato, gli è cascata addosso una roccia”.

Insomma, in quella caverna nel nord-est iracheno le cose devono essere andate diversamente da come ha immaginato l’“evolutionary anthropology” del North Carolina. I Neandertal non costruivano archi. Queste armi da lancio sono il frutto dell’inventiva dell’uomo moderno.

L’uomo, ritrovato con una ferita mortale nel petto, stava proteggendo un vecchio sciamano e deve aver subito un’aggressione diretta. Deve aver provato a difendersi, poi deve aver ceduto sotto i colpi dell’avversario. Tutta la scena sarebbe avvenuta alla presenza di altre persone che per motivi sconosciuti hanno ritenuto di non volere o potere intervenire.

Il mistero è fitto. Vedremo se gli investigatori del Paleolitico saranno capaci di darci una soluzione certa. Per quello che ci riguarda l’assassinio della grotta di Shanidar non sarà il primo delitto della storia, ma è sicuramente il primo caso insoluto di tutti i tempi.

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