L’omicidio di Ranuccio Tommasoni

E’ la bibbia degli appassionati di gialli. Un libro da tenere sulla scrivania. Da consultare, sfogliare. Un libro per cercare tutto quello che da altre parti non c’è. Insomma: un archivio di cronaca nera da avere. A tutti i costi. Da Un delitto al Giornodi Riva&Viganò, (Baldini&Castoldi) abbiamo scelto per voi le pagine 290/291. Quelle dedicate al 29 maggio. Il giorno in cui Caravaggio uccise Ranuccio Tommasoni.

 

Data: 29 maggio 1606
Ora: tra le 19 e le 22
Luogo: Campo Marzio, Roma (Stato Pontificio)
Vittima: Ranuccio Tommasoni da Terni, nobiluomo
Causa del decesso: una ferita di arma da taglio
Arma: spada
Testimoni oculari: Antonio Bolognese, capitano, ferito durante la rissa; Onorio Longhi, pittore, e altre quattro persone non identificate
Sospetti: Michelangelo Merisi da Caravaggio, di anni 33, pittore, Accademico di S.Luca, pregiudicato per aggressione, diffamazione e oltraggio agli sbirri
Movente: un fallo contestato al gioco della pallacorda
Colpevole: Michelangelo Merisi da Caravaggio. Fuggito da Roma, viene colpito con bando di condanna capitale in contumacia. Nel luglio 1610 viene fermato sulla spiaggia di Porto Ercole, durante il viaggio di ritorno a Roma. Liberato dopo due giorni, si dice che sia morto di malattia e di stenti sulla stessa spiaggia di Porto Ercole. Nel frattempo la Curia Romana ha rivisto il suo caso e, optando per l’omicidio casuale, gli ha concesso la grazia.
Caso: chiuso

Tutti quanti lo conoscevano. Girava per Roma vestito di un tabarro nero, con un cappellaccio anch’esso nero, e con dietro un cane, nero, che rispondeva al nome di Cornacchia. Aveva pochi amici, e fidati; uno di questi era Onorio, che anche quella sera era al suo fianco; ma molti, moltissimi nemici. E, del resto, tutti sapevano di quel suo caratteraccio. E come potevano non saperlo? L’altr’anno si diceva avesse assoldato un sicario – o forse, ed è cosa ben più probabile, lo fece da sé – per sfregiare il Pomarancio, che grazie agli appoggi di cui godeva in curia ottenne di affrescare il santuario di Loreto in vece sua, che di certo l’avrebbe maggiormente meritato. E un anno fa, poco mancava che non ammazzasse il notaio d’Accumulo, che passava con troppa insistenza sotto le finestre della sua Lena. E prima, anche quel tal Gerolamo Stampa poté verificare di persona il suo caratteraccio, e, come dichiarò in seguito ai birri, «allora lo conobbi mentre prima non aveva potuto conoscerlo». E poi quel garzone di taverna, quel tal Fusaccia che serviva all’osteria del Moro: anch’egli ebbe modo di saggiarne l’indole! Quando ebbe la sventura di portare a quel tristo figuro otto carciofi cotti, «cioè quattro nel burro e quattro nell’olio», e colui gli domandò quali fossero al burro e quali all’olio, e lui di rimando: che li odorasse, che facilmente haverebbe conosciuto quali erano gli uni e quali gli altri, «lui allora è montato in collera e senza dirmi altro ha preso un piatto di terra e me l’ha tirato alla volta del mostaccio, che me ha colto in questa guancia manca dove sono restato un poco ferito». E tutto, per un piatto di carciofi! E quanto ai birri – oh, se lo conoscevano, anche loro! Lo conosceva quel capitano che, nel novembre di due anni or sono, lo trovò alla chiavica del Bufalo alle cinque della notte che portava spada e pugnale, «et domandatoli se haveva licentia disse de sì et la mostrò, et così li fu resa, et dissi che lo lasciassero andare, et così io detti arresto at non volsi comportare questa cosa, et così lo feci pigliare et dappoi che fu ligato disse: Ho in culo te et quanto par tuoi si trovano, et così lo mandai in priggione a Tor di Nona». Tutti, tutti lo conoscevano, per le strade di Roma!

Eppure quel Ranuccio, quel Ranuccio da Terni sembrava davvero non sapere chi avesse di fronte, quella sera. Non sapeva forse che di lui si diceva che a Milano, poco più che bambino, avesse ucciso per una bravata un suo compagno di giochi, e che per questo fu rigettato dalla famiglia, se ne venne a Roma a tentare la fortuna come pittore? Non sapeva delle querele continue, e delle risse, e della gente che cambiava via come lo vedeva passare in istrada? E allora, perché prendersela tanto! Perché tirar tanto la corda, per un semplice fallo! Perché scaldarsi per soli 10 scudi vinti al gioco, quando la sua famiglia poteva comperarsi per intiero il campo della pallacorda, e anche il Palazzo dell’ambasciatore di Toscana, che lo delimitava? Si dice l’onore, e sia: ma con quel figuro, con quel figuro sempre intabarrato in nero, che col suo caratteraccio metteva in soggezione persino duchi e cardinali, perché non tirar via? Fatto sta che, come recitarono gli Avvisi il giorno successivo, «la suddetta sera di domenica successe davvero una questione assai notabile, di 4 per banda, capo di una, tal Ranuccio da Terni, che vi restò morto subito dopo lungo contrasto, et dell’altra Michelagnolo da Caravaggio, pittore di qualche fama ai nostri giorni, che vogliono sia rimasto derito, ma però non si trova dove sia». «Caduto a terra Ranuccio», racconterà più tardi il Baglione, «Michelagnolo gli tirò una punta, e nel pesce della coscia feritolo, il diede a morte».

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Leggende Metropolitane

Benvenuti nella rubrica delle leggende metropolitane.
Leggende, proverbi enigmatici, detti popolari, testi curiosi  e sicuramente tutto ciò che colpisce il nostro assoluto bisogno di curiosità legate al mondo del mistero.

di Bruno Mattia Gallo

Per il debutto della nostra rubrica cercheremo di scoprire cosa si possa nascondere dietro la scritta:  “O topo se tène ‘o turco”  apparsa a Napoli, nel lontano 1950, e che per un arco temporale di 30 anni è sopravvissuta misteriosamente sulle pareti di vari palazzi della città partenopea.

La scritta, perfettamente uguale, quasi come se fosse stata disegnata con l’aiuto di un moderno stencil, fu trovata anche su altre due mura stradali. Secondo alcuni unendo i tre luoghi si  ricaverebbe  un perfetto triangolo equilatero che indicherebbe alcuni quartieri della città sotto il controllo magico di due santoni: Il Topo e il Turco, appunto.

Si narra che il Topo fosse uno studioso di magia nera, dedicato alla creazione di filtri e fatture di morte che abitava vicino alla  zona cimiteriale di Napoli, mentre il Turco fosse legato alla magia egizia, dedito  alla cartomanzia, preveggenza e alla chiromanzia.

La guerra fra i due studiosi di magia nera andò avanti per decenni senza esclusioni di colpi. Si ebbero  morti da ambo le parti. Cadaveri di parenti e semplici adepti furono ritrovati all’interno del triangolo magico napoletano. Il mistero riguarderebbe anche  i volti dei due maghi, Nessuna foto e nessun ritratto è stato mai trovato. Il conflitto esoterico ebbe poi  termine con la caduta del Topo che sparì senza lasciare traccia negli anni ’70-‘80.

Altre testimonianze invece prediligono il riferimento ad una lotta tra due improvvisati chiromanti omosessuali che si sarebbero divisi, in un primo momento il territorio. Era il  tempo dove le credenze popolari e la superstizione alimentavano il business del magico che dalle radio locali si andava espandendo fino ad conquistare il palcoscenico delle tv. Era il periodo d’oro dei vari maghi, chiromanti,  preveggenti ed impostori che approfittando dell’ignoranza delle persone accumulavano immense ricchezze con i consulti a pagamento nei loro falsi studi esoterici. Nasce quindi la leggenda delle scritte che potrebbero indicare inequivocabili unioni di interesse tra cosiddetti maghi per una maggior sfruttamento del territorio.

Ma la nostra inchiesta prosegue… altre leggende metropolitane, altri enigmi aspettano di essere scoperti…

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Nella Russia dei misteri uno spiraglio per Anna Politkovskaia

Una pezza. Ci hanno messo una pezza. Ed ora sull’omicidio di Anna Politkovskaia si apre uno spiraglio che somiglia di più ad una beffa.

di CIRO SABATINO

La notizia è stata battuta dalle agenzie internazionali nel pomeriggio di mercoledì scorso. La Corte Suprema russa ha annullato la sentenza di assoluzione per Sergei Khadzhikurbanov e i due fratelli ceceni, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov accusati di aver ucciso la giornalista famosa in tutto il mondo per i suoi reportage sugli orrori della guerra in Cecenia e gli abusi compiuti dalle truppe federali.

Con questa decisione il massimo organo giudiziario sovietico riapre ufficialmente il processo rigettando una decisione presa da una corte militare integrata da 12 giudici popolari.
Vizi procedurali alla base del clamoroso dietrefont.

Insomma tutto da rifare. Ma nella Russia dei misteri questo annullamento sembra un contentino. Un “atto dovuto” come hanno detto e scritto i commentatori internazionali. Il mondo intero aveva gridato forte la sua indignazione. Bisognava fare qualcosa. Qualunque cosa. A quale verità porterà questo nuovo processo è un dettaglio. Solo un dettaglio.

Buon compleanno, mister Putin
Il cadavere di Anna Politkovskaia viene rinvenuto tre anni fa nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. Vicino al corpo la polizia trova una pistola Makarov PM (una semiautomatica in dotazione all’esercito dell’ex USSR)  e quattro bossoli. E’ il 7 ottobre 2006. In città si celebra il compleanno del presidente Vladimir Putin, uno dei bersagli preferiti delle critiche della giornalista.

Secondo le prime ricostruzioni uno dei proiettili ha colpito Anna alla testa. Per gli inquirenti si tratta di un omicidio studiato a tavolino. Un’esecuzione in piena regola.

Un paio di giorni dopo Dimitry Muratov l’editore della Novaja Gazeta svela che la Politkovskaja stava per pubblicare un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramsan Kadyrov.

Dagli Stati Uniti arriva un’immediata quanto cauta reazione: “l’auspicio è quello che venga condotta un’inchiesta approfondita per cercare, perseguire e portare di fronte alla giustizia tutti i responsabili di questo atroce omicidio”.

Putin non si fa pregare. E in meno di ventiquattr’ore promette pubblicamente un’inchiesta «obiettiva» sulla morte della giornalista.

Da questo momento comincia ufficialmente il balletto degli inganni. Condito anche da un clamoroso colpo di scena.

Alexander Litvinenko agente dei servizi segreti russi che aveva accusato pubblicamente il presidente russo di essere il mandante dell’omicidio della giornalista, muore a causa di un avvelenamento da radiazione da polonio-210, sostanza altamente radioattiva e cancerogena. E’ il 23 novembre 2006.

Tracce di Polonio vengono individuate in diversi locali nei quali Litvinenko si trovava prima della sua morte. In particolare in un sushi bar dove aveva pranzato insieme a Mario Scaramella, avvocato napoletano esperto di sicurezza ambientale ed ex consulente della Commissione Mitrokhin (una commissione parlamentare d’inchiesta che si prefiggeva di dimostrare ipotetici collegamenti fra il KGB e uomini della sinistra italiana).

I primi arresti e il processo
Nove mesi dopo, il 27 agosto del 2007 il generale Yuri Chaika responsabile delle indagini sull’omicidio di Anna regala al mondo ben dieci “colpevoli”.

L’omicidio, dice, è stato organizzato da un gruppo criminale guidato da leader ceceni ed è legato all’omicidio del giornalista statunitense Klebnikov avvenuto nel 2004 e a quello del primo vicepresidente della banca centrale russa Kozlov, ucciso due anni dopo.

Tra le persone finite in manette ci sono anche funzionari del ministero degli Interni russo, ma l’omicidio, assicura Chaika, “è servito soprattutto a persone e strutture che mirano a destabilizzare il Paese e a minare l’ordine costituzionale della Russia, (mirando) ad un ritorno del vecchio sistema dove tutto era deciso dal denaro e gli oligarchi”.

Qualche mese dopo finisce in manette anche l’ex capo del distretto ceceno di Achkoi-Martan, Shamil Burayev.

Il processo si apre il 17 novembre del 2008. Dei dieci arrestati nell’agosto del 2007 sul banco degli imputati solo due autisti ceceni (i fratelli Dzhabrail e Ibragim Makhmudov) e due ex poliziotti (l’ex dirigente della polizia moscovita Sergei Khadzhikurbanov e l’ex colonnello dei servizi segreti Pavel Riaguzov).

Khadzhikurbanov, è accusato di essere il killer della giornalista. Anche se le indagini non hanno mai potuto identificare un vero mandante. I fratelli Makhmudov sono invece considerati i “pedinatori” della giornalista. Mentre sull’ultimo imputato, l’ex colonnello dei servizi segreti Riaguzov, pende l’accusa di abuso d’ufficio ed estorsione. Avrebbe partecipato all’omicidio fornendo l’indirizzo della Politkovskaja ai sicari ceceni.

I quattro, ovviamente, si dichiarano «non colpevoli».

Il 19 febbraio 2009 la sentenza di primo grado arriva puntuale e scontata: assoluzione, per insufficienza di prove. Gli assassini di Anna non hanno un nome né un volto.

Ora si ricomincia. E per gli inquirenti le domande senza risposta sono tante. Troppe.

In Russia dal 2000 ad oggi 104 giornalisti hanno perso la vita in circostanze misteriose. Almeno venti sono stati ammazzati per le loro inchieste scomode. L’ultimo omicidio in ordine di tempo è quello della giornalista 25enne Anastasia Baburova, considerata l’erede della Politkovskaia. La ragazza è stata uccisa per strada insieme all’avvocato per i diritti civili in Russia Stanislav Markelov. Anche in questo caso nessun colpevole. E tanti misteri.

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Argentina, desaparecidos il dossier degli orrori

Molti documenti ed elenchi di persone scomparse sono stati ritrovati nei giorni scorsi nell’archivio storico della polizia militare argentina  a Santa Fè grazie alla confessione di un agente. L’indagine condotta dal procuratore Esteban Righi, ha permesso di reperire altre prove e testimonianze sulle atrocità commesse dai militari a danno degli oppositori del regime.

di BRUNO MATTIA GALLO

Dossier con nomi di politici, sindacalisti, semplici operai e studenti sono stati  trovati negli Archivi storici. Le prove di come la polizia argentina, nell’assoluta segretezza, prelevava persone innocenti con capi di imputazione solitamente molto vaghi o semplicemente inesistenti. Migliaia di persone scomparse. Quasi sempre torturate e uccise, bruciate o sepolte in fosse comuni anonime. Per le famiglie nessuna possibilità di avere notizie. Solo un silenzio più devastante delle peggiori verità. La barbara  tecnica del far scomparire  ha finito per essere adottata da tutte le dittature dell’America centrale e meridionale, dal Guatemala all’Uruguay, dal Cile alla Bolivia e al Brasile. Regolata addirittura dal famigerato Plan Condor, un piano che sanciva tra le varie dittature militari  un interscambio di prigionieri, informazioni militari, archivi e metodi di tortura.

Le prove dell’esistenza  di questi famigerati archivi del terrore si trovano ad Asuncion, capitale del Paraguay, in quelle tonnellate di documenti  che coinvolgono Augusto Pinochet, Alfredo Stroessner, Rafael Videla  e in ultimo l’ex-capo di Stato della Bolivia Hugo Banzer.

Negli ultimi anni, molte associazioni di liberi cittadini, come Les Madres de Plaza de Mayo, accumunate dal desiderio di giustizia, collaborano, fornendo documentazioni, testimonianze utili per aprire nuove inchieste e processare i responsabili  ancora in vita. Gli effetti di queste sinergie sono testimoniate dall’apertura di nuove indagini e dalle scoperte di archivi segreti, come quelli guatemaltechi ed argentini. Molte richieste di estradizione sono state formulate dai vari governi, per l’ex-presidente boliviano Hugo Banzer,  per l’ammiraglio argentino Eduardo Massera ed infine per Elizabelita Peron, terza moglie del dittatore argentino.

Ma esistono vicende in cui la burocrazia sembra divertirsi ad ostacolare la giustizia. Questo è il caso della mancata estradizione di Troccoli ex capitano di vascello uruguayano, ma  con cittadinanza italiana, o delle scarcerazioni “inevitabili”, come accade, ancora in Italia all’argentino Jorge Olivera.

Entrambi militari, si macchiarono di ogni tipo di atrocità commettendo torture e ordinando la morte di centinaia di uomini e donne nei rispettivi paesi. Scandalosi ritardi, colpevoli mancanze che permettono ad alcuni criminali di guerra di  restare liberi e impuniti, nonostante le sacrosante condanne esemplari emesse in patria.

Il procuratore Esteban Righ commentando il ritrovamento dei dossier, annuncia sensazionali sviluppi sulle indagini.

La stampa internazionale  ha, in questo momento, il compito di mantenere alta l’attenzione su questi  criminali di guerra, stimolando l’opinione pubblica mondiale a non dimenticare, a non offendere ulteriormente il dolore con l’oblio del silenzio. Per le vittime sarebbe una seconda morte. L’ultima. E di questa saremmo tutti colpevoli.

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Nove ipotesi per un delitto

Una vita al limite. Una vita di provocazioni, risse, omicidi e fughe. Ma anche di passioni sfrenate e di opere d’arte che ancora incantano il mondo intero. Cacciato dalla capitale con l’accusa di omicidio e con una condanna a morte che si trasformerà ben presto in una vera e propria taglia  per Caravaggio il destino scrive la parola fine in un’estate del 1610. Della sua morte non si sa praticamente nulla. Ecco otto ipotesi che sembrano nascondere un’unica inesorabile verità: fu omicidio.

Prima ipotesi: la febbre. Sbarcato a Porto Ercole il 15 luglio 1610, Michelangelo Merisi sarebbe morto, tre giorni dopo, fulminato dalla malaria.

Seconda ipotesi: l’assassinio su commissione. Dopo i fatti dell’estate 1608 (improvviso arresto e fuga rocambolesca dalla prigione della Fortezza di La Valletta), i Cavalieri di Malta avrebbero deciso la sua rovina. Gli sbirri lanciati al suo inseguimento per ordine del Gran Maestro Alof de Wignacourt lo ritrovano in una locanda a Napoli (la Taverna del Cerriglio, alle spalle di Santa Maria la Nova) ma riescono solo a ferirlo. Riprendono la caccia, lo raggiungono in Toscana e, stavolta, contro un uomo indifeso, eseguono l’ordine…

Terza ipotesi: A differenza di quanto sostenuto per secoli Caravaggio non sarebbe sbarcato a Porto Ercole ma a Civitavecchia, porto di Roma, nello Stato Pontificio, sapendo che sarebbe stato arrestato solo per un breve periodo. Il decreto di grazia, già firmato, deve essere reso pubblico da un giorno all’altro. Il pittore, braccato da misteriosi sicari, sente di poter essere al sicuro solo dietro le mura di una prigione. Calcolo errato. I suoi carnefici riescono a introdursi nella sua cella. Portano poi via il suo corpo e lo depongono sulla spiaggia di Porto Ercole, per far credere a una morte naturale.

Quarta ipotesi: vendetta ecclesiastica. A Roma, la cerchia del papa si divide in due clan: quello francese, capeggiato dai cardinali Federico Borromeo e Francesco Maria Del Monte, e quello spagnolo. Il solo fatto di aver servito un tempo il cardinale Del Monte addita il noto pittore alla disapprovazione dell’altro partito. Scoraggiato dalla sua cattiva condotta, esasperato dalla sua violenza, è da un pezzo che il suo primo protettore lo ha mollato, ma i quadri che gli ha comperato continuano a essere il principale ornamento della sua galleria. L’altro clan, adesso che ha conquistato il potere collocando un Borghese sul trono di san Pietro, vuole la sua testa. A Porto Ercole, feudo spagnolo, niente di più facile dell’assoldare qualche soldato del presidio.

Quinta ipotesi: ucciso come Pasolini. Caravaggio tenta di sedurre un giovane di Porto Ercole (“un ragazzo ben piantato, dei genere plebeo e canagliesco, seminudo e abbronzato vista la stagione, uno di quei piccoli bruti che amava”). Il ragazzo prima ci sta, poi si ribella. Si avventa sul pittore, lo stordisce, poi lo finisce a calci e a bastonate, quindi, spaventato, getta il corpo in mare.

Sesta ipotesi: La tesi sostenuta da uno scrittore francese ne “La corsa all’abisso”. Dominique Fernandez. Edizioni Colonnese. Caravaggio allo stremo delle forze si fa uccidere dal suo amico/amante Mario Minniti, sulla spiaggia di Porto Ercole. All’omicidio/suicidio assiste un marinaio che ha aiutato i due ad arrivare in Toscana. Quest’ultimo fuggirà poi con le “robbe” del pittore.

Settima ipotesi: La vendetta dei parenti di Ranuccio Tommasoni, l’uomo che Caravaggio uccide durante una banale partita di pallacorda. I Tomassoni sono i garanti dell’ordine a Campo Marzio: dettano legge, prestano soldi e proteggono le cortigiane.  La morte di Ranuccio è uno “sgarro” che va lavato cl sangue.

Ottava ipotesi:
“il Caravaggio, nell’ultimo suo viaggio, da Napoli navigava segretamente diretto a Palo, in territorio pontificio, a 40 chilometri da Roma, per essere ospitato nel feudo degli Orsini; un nascondiglio sicuro,ma da clandestino in attesa del condono dal bando capitale per l’uccisione, avvenuta quattro anni prima, di Ranuccio Tommasoni. Per la segretezza dell’evento, il Merisi  giungeva in quei lidi probabilmente di notte, in ore pertanto sospette, e veniva fermato ed arrestato mentre sbarcava. Il capitano della feluca che lo aveva traghettato e che aveva a bordo altri passeggeri diretti a Porto Hercole, per non incorrere in coinvolgimenti giudiziari, frettolosamente proseguiva il viaggio senza scaricare il bagaglio dell’artista”.

Come dicono le lettere conservate nell’Archivio Segreto Vaticano, “il capitano riprendeva il viaggio frettolosamente per non essere coinvolto,senza sbarcare le robe del Pittore” .

“Quando il Caravaggio si liberava,raggiungeva ammalato Porto Hercole dove pochi giorni dopo moriva. Il Merisi mirava a raggiungere il suo bagaglio che conteneva anche una tela, il “San Giovanni Battista” opera da donare al Plenipotenziario di Giustizia: Cardinal Borghese,come prezzo da pagare per la remissione della pena. Il bagaglio, che a Porto Hercole non veniva sbarcato, ritornava a Napoli, a Chiaia, nell’abitazione della Marchesa Costanza Colonna, da dove il Merisi era partito, e solo dopo oltre 13 mesi, nell’agosto 1611, la tanto ambita opera giungeva immeritatamente nelle mani del Cardinale”.

Questo brano ci è stato inviato dall’architetto Giuseppe La Fauci.

Nona ipotesi: L’assassinio di stato. A sostenerla è il prof. Vincenzo Pacelli, docente di Storia dell’arte presso l’Università Federico II di Napoli. Nel suo “L’Ultimo Caravaggio” (edizioni Ediart), Pacelli senza mezzi termini e con argomentazioni forti sostiene che Caravaggio fu vittima di un complotto ordito dai Cavalieri di Malta  con la connivenza della Curia romana.

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Deborah Perez, l’ultima beffa di Zodiac

Il 29 aprile scorso aveva dichiarato senza mezzi termini: “Zodiac era mio padre”. E il mondo intero le aveva quasi creduto. Poi confessò di essere anche la figlia illegittima di JFK e su  Deborah Perez  è calato il sipario. Ecco la storia dell’ultima bufala sul serial killer che per anni ha tenuto in scacco la California.

di DIEGO PURPO

Tra il dicembre del 1968 e l’ottobre del 1969 il nord della California è terrorizzato da un serial killer che uccide 5 persone, ma che rivendica 37 omicidi, che si diverte a inviare lettere, proclami ed enigmi ai giornali e che firma le sue missive con uno strano simbolo, un cerchio attraversato da una croce, e con lo pseudonimo di Zodiac.
A distanza di 40 anni le indagini non sono riuscite ancora a risolvere il caso.

Zodiac Killer gode anche di un altro singolare primato: è l’assassino con il maggior numero di volti che la cronaca abbia mai conosciuto. Durante questi 4 decenni sono centinaia le persone che hanno giurato di conoscerne la vera identità, prima di essere inesorabilmente smentite.

L’ultimo episodio di questa lunga serie è quello di Deborah Perez, quarantasettenne agente immobiliare californiana, che lo scorso 29 aprile 2009 dichiara: “Zodiac era mio padre”: l’omicida seriale non sarebbe altri che il patrigno Guy Ward Hendrickson, carpentiere morto di cancro nel 1983, all’età di 68 anni.

“Avevo 7 anni. Ricordo degli spari, ma mio padre diceva che erano petardi” racconta la Perez, ritornando con la memoria agli omicidi ai quali afferma di essere stata presente.

A sostegno della sua dichiarazione la donna ha mostrato un paio di occhiali da vista dalla montatura scura che dovrebbero appartenere a Paul Stine, una delle vittime.

La Perez dice, inoltre, di aver aiutato il padre a scrivere almeno una delle lettere di Zodiac, quella inviata all’avvocato Melvin Belli il 20 dicembre 1969.

Al dubbio che accoglie le parole di Deborah fa immediatamente seguito la forte reazione di Jenice Hendrickson, figlia naturale di Guy, che ne difende a spada tratta la memoria. Non le riesce benissimo: “Mio padre non avrebbe fatto male ad una mosca, o, almeno, non l’avrebbe uccisa… Ci leggeva la Bibbia ogni sera nel weekend. Non amava le pistole. Il massimo che gli ho visto fare è stato sparare ad una rana con una 22 mm e stare male per questo… Era un tipo dal carattere forte e qualche volta mi ha picchiata, ma io lo amavo molto.”

Jenice non si dimostra così un buon avvocato, anzi la sua arringa non fa altro che aumentare l’interesse verso la storia della Perez da parte criminologi e giornalisti.

Tra questi M. William Phels, noto giornalista investigativo e scrittore, il quale si mette in contatto diretto con la donna e richiede anche l’aiuto di amici esperti grafologi per eseguire perizie sulla famosa lettera Melvin.

Phels è persuaso a credere che la piccola Debbie, come amorevolmente la chiama, dica il vero. Il giornalista è emozionato e convinto di avere per le mani uno scoop, fino al giorno in cui non riceve una strana ed inquietante telefonata dalla Perez: “Mi chiamò un giorno e mi disse di essere la figlia illegittima di JFK e che era assieme a Robert e Rose Kennedy il giorno prima dell’assassinio di Robert. Ho smesso così di parlarle”.

Zodiac-Killer-1La storia crolla immediatamente. Lo stesso Phels descrive in modo esauriente la dimensione della nuova folle rivelazione: “Le possibilità che fosse la figlia di Zodiac erano uno ad un milione. Le possibilità che sia la figlia di JFK e contemporaneamente la figlia di Zodiac sono zero ad un trilione. Mi dispiace per Debbie. Veramente. Questo è il motivo per il quale non pubblicherò mai la sua storia.”

Anche Tom Voigt, amministratore del sito www.zodiackiller.com, il quale ha avuto la possibilità di parlare e scambiare mail con la Perez, esprime tenerezza nei suoi confronti: “È una persona fragile che avrebbe più bisogno di cure che di essere sfruttata”.

Nel passato recente un’altra ipotetica identità assegnata a Zodiac aveva fatto molto discutere.
Nell’agosto del 2008 Dennis Kaufman mostra al mondo i frutti dei suoi 8 anni di indagini durante i quali ha raccolto indizi che dimostrerebbero come dietro l’alter-ego di Zodiac si nasconda il patrigno Jack Tarrance, morto nel 2006.

Tra gli oggetti raccolti durante le sue investigazioni un coltello ancora sporco di sangue ed un abito nero, ricavato da un sacco, con su disegnato il famoso simbolo. La maschera dovrebbe essere la stessa usata dal killer nell’omicidio di Cecilia Ann Shepard al lago Berryessa nel settembre del 1969.

L’FBI decide di approfondire e di eseguire i necessari esami del DNA per poter collegare le lettere dell’assassino a Tarrance. L’operazione si rivela più complicata del previsto in quanto alla morte il corpo del padre di Kaufman è stato cremato.

La geniale soluzione degli investigatori è di rilevare, quindi, le tracce di DNA direttamente dalla dentiera, cimelio di famiglia. Il sorriso di Jack nasconde forse il segreto di Zodiac? Ad oggi i risultati dei test non sono ancora disponibili e l’FBI non commenta.
In conclusione la vera identità di Zodiac resta sconosciuta ed in attesa di un prossimo annuncio shock.

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Veraldi, il padre del giallo italiano

Dieci anni fa moriva Attilio Veraldi, il più grande giallista napoletano e a detta di molti il vero padre del giallo italiano. All’autore de La Mazzetta dedichiamo una scheda. Attilio Veraldi è stato uno dei primi sostenitori de il Pozzo e il Pendolo. Nelle prossime settimane gli dedicheremo uno speciale.

di FABIANA PATRI’

Raffinato traduttore di Chandler, Hammet, Miller e altri cominciò la sua carriera di scrittore verso i cinquant’anni.
Viaggiatore instancabile, si trasferì prima a Milano, poi in Scandinavia e infine, in America. Nonostante avesse lasciato presto Napoli la elesse a luogo unico per l’ambientazione dei suoi romanzi quasi a non voler tagliare definitivamente i ponti con la sua città natale e con il suo mare, quel mare che avrebbe accolto le sue ceneri.
Nonostante il numero relativamente basso di libri pubblicati, Veraldi ha saputo raccontare con arguzia ed eleganza la realtà napoletana, inquadrare e rendere familiari personaggi come Sasà Iovine e Corrado Apicella.
Il primo romanzo, La mazzetta uscì nel 1976. Primo vero esempio di narrativa hard-boiled ambientata a Napoli, racconta la storia di un commercialista che entra nel “giro” per ricevere anch’egli la mazzetta in cambio dei suoi servigi.
La trasposizione cinematografica di Sergio Corbucci del 1978, che ebbe come interpreti gli indimenticati Nino Manfredi e Ugo Tognazzi, rispecchia solo nel titolo il vero senso del romanzo di Veraldi.
Due anni dopo fu la volta di Uomo di conseguenza in cui ritroviamo la figura del “faccendiere” Sasà Iovine che, questa volta, resta coinvolto come prestanome in un losco traffico di opere d’arte.
Il  Vomerese è, invece, il primo romanzo italiano sul terrorismo. Ambientato nel 1980, è una spy story che racconta le vicende di un gruppo terroristico alle prese con il sequestro del comandante della base Nato di Bagnoli. Il riferimento agli anni di piombo e ai sequestri  Moro e Dozier è inevitabile.
Il 1982 fu l’anno di Naso di cane che darà vita al personaggio del commissario Corrado Apicella le cui vicende si intrecceranno con quelle di Ciro, suo compagno d’infanzia. Anche da questo romanzo, è stato  tratto un film per la Tv realizzato da Pasquale Squitieri, nel 1987.
La figura del commissario tornerà nel romanzo L’amica degli amici, del 1984, che costituisce la continuazione naturale del primo romanzo.
L’opera di Attilio Veraldi ebbe grande fortuna editoriale anche con gli ultimi romanzi tra cui Donna da Quirinale (in collaborazione con Guido Almansi)e L’ombra dell’avventura, che arricchirono la sua già preziosa produzione.

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Premiata Agenzia TNT. Alan Ford compie quarant’anni

Sono appena iniziati gli anni 70 quando la TNT, squadra di stravaganti investigatori, comincia a far parlare di sé.
Fa discutere il loro modo, strambo e insolito, di condurre le indagini.
Lasciano perplessi i componenti di questo gruppo, più simili a delle caricature che a dei veri agenti segreti. Eppure queste stranezze non infastidiscono la gente che, anzi, si appassiona alle loro avventure perchè, in fondo, Alan Ford è soltanto un fumetto.

di LAURA CIOTOLA

Nato il 1° maggio 1969, dalla mente di Max Bunker (alias Luciano Secchi) e dalla matita di Magnus (Roberto Raviola), il celebre fumetto di Alan Ford tarda a farsi amare.
Ma è solo l’inizio. Bastano infatti due anni di rodaggio prima che l’inconfondibile quadernetto dalla scritta gialla, pubblicato inizialmente dalla Editoriale Corno, e successivamente dalla Max Bunker Press, casa editrice di proprietà dallo stesso Secchi, inizi ad intasare le librerie di innumerevoli fans, divenendo il giornaletto cult del momento.
La sua veste di brillante satira della società ed espressione caricaturale dei suoi vizi di sempre, aggiunta all’aspetto grottesco e, più spesso, sarcastico con cui si presenta al mondo, serve a garantirgli un pubblico tra i giovani e meno giovani, tra gli amanti dello svago e gli irriducibili intellettuali di sempre.
Il successo è lento, ma indiscusso. E come ogni successo che si rispetti e che, per essere tale, ha bisogno di incontrare lungo il suo percorso dei momenti d’arresto, anche Alan Ford non fa eccezione alla spietata regola.
Siamo al numero 75 della serie, quando Magnus abbandona la sua creatura.
Degnamente sostituito da una successione di numerosi disegnatori che restano fedeli alle linee già tracciate dal predecessore – tra cui Paolo Piffarerio, Raffaele Della Monica, Giuliano Piccininno, Marco Nizzoli, Warco e Dario Perucca – Magnus, che torna a disegnare il numero 200 e il numero 250, lascia un vuoto incolmabile nei cuori dei suoi fans per i quali era, a tutti gli effetti, un membro della TNT.
In seguito all’uscita di scena di Magnus, e al successivo esordio di Alan Ford in televisione, nella trasmissione Supergulp!, il fumetto tende ad abbandonare il suo aspetto satirico preferendo quello grottesco, più adeguato al nuovo pubblico giovanile.
Nonostante i cambiamenti, il successo di Alan Ford non si placa.
E come potrebbe?
La gente che ha imparato ad amarlo, non può che restare fedele a un albo a fumetti, che finisce per rappresentare la stessa società di allora, come di oggi.
Il pubblico riconosce nelle caratteristiche strampalate dei protagonisti del gruppo e nelle loro grottesche avventure l’espressione caricaturale di vizi, virtù e circostanze  della propria esistenza.
C’è chi si innamora di Bob Rock, provando profonda tenerezza e altrettanta simpatia per l’incredibile nanerottolo dal naso prorompente. Qualcuno fa il tifo per l’astuzia del Conte Oliver, nobile britannico decaduto. Qualcun’altro resta affascinato dalle mitiche magliette indossate da Grunf, nostalgico tedesco, reduce da due guerre mondiali o dal capo del gruppo, la Cariatide, un pancione dedito a fare sonnellini. E non manca chi viene conquistato dai personaggi cattivi. Superciuk, che è quasi più famoso di Alan Ford che, facendo il verso mitico Robin Hood, ruba ai poveri per dare ai ricchi.
Ma ogni personaggio deve cedere il posto, nella corsa verso il cuore dei fanatici “alanfordiani”, a loro, i mitici Alan Ford e il Numero Uno.
Alan, biondo, occhi chiari e di nero vestito, è sicuramente il più affascinante della banda (per disegnarlo Magnus si ispirò all’attore Peter O’Toole. ndr). Arriva alla TNT per errore. Nel primo episodio lui, che era un grafico pubblicitario senza un soldo, finisce, per caso, in un negozio di fiori, tra la quinta e la sesta strada di New York. Si rende conto troppo tardi che quel negozio altro non è che la sede di un’agenzia d’investigatori, chiamata Gruppo TNT, dove verrà arruolato per forza.
Di Alan affascinavano l’ingenuità e la bontà d’animo. Il suo essere imbranato e impacciato con le donne diventa il suo punto di forza.
Il mito indiscusso dei fan resta però  il capo dello strampalato gruppo, il Numero Uno. Costretto su una sedia a rotelle, suscita ogni tipo di sentimento esclusa la compassione perchè, lui, di quella, non sa che farsene. Spinto dall’ inconfondibile motto “Uno per tutti tutto per Uno” è Sua Eccellenza, come ama farsi chiamare, aiutato da un’agendina nera in cui vengono elencati i misfatti di chiunque e che egli utilizza come arma di ricatto, a dettare legge nella TNT.
Tra colpi di scena, nuove entrate e tante avventure, Alan Ford esce nel 2005, con il numero 429, «Un Giorno Nuovo». Per i fedelissimi appassionati di Alan Ford è una data da dimenticare. L’ennesimo colpo di scena. Questa volta però la faccenda è seria perchè a scomparire, tra i flutti di un fiume in piena, è proprio il celeberrimo gruppo TNT. Alan, il pappagallo Clodoveo e il Conte Oliver (che non era in missione) sono gli unici a salvarsi. Ricostituiscono il gruppo trasformando la copertura del negozio di fiori in vera agenzia investigativa, ma nonostante ciò e nonostante l’arrivo nel fumetto e, nel cuore di Alan, di un’avvenente ragazza di nome Minuette, i fans sono al collasso per il pellegrinaggio dei superstiti alla veglia funebre degli estinti.
Nel silenzio assoluto di Max Bunker, che in un’intervista alla UBC dichiarò che “Le sorprese, per rimanere tali, non devono avere anticipazioni”, a noi nostalgici non resta che sperare in un loro ritorno affinché questi quarant’anni continuino ad essere l’anniversario di una nascita e non la fine di un’epoca.

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Padula. "Petrosino è nato qua!"

La casa/museo di Joe Petrosino. Un modo come un altro per decidere di visitare Padula e conoscere la storia di un eroe del Sud. Viaggio guidato nelle memorabilie del poliziotto italo-americano. E se avete fortuna potete farvi accompagnare dal nipote di Joe…

di ADRIANA D’AGOSTINO

Dalla piazza principale dedicata ad Umberto Primo bisogna seguire le frecce che conducono alla farmacia del centro storico. Le stradine di Padula sono bianche e luminose ed alternano piccole salite e discese. Basterà percorrerle per circa 200 metri prima di veder comparire il portone della casa natìa di Joe Petrosino, il detective italo-americano ucciso cento anni fa a Palermo perché stava indagando sui ponti mafiosi tra America e Sicilia.

Giuseppe Petrosino in America vi era arrivato all’età di 13 anni, da emigrato, come molti tra fine 800 ed inizio 900. La sua città natale era Padula, un Comune di circa 5 mila abitanti in provincia di Salerno. La casa in cui Joe aveva vissuto da bambino è ancora lì, e oggi ospita il Museo realizzato in suo onore. Si tratta di una Casa-Museo, l’unica in Italia dedicata ad un esponente delle forze dell’ordine. Sul portone di legno all’entrata sono incise le lettere M e P, iniziali di Michele Petrosino fratello del poliziotto assassinato. Michele è stato l’ultimo della famiglia ad aver visto Giuseppe vivo a Padula prima che venisse ucciso. Da quel momento aveva conservato tutti gli effetti personali del fratello in dei grossi bauli che avrebbe, poi, affidato alla figlia, la signora Gilda Petrosino, vissuta fino al 1997 e da sempre impegnata nel tramandare la memoria dello zio.
Oggi custode di questa preziosa documentazione è il signor Nino Melito, figlio della signora Gilda, tuttora residente nel paese che era stato del nonno, della madre e dello zio Joe.
Se si ha la fortuna di avere Melito come guida nella visita al Museo, l’esperienza è davvero completa: si ha, infatti, l’impagabile opportunità di ascoltare dalla voce di un diretto discendente, aneddoti ed inediti racconti di vita vissuta.
Ad aprire il portone c’è del personale specializzato, rigorosamente vestito con le divise ufficiali del New York Department. Il numero di matricola stampato sugli abiti è il numero 285 quello che era stato di Joe Petrosino.
Già dalla prima stanza comincia il viaggio nei meandri dell’esistenza di un eroe della nostra storia. Dall’infanzia italiana, alla brillante carriera in America nelle forze dell’ordine, fino al terribile assassinio, tutto è raccontato attraverso le 24 sezioni di cui si compone la residenza, i cui ambienti sono stati fedelmente ricostruiti dagli scenografi del Centro Morandi di Roma.
Mobili del tempo, foto, articoli di giornale dell’epoca, tutto è messo a disposizione dei visitatori. Lo scopo è quello di dare un’immagine completa del personaggio Petrosino, non solo mitica, ma anche umana. Ci sono il violino e gli spartiti su cui studiava, le figurine degli anni 30, i fumetti che ispirò negli anni ‘50, ma anche i libri, i film, le canzoni che in qualche modo parlano di lui.
Immagini dei tanti monumenti che gli sono stati dedicati sono poste accanto alle foto dei suoi principali nemici.
Attualmente il Museo conta 40.000 visite annue e non si può negare che è anche grazie a questo progetto che il ricordo risulta di Joe Petrosino è rimasto così vivo tra la gente.

Padula dista circa 6 km dall’Autostrada A3 (Salerno-Reggio Calabria), con uscita al casello di Padula-Buonabitacolo: si prosegue poi lungo la Strada Statale n.19, a 3 km dal bivio di Padula Scalo. La distanza da Napoli e di circa 146 Km.

 Il costo del biglietto della Casa-Museo è di euro 2,00 comprensivo di Guida ordinaria.

Si praticano tariffe scontate per gruppi e scuole ed è possibile effettuare la visita tutto l’anno, sia nei giorni feriali che nei festivi dalle ore 10,00-13,30 e dalle 14,30-19,00.

NEL PERIODO ESTIVO (da Giugno a Settembre) orario, invece, è continuato dalle ore 10,00 alle ore 20,00.

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Abruzzo. Ritorno alla via Numicia il passaggio dei clandestini

La prima domenica di luglio si festeggia la Madonna del Casale a Rocca Pia, sul Piano delle Cinquemiglia in Abruzzo. Un’occasione per riscoprire l’antico e pericoloso tracciato montano che collegava il nord ed il sud del nostro stivale. Una strada di speranza per chi desiderava spostarsi inosservato tra i regni della penisola.

di DIEGO ROMANO

La via Numicia, o Minucia per alcuni, era una strada consolare romana che dalla via Valeria presso Corfinio proseguiva per Alfedena arrivando fino a Brindisi. Ma il suo vero tracciato è tuttora un mistero.

Le tesi più accreditate la vedono passare proprio per il Piano delle Cinquemiglia, solcando il sentiero che poi  è diventato quello della Via degli Abruzzi durante il Regno di Napoli. Esistono però alcune fotografie pre-belliche che ritraggono una bambina di Pescocostanzo mentre cammina su di una pavimentazione romana. Secondo le didascalie, le foto sarebbero state scattate presso il Valico di Sant’Antonio, vicino a Pescocostanzo. Ma di quelle pietre non è rimasto più nulla dopo l’occupazione tedesca, e quindi ogni ricostruzione del tracciato romano è ancora da verificare.

Di certo nelle epoche passate non era semplice percorrere quella strada di montagna. Infatti l’attraversamento invernale del Piano delle Cinquemiglia, se non guidato da persone esperte, poteva risultare letale per le terribili condizioni meteorologiche.

Ad esempio nel 1528 un esercito di 300 fanti tedeschi, guidati dall’invasore francese, è stato annientato a causa di una tempesta di neve. Nessuno di loro è riuscito ad oltrepassare il piano delle Cinquemiglia da vivo. L’anno dopo la stessa sorte è toccata ad altri 600 fanti napoletani di rientro, anche loro rimasti sepolti nella neve fino a primavera.

Tanto è stato l’orrore di questi avvenimenti che nel 1530, per ordine di Carlo V, sono stati costruiti cinque torrioni dotati di scorte alimentari per le emergenze della stagione invernale. Da quel momento il Piano delle Cinquemiglia ha acquistato una fama sinistra, tetra, che è durata per secoli.

Un ricordo ce lo ha lasciato Giuseppe Liberatore, l’autore che nel 1789 ha descritto la zona attraverso fantasiose ricostruzioni dei fenomeni naturali. Senza tralasciare i dettagli degli effetti sui malcapitati viaggiatori.

Ma un notevole contributo alla fama maligna della zona sicuramente deriva dal brigantaggio. Molto sviluppato sulla Via degli Abruzzi, ha creato non pochi disagi sia agli abitanti della zona, sia a chi decideva di entrare o uscire dal Regno di Napoli di soppiatto.

Ma non a tutti i fuggiaschi la sorte è stata contraria. Una leggenda narra di Torquato Tasso, travestito da pastore, mentre scappava da Ferrara verso Sorrento nel 1578. Durante il viaggio sarebbe stato aggredito sull’altipiano dal brigante Sciarra, che però in pochi istanti avrebbe cambiato completamente approccio. Compresa la vera identità del poeta, avrebbe mostrato tutta la sua ammirazione per i versi dell’armi e degli amori e lo avrebbe addirittura ospitato nel suo covo segreto.

Anche se capitare nel covo di un brigante non è mai stata la speranza di un viaggiatore, di certo chiunque si sia trovato ad attraversare questa zona di pericolo ha cercato riparo nei pochi edifici disponibili. E proprio la chiesa di Santa Maria del Carmine, detta Madonna del Casale, riporta al suo interno alcune testimonianze degli antichi passaggi.

Posta sul fianco di una collina, in posizione nascosta rispetto alla strada, la chiesa accoglie infatti alcuni secolari graffiti lasciati da antichi viandanti in cerca di riparo. L’iscrizione più antica è datata 1675, mentre gli ultimi graffiti furono scalfiti nella notte tra il 15 e il 16 febbraio del 1863 dai soldati piemontesi, qui riparati durante una tempesta di neve.

La festa di luglio in onore della patrona della chiesa è un’occasione per visitare questi paesaggi dal passato tetro. Senza i rischi della stagione invernale, ma con tutti i vantaggi di una festa popolare.

Le opportunità di pernottamento in zona sono molte e di tutte le tipologie, considerando anche la ricettività del comprensorio sciistico di Roccaraso e Rivisondoli. Ma volendo completare con coerenza questo tuffo nel passato, sarebbe bene pernottare nel centro storico di Pescocostanzo, rimasto indenne dal terribile terremoto di aprile.

La Rua è un garnì-bed&breakfast che offre una calda accoglienza a prezzi ragionevoli, arredato con criteri ecologici, vernici non tossiche e materassi in lattice. Garantisce un perfetto riposo anche agli eco-sostenitori più accaniti. Un’occasione per coniugare esplorazione, tradizione, ricerca storica ed ecologia.

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